La bici sul ponte- Raccontami Firenze

Questo racconto è uno dei partecipanti al nostro festival letterario online Raccontami Firenze, partecipa subito per vedere il tuo racconto pubblicato!

ghirigoro_m_r

Urlo e rido, potrei dire come una bambina, ma sono esattamente una bambina.
Urlo dal sellino della bici di mio fratello, che sfreccia veloce lungo il Ponte Amerigo Vespucci.
Sotto di noi il fiume, l’Arno, s’increspa dove il suo corso è interrotto da un piccolo argine, per poi tornare al suo silenzio.
Mio fratello scuote la bici, come a perdere l’equilibrio, con le gambe allargate e i piedi a martello e ride, ride a crepapelle sentendomi gridare.
Ogni mattina muoio di paura e rido di gioia nel passare sul ponte.
Ho sempre il terrore di cadere giù, di sparire e venire abbracciata da un fiume che mi affascina e mi spaventa al tempo stesso.
E allora mi aggrappo come posso con le mani alla vita di mio fratello e lo stringo forte.
Stringo con tutte le mie forze e appoggio la guancia sinistra sulla stoffa ruvida del suo cappotto di lana.
E provo a non guardare giù, ci provo, ma non sempre ci riesco. E così urlo, urlo come non mai.
Lo giuro, ogni tanto ho provato a distrarmi guardando dall’altra parte o volgendo lo sguardo più lontano, verso il Ponte Vecchio, ma poi lo schiamazzo dell’acqua mi ha sempre riportata lì ad avere gli occhi puntati verso il basso.
E forse il fiume e il ponte sono delle scuse, le mie nascoste scuse per stringere mio fratello senza che lui si ritragga.
È maschio, è più grande di me e non tollera molto queste manifestazioni d’affetto.
Ma io faccio la finta tonta e lo stringo, almeno fin quando non arriviamo davanti a scuola.
Alla fine del ponte sterza improvvisamente a destra e ci ritroviamo, prima sul marciapiede del Lungarno e poi a sinistra sui ciottoli di Piazza Ognissanti.
La bici fa dei piccoli salti che ci fanno ballonzolare e sentire un gran male tra la schiena e le gambe.
È a quel punto che mio fratello comincia “il gioco del balbettone”, facendo finta di non riuscire a pronunciare bene le parole per colpa di tutto quello sballottamento.
« Giaddddddaaaaa, mmmmi senttttiiiiii? »
Ed io dietro a lui : « Nnnnnnnon ti sento mmmmmolto bbbbbene… » e inizio a ridere di nuovo.
Il gioco dura pochi secondi, il tempo di attraversare la piazza, ma è un’abitudine e credo che mi mancherebbe molto se un giorno lui decidesse di non giocare più.
Mentre balbetto, cerco sempre di buttare un occhio a destra e sinistra per non perdere l’occasione di vedere la piccola operetta dei portieri dei due lussuosi alberghi messi lì a veglia della Piazza.
Loro, nei perfetti abiti scuri da pinguini e i cappelli da prestigiatore, iniziano la danza delle gentilezze non appena qualcuno si avvicina alla porta o scende da un’automobile.
Le ricche clienti dell’albergo, vestite come le riviste di moda che sfoglia mia madre dalla parrucchiera, si affrettano a sparire nelle loro auto scure, senza un grazie né un sorriso.
E allora i portieri tornano lì, nel loro angolo, in perfetta posizione eretta, pronti a recitare di nuovo il loro teatrino.
Mio fratello svolta ancora, verso sinistra, verso l’asfalto.
Pochi minuti e saremo a scuola.
« Giada, comincia a togliermi le braccia di dosso e tieniti al sedile… ».
Ecco, fine dei giochi.  Lui si vergogna delle dimostrazioni d’affetto, mentre io non ne sono mai sazia.
Davanti al portone di scuola, tantissimi bambini come noi che schiamazzano, urlano e si spingono.
Non appena la bici frena vicino al muretto, mio fratello la inclina per farmi poggiare i piedi a terra e non cadere. Un piccolo gesto che, seppur necessario, ho sempre considerato una dolce accortezza da parte sua.
Niente baci né abbracci in pubblico, ecco la sua regola.
Lo saluto con la mano e ci diamo appuntamento all’uscita.
I suoi amici subito lo raggiungono e io sparisco in un secondo in mezzo agli altri bambini.

27 Luglio 2012
Fa caldo, fa sempre troppo caldo a Firenze.
Mia nonna lo diceva sempre prima di coricarsi nel letto.
«Firenze è in una buca, un sò come vù fate a non creparci. Ehhh ma io prima o poi piglio e torno lassù sui poggi! », e spariva dietro la porta della sua camera.
Lei, nata sulle colline del Chianti e trascinata a Firenze a vivere con la nostra famiglia, la città e il suo caldo afoso non li aveva mai mandati giù.
Ma oggi fa più caldo del solito, lei non è più qui a lamentarsi e io sono molto nervosa.
Oggi è il grande giorno di mio fratello, anzi, è il suo e della sua futura sposa.
Ho deciso di andare a piedi in chiesa. Le scarpe sono nuove e fanno male, il vestito è stretto, ma ho bisogno di scaricare la tensione.
Un pezzo della mia vita da domani sparirà oltreoceano insieme alla sua bella americana.
Sudo e il trucco si sta sciogliendo sul viso, sento il cuore battere a mille.
“ Giada, stai calma. Lui sarà sempre il tuo fratellone, non ti abbandonerà mai. ”
È da settimane che lo ripeto nella mia testa, ma ancora non mi convinco.
Semaforo rosso. Mi fermo sul marciapiede e aspetto.
Scooter, macchine e biciclette mi sfrecciano davanti a ricordarmi il traffico dal quale ogni giorno sono inghiottita.
Oggi però sono a piedi, devo essere felice e voglio che tutto vada liscio.
Semaforo verde. Mi affretto ad attraversare e sono sul ponte, il nostro ponte che ogni mattina ci accompagnava a scuola.
Sono anni che non lo attraverso a piedi, anni che la mia vita si muove su un veicolo a motore.
Allora decelero il passo, mi guardo intorno, mi fermo.
Davanti a me Firenze, la città della mia infanzia, delle mie risate e grida.
Da questo ponte la prospettiva si allarga, si allunga.
Il fiume dal quale scappavo, ora sembra cullarmi.
Mi appoggio a una delle macchine parcheggiate, frugo nella borsa, prendo una sigaretta dal pacchetto e l’accendino dalla taschina esterna.
Accendo e aspiro profondamente, butto lo sguardo oltre la ringhiera: il ponte Vecchio in lontananza, i turisti che si affrettano a scattare foto ricordo, la storia ammirata con il naso all’insù.
A sinistra Piazza Ognissanti, i suoi hotel di lusso e i ciottoli a terra.
Io e mio fratello sulla bicicletta che ridiamo e gridiamo.
In fondo, forse, non c’è davvero nulla di cui avere paura.

Un racconto di Laura d’Adamo

Sono Laura, ho 30 anni e vivo in Toscana. Ho sempre difficoltà a scrivere qualcosa su di me, quindi per questa volta passo e lascio le parole al mio racconto.

Ti piacerebbe vedere qui il tuo racconto? Allora partecipa a Raccontami Firenze, il nostro festival letterario online!

Credits: rete.comuni-italiani.it

Top
Optimization WordPress Plugins & Solutions by W3 EDGE