L’Arno e le sue alluvioni

arno, toc toc firenze

Ormai da anni ci sentiamo dire che prevenire è meglio che curare e proprio il termine “mancata prevenzione” è una delle espressioni più usate dalla protezione civile per dare ragione dei disastri che sempre più spesso colpiscono il nostro paese.

Questa è un’eredità che ci portiamo dietro da molto tempo e che ha radici ben radicate nella storia italiana.

Anche Firenze è un caso lampante di cattiva gestione del territorio di lunga durata.

Tutti sappiamo che ogni tanto nel capoluogo Toscano si verificano delle alluvioni catastrofiche, quella del 1966 è la più recente, ma se ne verificarono altre due particolarmente disastrose, una nel 1557 e un’altra nel 1333, per non ricordare tutte le altre meno eclatanti.

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Ma perché l’Arno ed i suoi affluenti straripano così spesso?

Se vogliamo iniziare a capire il perché di questi eventi si deve innanzitutto considerare che il territorio su cui sorge Firenze è caratterizzato da una scarsa permeabilità dei suoli e che l’Arno è un fiume a carattere torrentizio (che quindi tende a variare di molto la portata d’acqua a seconda della stagione in cui ci troviamo). Questo fatto, unito all’andamento irregolare del letto del fiume, faceva sì che si verificassero spesso piene e esondazioni le quali assieme al trasporto di detriti crearono una complessa rete idrografica definita “a canali intrecciati”.

Nell’antichità la piana fiorentina non era il territorio che conosciamo noi, ma era pieno di canali, torrenti, isolotti e soprattutto paludi, che portarono le popolazioni etrusche a preferire le colline dove sorge Fiesole alla pianura.

Con l’arrivo dei romani però le cose cambiarono

I detriti trasportati dal fiume durante i millenni, infatti, avevano creato una zona leggermente rialzata che è oggi identificabile nell’area compresa tra Piazza della Signoria e Piazza della Repubblica. Su questa venne costruito un primo insediamento utilizzato come base per vari e successivi interventi di bonifica dei territori. Altri interventi invece eliminarono alcuni corsi d’acqua o ne modificarono il tracciato come accadde al Mugnone.

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Se il fiume aveva un ruolo fondamentale, anche le tecniche ingegneristiche erano di primaria importanza e i romani non erano all’oscuro del fatto che interventi eccessivi o sconsiderati avrebbero potuto compromettere l’assetto idrogeologico del territorio.

Tale consapevolezza venne meno dopo le invasioni barbariche e soprattutto quando nel IX secolo si verificò una considerevole crescita della popolazione, che portò ad erigere nuove costruzioni. Abitazioni, ponti, gualchiere, ma soprattutto le pescaie, con la loro intelaiatura in pali lignei intrecciati per fare muro alla corrente, contribuirono a ridurre l’ampiezza del letto del fiume e a creare degli sbarramenti che ne limitarono la libertà d’espansione.

Una tale costruzione indiscriminata unita alle precedenti modifiche del corso d’acqua resero esplosiva la situazione, che con il verificarsi di piogge eccezionali portarono alle alluvioni catastrofiche già nominate.

E se l’Arno dovesse esondare ancora

Così, nel caso in cui ci si trovi in città durante un’esondazione, è bene ricordarsi la storia e affrettarsi a raggiungere la zona di Piazza della Signoria e di Piazza della Repubblica, che furono scelte già dall’antichità come luoghi sicuri, mentre si dovrebbe fuggire da quegli importanti edifici pubblici che sono sono stati costruiti proprio nei luoghi di massima esondazione del fiume da chi ha dimenticato il passato.

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