Il Cercatore- Raccontami Firenze

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Seduto sulla poltrona di velluto viola, bevevo un whisky scozzese, Lagavulin invecchiato 16 anni, mentre l’aria nella stanza veniva saturata dalle dolci note della “Sonata al chiaro di luna” di Beethoven.
Guardai l’orologio: mancava poco alle 23, ma il mio corpo e la mia mente non sentivano il bisogno di cadere preda delle catene di Morfeo. La suoneria del cellulare mi distolse dalle fantasie che stavano navigando nel mio encefalo.
“Pronto?”
“Salve, parlo con il signor Monforti? Carlo Monforti?”, mi domandò una voce calma e baritonale.
“Precisamente”, risposi.
“Scusi l’ora, ma ero sicuro che un uomo con un lavoro particolare, come il suo, non poteva essere già a dormire, ma vengo al punto: ho bisogno della sua abilità. Possiamo incontrarci a mezzanotte al Red Sky sito a Porta al Prato?”
“Va bene. Come la riconoscerò?”
“Avrò in mano un pupazzo a forma di tigre”
“A mezzanotte dunque”.
Cominciai a farmi una immagine mentale dell’aspetto che poteva avere un uomo con quella voce e che osava presentarsi in pubblico con un pupazzo; confesso che il pensiero mi disegnò un sorriso sulle labbra. Mi vestii e mi avviai verso il luogo dell’appuntamento. La mia dimora si trovava in centro quindi potevo tranquillamente andare a piedi. Le strade erano riccamente illuminate da lampioni a led bianchi e gialli; le finestre sopra le arcate del Ponte Vecchio erano state sostituite da schermi fosforescenti, mentre i lungarni erano costeggiati da fasci di luce laser rossa.
L’idea degli schermi era stata elaborata dall’assessore al turismo, poiché riteneva che ciò potesse aumentare l’afflusso di persone che avrebbero visitato Firenze. Personalmente la ritenevo una idea priva di ragionamento logico.
Via Tornabuoni era cambiata nel corso degli anni e l’unico negozio storico che era sopravvissuto al tornado della digitalizzazione di massa, era quello dei panini tartufati del Procacci; negozio rilevato, ogni volta, da vecchi nostalgici che amavano ancora sentire gli antichi sapori naturali e genuini. All’interno dell’esercizio commerciale, si potevano acquistare anche vini, liquori, dolci e altri prodotti alimentari particolari.
I negozi di proprietà delle più importanti griffe di moda erano ormai un lontano ricordo, sostituiti da negozi specializzati in attività diversificate: chi vendeva animali esotici, chi apparecchi elettronici ed informatici più avanzati, chi provvedeva a mezzi di locomozione elettrici, chi si occupava di bodypainting attraverso tatuaggi luminosi e tutto ciò che partoriva la fantasia, nonché tempestare la pelle con i piercings più stravaganti; chi commercializzava farmaci, chi accessori vintage, chi aveva aperto centri estetici ed olistici e case per appuntamenti dove il sesso poteva essere consumato carnalmente o virtualmente.

La Firenze com’era conosciuta un tempo, la culla del Rinascimento, la grandiosa capitale della restaurazione, adesso era un ricordo nella mente di alcune persone e nelle fotografie immagazzinate nei dischi rigidi dei server o visualizzate sugli schermi sparsi per la città.
Giunto presso il locale, notai subito chi mi aveva telefonato.
“Buonasera. Devo dire che ha trovato un modo singolare per farsi riconoscere”
“Buonasera a lei. Lasci perdere queste inezie e andiamo a sederci, così le spiegherò cosa desidero da lei”.
Quando la cameriera ci portò le consumazioni, l’uomo cominciò ad esporre la sua richiesta:
“Mi chiamo Alessio Zachi e ho bisogno che lei trovi una collana particolare, lavorata con ametista e ossidiana e che la porti ad una donna che adesso risiede all’hotel Baglioni: ci resterà tre giorni. Questo è il tempo che lei ha a disposizione. Il monile non si trova in nessuna gioielleria e non so darle un indizio di dove possa trovarsi”
“Questo è ovvio, altrimenti l’avrebbe cercata da solo invece di affidarsi ad uno come me. Possiede almeno una immagine per capire com’è fatta?”
“Certamente. Se vuole, gliela invio”
“Meglio”.
Non appena la osservai, non potei fare a meno di meravigliarmi: la collana consisteva in un alternarsi di tetraedri di ametista e dodecaedri di ossidiana.
“C’è una condizione”, riprese l’uomo, ”non dovrà rivelare alla donna l’identità di chi le reca il dono. Pensa di farcela?”
“E’ per questo che la gente mi paga”.
La mattina dopo mi recai presso un mio amico gioielliere, il quale commerciava anche oggetti antichi e da collezione. Il suo esercizio si trovava in via Maggio e, non appena entrai, fui inebriato da quell’odore tipico che emanano le cose di un tempo che fu. Varcata la soglia d’ingresso, ci si trovava dinanzi ad un bancone di vetro, con in mostra alcuni gioielli, per quanto quelli più belli erano riposti all’interno di una cassaforte a lettura di retina.
“Buongiorno Carlo”, mi salutò cordialmente il mio amico.
“Buongiorno a te, caro Nicola. Ti ho portato una bottiglia in regalo”.
Nicola sorrise e mise sul banco due calici in cristallo finissimo.
“Beviamo, mentre mi dici cosa ti serve stavolta”, sorrise, ammiccando e aprì la bottiglia.
Nicola era sempre stato un uomo intelligente e astuto, di aspetto non bello che compensava con un cervello superiore. Senza indugi gli mostrai la foto sullo smartphone e, intanto, assaporavo il brandy che gli avevo donato.
“Una bella ricerca: complimenti!”, esordì lui, ”presumo che tu non conosca la storia attorno a questa collana”.
Annuii.
“Non voglio tediarti con il suo racconto romantico, però ti posso aiutare. Quanto sei disposto a pagare per entrare in possesso di quella collana?”
“Allora tu sai dove si trova”
“Forse”
“Non credevo tu fossi attaccato così al denaro”
“Infatti non lo sono, ma bisogna pur dare ai bambini dell’ospedale Meyer”
“I bambini dell’ospedale? Non parlare per enigmi”
“Questo non deve interessarti e rispondi alla domanda di prima”
“Cinquemila”.
Il gioielliere bevve l’ultimo sorso di liquore, trasse un profondo respiro, poi disse:
“Vieni stasera alla chiusura, soldi in contanti e avrai ciò che cerchi”.
Me ne andai soddisfatto e, contemporaneamente, incredulo perché non credevo che avessi portato a termine la mia ricerca così presto, ma era presto per festeggiare e mi stavo preparando ad una risposta negativa da parte del mio vecchio amico.
Dopo una giornata di ricerche e un appuntamento con un’amica, tecnica di laboratorio, giunse la fatidica dell’incontro con Nicola.
Per quanto cercassi di non mostrarlo in viso, il mio animo era piuttosto trepidante.
“Buonasera Nicola. Hai avuto buon esito?”
“Giudica tu”. Alzò le braccia, tenendo fra le mani l’oggetto atteso.
Gli detti la busta con i soldi, mentre lui poneva la collana in un cofanetto in velluto blu cobalto.
Mi avvia verso l’hotel Baglioni e mi diressi, senza indugio, alla reception. Una ragazza bellissima, di origine giapponese, sfoggiò un sorriso radioso, chiedendomi cosa desiderassi. Espressi la mia richiesta e, dopo aver parlato al telefono, mi disse di attendere presso il lounge bar.
“Buonasera”. Una donna alta con i capelli brizzolati ma con la pelle giovanile, mi salutò. Mi alzai:
“Buonasera a lei, signora. So che lei non mi conosce, ma mi hanno incaricato di porgerle questo dono”.
Lo prese in mano e si sedette. Aprì il cofanetto e potei notare che i suoi occhi divennero lucidi. Con voce quasi strozzata dalla commozione mi domandò:
“Chi la manda?”
“Purtroppo signora mi è stato espressamente richiesto, anche se sarebbe meglio dire ‘ordinato’, l’identità di questa persona. Detto ciò, il mio compito è finito. Buonasera signora”. Lei mi porse la mano e l’avvicinai alle labbra.
Quando uscii, rimirai la piazza antistante l’hotel e sorrisi meravigliato di come Firenze potesse possedere ancora tanto sentimento.

Un racconto di Jacopo Niccolini

Fiorentino dalla nascita, vivo ancora a Firenze. Frequento Infermieristica e lavoro in un supermercato. Ho un profilo facebook, sono appassionato di fotografia, musica, lettura, scienza e tecnologia. La mia frase preferita è “Tutte le cose divengono” di Eraclito. Amo passeggiare, anche da solo, al mare e per le strade della mia città.

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