Firenze, nemica amatissima di Dino Campana

dino campana, toc toc firenze

Dino Campana e Firenze: un amore non corrisposto

Entro dei ponti tuoi multicolori
L’Arno presago quietamente arena
E in riflessi tranquilli frange appena
Archi severi tra sfiorir di fiori
Azzurro l’arco dell’ intercolonno
trema rigato tra i palazzi eccelsi:
Candide righe nell’azzurro: persi
Voli: su bianca gioventù in colonne.

La passione che Dino Campana ha nutrito per la città del giglio è uno dei grandi amori non corrisposti della nostra letteratura. Un sentimento che a Firenze viene ricambiato dall’indifferenza e dall’ostentato elitarismo dell’ambiente culturale, dalla pochezza di quella massa di lecchini, finocchi, cantastorie e saltimbanchi.

giubbe rosse, dino campana

Un carattere non facile

Chiariamoci, che la personalità del poeta marradese non fosse mai stata troppo facile, i libri di testo non ne fanno mistero.

Questo è subito evidente fin dalla tormentata stagione universitaria, quando il giovane Dino, dopo aver abbandonato la facoltà di Chimica a Bologna, s’iscrive a Chimica farmaceutica a Firenze. La sua indole selvaggia e i disturbi nervosi gli procurano non pochi problemi con le forze dell’ ordine e gli studi psichiatrici. Torna per un periodo a frequentare l’ateneo bolognese per poi dedicarsi ad un lungo peregrinare in giro per il mondo, finendo per scoprire la sua vocazione poetica.

Rivede il capoluogo toscano nel 1913, quando vi si reca per consegnare Il più lungo giorno, una raccolta di versi e prose, a Giovanni Papini e ad Ardengo Soffici, fondatori della rivista Lacerba. Ma il manoscritto, oltre ad essere ignorato, viene smarrito, per essere ritrovato soltanto nel 1971 e pubblicato nel 1973.

I disturbi psicofisici di Campana sono sempre più evidenti e dopo aver chiesto più volte la restituzione dell’opera ai due poeti ed essere stato ignorato dagli intellettuali fiorentini, gravitanti attorno a Le Giubbe Rosse e a Paszkowski , scoppia in una serie di accessi d’ira, arrivando, come avrebbe potuto fare un Paul Verlaine nei suoi tempi migliori, a minacciare di tornare a prendere l’elaborato armato di coltello.

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I Canti Orfici, una vendetta per Dino Campana

Dinnanzi a lui, l’ambiente culturale di Firenze getta la maschera rivelando nient’ altro che un branco di sciacalli. Campana però non si perde d’animo, conosce i testi a memoria e un anno dopo pubblica a proprie spese i  Canti Orfici.

La raccolta, ricomposta con rabbia ed un enorme dispendio di salute fisica e psichica, pur non rimanendo esente da critiche, riscuote un enorme successo. È una prova poetica eccellente, dove neoclassicismo e simbolismo si fondono perfettamente, dando vita ad uno straordinario acquerello composto di linee, luci e colori, degno dei più superbi tra i Monet.

Il componimento Firenze, citato all’inizio, è un valido esempio di questo suo modo di fare poesia. Gli Archi severi, che danno sull’Arno, richiamano alla memoria i concetti di nobile semplicità e quieta grandezza, tanto cari al buon vecchio Winckelmann. Ci tradisce il ritmo del componimento, che rivela  non rabbia e risentimento ma quiete e pace.

Ci sembra quasi di vederlo, il nostro affezionatissimo Dino Campana, passeggiare sul Ponte Vecchio, fermarsi a guardare, con meraviglia, quella tavolozza di colori costituita dalle botteghe sottostanti. Sopraffatta da un simile arcobaleno subito la sua menta comincia a tracciare i primi versi di questo splendido omaggio alla città  amata che non lo ricambiò o, forse, non lo comprese mai.

© La Nazione, Fondazione Primo Conti, Blog QuotidianoStudenti.it.

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