Io ero Maria- Raccontami Firenze

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Maria è appena scesa dal treno. Aspetta il suo bagaglio che è rimasto nel corridoio. Si è offerto di portarlo un giovane studente. «Arrivederci ragazzo, la ringrazio». «Si figuri signora, la saluto». Afferra la maniglia del bauletto di pelle marrone e cammina a fianco ai pendolari in modo distratto, come se tutto ciò che vedesse non fossero altro che immagini. Nessun oggetto tangibile. Né le urla dei turisti né gli schiamazzi dei bambini, o le voci delle guide turistiche, sembrano infastidirla. Nulla la sfiora. «Si figuri signora, la saluto», fa eco nella sua testa. Sorride un poco, aprendo leggermente il labbro inferiore, e subito lo nasconde col dorso della mano fasciata da un guanto lattiginoso. «Un fiore signora?… Vuole un passaggio?… Le serve aiuto?… Le porto la valigia…», voci indistinte. «No, no davvero. Grazie. Non mi serve niente», ripete Maria. Scende le scale della stazione. È ferma davanti alla tranvia. Apre la pochette ed estrae un biglietto di carta. Borgo San Iacopo, numero 32. Si lascia la linea 1 alle spalle e prosegue verso Santa Maria Novella. Al semaforo alza appena lo sguardo e vede la cupola delle Cappelle Medicee. Attraversa la strada dove sta parcheggiando un tassì, che ha appena fatto scendere una coppia di ragazzi. Il tassista la osserva dallo specchietto retrovisore e, quando Maria è a pochi centimetri dal veicolo, esce con la testa dal finestrino: «Dove e la vole andare?». Maria non si impressiona del volto da cui esce quella strana melodia “dove-e-la-vole-andare”. Sale composta piegando il busto. Si ricompone l’abito seguendo con le dita le pieghe sulle cosce e consegna all’autista un fogliettino, facendolo passare tra le testiere dei sedili. «Vediamo un poco», inforcando gli occhiali penzolanti sulla maglietta sudata. “Borgo San Iacopo… e ce la porto subito».

Arrivati in piazza de’ Frescobaldi, il tassì costeggia a destra dopo la gelateria Santa Trinità. Maria lascia una banconota al tassista che le ha aperto la porta e, tenendo stretto il braccio sotto il bagaglio, entra in Borgo san Iacopo. Cammina sino al numero 32. Un palazzetto tra il convento e l’atheneum musicale fiorentino. Si ferma. Rilegge il biglietto. Borgo San Iacopo, numero 32. «Sono arrivata…», pensa. Controlla il nome sul campanello bianco, quando un rumore metallico fa scattare la serratura. La porta si apre. Maria entra dal portoncino e sale le scale. Arriva al quarto piano. Prosegue lo stretto corridoio e si ferma di fronte alla porta dell’interno due. Si spinge in avanti ed entra nell’abitazione sfiorando appena lo stipite. La casa si trova nell’identico stato che conosceva Maria che, si può dire, questa casa la conosceva da sempre. Maria aveva trovato due fogli a distanza di poco tempo, molto tempo fa. Casualmente. L’indirizzo e il biglietto del diretto per Firenze. Entra nelle stanze dell’appartamento e con stupore sicuro di chi diffida, prima degli oggetti, delle parole nomina ciò che vede. Un salottino scarno con due poltrone stropicciate. Una cucina umile priva del superfluo quanto del necessario. Un bagno cieco. Un ripostiglio polveroso. Una camera doppia.  Entra nella sua stanza e si siede sul suo letto. Adagia la sua borsa al suo fianco e appoggia le sue mani sulle sue ginocchia. Piega il suo collo verso il basso e quando lo rialza in direzione del suo specchio vede il proprio collo e i propri capelli legati da un nastro celeste. Scuote il capo e osserva la coda, stretta dall’elastico, oscillare dapprima a sinistra e poi a destra. Si vede osservarsi da dietro. Maria si spaventa di ciò che vede proiettato sul suo specchio. Non crede ai suoi occhi. Non può più credere a ciò che vedono i suoi occhi. Dov’è il mio volto?, pensa nervosa. Ma in preda ad una calma quasi irreale resta seduta composta. Solo pochi ondeggiamenti del suo corpo tradiscono lo stato catatonico.

«Che fine ha fatto il mio volto? E il mio nome? Chi sono? Il nome è una maledizione e non un privilegio. I sostantivi non servono a niente. Così il cuore. Gonfia ed ostruisce le arterie di sangue. Chi sono? Chi sto osservando? Cosa c’entro io con te che osservi? Vattene via. Cosa vuoi da me? Non sono niente. Gli occhi sono dei mentitori. Non riconosco più il mio volto. Mi sembrano i contorni di un’altra persona, di cui non ricordo il nome. Io non esisto più. Le parole mentono. Prima la solitudine, poi la tristezza e infine la disperazione. Cosa resta di me se non la fine? Non ci sono più. Vattene! Sono distaccata dalle cose. Sono distaccata da me stessa. Vai via! Dov’è il mio volto? Smettila di guardarmi. Stronza! Vattene via, puttana! Non sono niente. Non posso più niente. Da chi vuoi che fugga? Sei un ammasso curvo di pelle e di nervi. Non ho più membra. Le parole si devono fare azione? Parole. Azione. Parole. Ma non sono niente… Troppo devo affrontare per poterti ancora trattenere… Ti trattengo senza più alcuna forza».

Maria deflagra in una risata delirante. Ripete il suo nome tra le labbra, quasi per ricostruire il suo corpo, i suoi nervi e le sue membra. Lo ripete ossessivamente. Io sono, io sono… Si allontana dallo specchio. Si avvicina al balcone con passi ciondolanti, senza più grazia né eleganza. Compie alcuni scatti nervosi, movimenti meccanici e disorientati. Maria ondeggia e, senza più forze, afferra la protezione del balcone. Appoggia il ventre alla parte superiore e si sente mancare le gambe. Si tiene forte con le braccia e si sostiene col busto. Apre gli occhi e osserva il profilo di Firenze: la Cupola, il Campanile e il Palazzo Vecchio. Li abbassa e vede scorrere l’Arno, lento e inesorabile. Inspira profondamente e con un sorriso aperto si lascia cadere dal terrazzo del quarto piano. «Maria…», riesce appena a pronunciare prima di toccare l’acqua. «Maria…». Ma il nome è soltanto una maschera. La maschera di sé. La menzogna più crudele.

Un racconto di Luca Barbirati

Nasco a Vittorio Veneto (TV) il 6/3/90. Diplomato al Collegio “Alighieri”, frequento a Udine, senza laurearmi, la facoltà di giurisprudenza. Vivo a Firenze.

 

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Credits: Sthepanie Costa

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