Dov’è il tuo Dio adesso? – La bottega di Calliope

Presa come sfida o come spunto di riflessione questa domanda ultimamente ci sovviene sempre più spesso. Specialmente quando ogni giorno dal tutto il mondo ci giungono notizie di profonda ingiustizia e di terribili calamità naturali. Sia da un punto di vista profondamente introverso che da uno più oggettivo gli scrittori del gruppo di scrittura EsseCìEffe hanno detto la propria anche su questo tema, viaggiando addirittura nel tempo.

La galea ondeggiava stretta nella morsa del vento freddo; alzava schizzi aspri e schiumosi, che penetravano come secche piccole ossa appuntite, salate e unte, nella barba e tra gli anelli arrugginiti della cotta di maglia. Era notte, e il lontano cielo nordico, li lasciava solo col ricordo delle sue luminose distanti aurore. Quello della Britannia, era tutt’altro che luminoso, ma brumoso e buio.
La notte di luna piena, permise loro di avere comunque abbastanza luce per approdare ad una spiaggia nel silenzio più totale.
La loro vittoria, seppur certa, in quei giorni di caos per i cristiani, era destinata a rimanere nell’anonimato, dimenticata e persa in quel trambusto, come uno dei tanti massacri che andavano consumandosi in quegli anni. Non potevano, però, perdere un’occasione come quella, di aggiudicarsi un così vasto bottino, e immancabile valore che avrebbe contribuito a dar loro un nome, una fama di temibili guerrieri.
Scesero a fronteggiarli quando ormai loro avevano superato la spiaggia, il villaggio fu in breve messo a ferro e fuoco e i difensori respinti. Una roccaforte, ricavata da un decadente anfiteatro, da tempo usato a tale scopo, con in mostra stracci penduli a fare da vessillo, fu l’unica costruzione che ebbero modo di difendere.
I Geati li circondarono, mentre i Romani si difendevano con fionde, balestre, giavellotti, e pietre.
Isolati, i romani non poterono che fare accogliere qualcuno dei loro assalitori nel Vahalla, perché furono presto travolti.
Alla fine del massacro, un fumante piccolo paese semi abbandonato fu reso deserto del tutto, e i suoi pochi abitanti superstiti, fuggirono nell’entroterra.
Il capo dei Geati, Hrolfr, osservava cupo quel massacro. I pochi difensori della piccola fortezza, non parevano neanche romani, i quali invece erano già morti, uccisi per primi e senza modo di potersi difendere, morti in casa loro, bruciati, trafitti da spade e lance, assieme alla loro famiglia.
Hrolfr prese una torcia, e si diresse verso un edificio in pietra, che non era stato ancora toccato dalle fiamme. Era in freddi sassi scolpiti a mano, e non in marcio legno umidiccio, ma lì vi trovò qualcosa da bruciare: una croce di legno, che troneggiava nel fondo dell’edificio, in bella vista.
Mentre saccheggiò l’oro che l’edificio celava, e ne fece bottino, pensò al loro dio.
Un dio che non era riuscito a difenderli, e ora, perdeva un tempio nelle fiamme, mentre attorno si consumavano stupri e uccisioni, che tanto condannavano.
Un dio che non sapeva altro che creare vittime, martiri piangenti che non potevano altro che biasimare l’esistenza. Un dio che li istruiva alla morte, senza restituire il colpo.
Pensò, che i romani non avrebbero potuto a lungo vivere in quella terra, che erano fuori luogo.
Che presto, sarebbero scomparsi sotto alle loro stesse colpe.
E lui, goffo gavottò afferrando un boccale di idromele, uscito intanto dal tempio, e unitosi ai festeggiamenti dei suoi uomini.
Pensò ridacchiando, che il figlio del suo dio, aveva un martello, e il figlio del loro, di dio, aveva le lacrime di un impero, ed una ingloriosa morte inchiodato ad un legno.

Autore: Damiano Crispi

Caos

Unico mio Dio
credo in te,
nella tua imprevedibilità.
Tu essenza incorruttibile,
tu così materiale o astratto,
involontario creatore dell’essere;
gaio narratore onnisciente
di questa vita basata
sulla casualità del volere
altrui, od osservatore impartecipe
di ogni nostro soffio di vita.
Tu incompresa essenza
sei stato chiamato
fato o fortuna, ma
rendendoti reale o scritto
non ti hanno compreso.
tu inalterabile ed incomprensibile
nulla, lasci le redini del mondo
in mano a chi, più forte,
sopraffà il debole mischino:
sì lasci che la vita scorra
prima di tornare a te,
tutto e niente, essere o non essere.
nella tua infinita esistenza
non hai avuto niente da
amare, solo da osservare;
tu egocentrico solitario riesci
a farti avvicinare, mai capire,
indi neanche spiegare, io so soltanto
che sei qui accanto
ed ovunque lontano.

Autore: Emiliano Bini

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Credits: Xploitme

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