Giorgio Antonucci e le sue battaglie: accanto a Basaglia contro l’orrore dei manicomi

Giorgio Antonucci ha la cortesia e la premura di un vecchio gentiluomo: non stupisce che abbia scritto poesie per una vita, guidato da quella profondità d’animo che emerge a ogni occhiata.

Racconta delle sue esperienze e delle sue convinzioni che con il tempo non sono cambiate, si sono solo rafforzate e gli hanno dato ragione. Ha combattuto lo stereotipo della malattia mentale e le maglie infernali dell’istituzione manicomiale di un tempo, che mortificava l’essere umano e acuiva la sofferenza.

giorgio antonucci, toc toc firenze

La malattia mentale non esiste per Antonucci, ha solo una definizione sociale: consideriamo malattia qualcosa che intacca l’organismo dell’individuo a livello fisico, qualcosa di riscontrabile da analisi o dati empirici. Ma i nostri comportamenti e i nostri pensieri non funzionano così. Non possono essere incasellati in diagnosi, spesso in passato elaborate dai clinici distrattamente, senza capire davvero la persona che si aveva di fronte. La definizione di malattia mentale può mutare da epoca a epoca, da cultura a cultura, in un percorso arbitrario che fa paura.

Non a caso, la psichiatria è stata sempre usata dai regimi totalitari per combattere la dissidenza. Antonucci ricorda un’espressione che coniò Stalin: “schizofrenia latente”, ovvero una patologia potenziale, a rischio di manifestarsi in ogni momento. Oppositori politici venivano rinchiusi in manicomio, e quindi isolati dalla scena politica, con questa diagnosi pretestuosa.

giorgio antonucci, toc toc firenze
Giorgio Antonucci ha posto al centro delle sue lotte la libertà, perché “tutta la nostra vita si fonda sulla nostra capacità di decidere”. Non si pone in contrasto con la psichiatria in sé o con la decisione di intraprendere un percorso di cura: l’importante è che l’individuo sia messo al centro di quella decisione. Un tempo bastava una denuncia di un vicino di casa per far trascinare una persona in manicomio da un giorno a un altro, senza che questa ne sapesse il perché. Impedire a qualcuno di esercitare la libertà attraverso il Trattamento Sanitario Obbligatorio significa espropriare la sua personalità. L’arresto è più accettabile in quanto ha una motivazione, costituita dal reato commesso o presunto, ma il TSO no: qui si innesta il dramma di quella che è a tutti gli effetti una reclusione, senza alcuna certezza di uscirne. E lì dentro non si aiutavano le persone: ci si limitava a mortificarle con la violenza, a stordirle con l’elettroshock, a mutilarle con la lobotomia, e ad anestetizzarle con psicofarmaci che somigliavano a veleni.

Antonucci ha lavorato con Basaglia a Gorizia, poi a Imola, cercando di scardinare un sistema, quello del manicomio, che “nasce da una società che non tollera le persone che mettono in contraddizione il contesto sociale”: rivolgendo ai reclusi empatia e attenzione. Perché chiunque merita di essere ascoltato e compreso.

giorgio antonucci, toc toc firenze

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