Fateci ridere – La bottega di Calliope

Riuscire a scrivere un testo che faccia davvero ridere oggi giorno è sempre più difficile, senza ricorrere a comicità spicciola, volgare o ai soliti cliché. Ad ogni modo è stato proprio questo che abbiamo richiesto ai nostri scrittori e nonostante le difficoltà come al solito ne sono usciti di ottimi lavori. Tra questi vi proponiamo un dialogo davvero singolare tra un celeberrimo pittore del ‘600 Diego Velázquez ed il giullare di corte Juan Calabazas Calabazillas, reso noto dallo stesso pittore grazie a un suo ritratto. Ecco come il nostro autore ha immaginato il loro primo incontro…

DIALOGO DI VELASQUEZ CON UN BUFFONE

VELASQUEZ: Posso sapere il vostro nome, messere?

BUFFONE: Messere? Voi, messere, mi conferite onori che non mi si addicono.

VELASQUEZ: Chiedo venia. Posso sapere, comunque, il vostro nome?

BUFFONE: Permettetemi, allora, di presentarmi:
Juan Calabazas Calabazillas, gran zuccon tra gli zucconi, giullare di corte di sua maestà: sovrano di Spagna, Napoli e Sicilia; nonché  duca d’Austria e di Borgogna; nonché fustigator d’ogni sodomita e satanasso: re Filippo IV.

VELASQUEZ: Non sembrate avere molta simpatia per il re.

BUFFONE: Al contrario, ne ho fin troppa.

VELASQUEZ: Parlate di lui quasi burlandovene e con ironia.

BUFFONE: Sono un buffone ed è questo il mio mestiere.

VELASQUEZ: E il re non si adira?

BUFFONE: Perché dovrebbe?
So di un gran letterato inglese, messer Gilberto, mi pare si chiamasse, il quale si dilettava di proverbi, scrisse: “Gli angeli volano perché sanno prendersi alla leggera”.

VELASQUEZ: Battuta molto sagace, lo ammetto, ma dubito che il re ne riderebbe, egli è molto severo.

BUFFONE: Fin troppo.Basti guardare l’ultimo lavoro che vi ha commissionato:il piccolo Baltasàr non ha fatto in tempo a staccarsi dal petto della balia, che subito vi ha posato davanti bardato come se stesse andando alla guerra, con tanto di schioppo e di segugio, che par che dica: “Dio me ne liberi”!

VELASQUEZ: È pur sempre rampollo d’una delle più potenti case regnanti d’Europa.

BUFFONE: A Venezia, ai tempi che fui al servizio del Doge, conobbi un galantuomo. Egli aveva un figlio, che chiamò Emilio, il quale durante l’età delle marachelle e dei balocchi, fu circondato di tomi grossi come monti e da raglianti precettori.

VELASQUEZ: Fino a qui non vedo il motivo di tanta indignazione.

BUFFONE: Sapete quale fu la fine del povero Emilio una volta adulto?

VELASQUEZ: A dire il vero lo ignoro.

BUFFONE: Ebbe molte amanti.
Ma tra tutte, l’ultima fu la causa d’ogni sua disgrazia.
Ella era nobile, bella e seducente, ma di lingua tagliente e fredda come l’acciaio sulla pelle, lo condusse al cospetto di San Pietro e ne ereditò le fortune.
Insomma la fece godere più sotto terra che sotto le lenzuola.

VELASQUEZ: Trovo inopportuno parlare di un morto con una simile volgarità.

BUFFONE: Fu l’unico bene che lasciò a questa terra, la volgarità della sua esistenza.
In quegli stessi anni, conobbi un altro galantuomo veneziano.
Egli fu per me compagno di bagordi e grande amico, Federigo degli Uccialli si chiamava.
Quando sentì la morte alitargli sul collo arrivò, per fino, a commissionarmi il suo epitaffio senza tener conto di chi io fossi.

VELASQUEZ: Il giullare del re di Spagna?

BUFFONE: Messere, perdonatemi, questo è dominio d’ogni sano e mentecatto.

VELASQUEZ: E allora chi siete, se non sono indiscreto?

BUFFONE: Messere, avete davanti a voi Juan Calabazas Calabazillas, gran zuccon tra gli zucconi…

VELASQUEZ: Ancora con questa solfa !

BUFFONE: Messere non interrompete, altrimenti qua rischiamo di tirarla per le lunghe!
Dicevamo: Juan Calabazas Calabazillas, gran zuccon tra gli zucconi, granduca di scherzi e burle, sua divina magnificenza imperator degli analfabeti.

VELASQUEZ: Strano a dirsi, ma la vostra ironia comincia a piacermi.

BUFFONE: Ella mi tiene per mano da quando venni al mondo, è la mia bella cortigiana che mi rammenta d’esser uomo.
Guardate certi intellettualoni e uomini di sapere, seri e solenni nei loro grandi studi e sulla pubblica piazza.
Essi si celano agli occhi della loro umanità dietro grandi pile di tomi e ne soffocano la voce con ridondanti sermoni.
Ma messer Federigo, che degli antichi si dilettava con grande gioia, non appena sentì il suo epitaffio, ne rise  a crepa pelle, il suo cuore rise tanto quanto lui e tutti insieme si strozzarono, d’amore e d’accordo, da bravi compagnoni.

VELASQUEZ: E ricordate ancora come faceva?

BUFFONE: Come ricordo il padre nostro messere, ascoltate:
“Qui giace messer Federigo degli Uccialli,
vinizian di padre e di madre francese,
prode cavalier e di gran valore.
Il qual compì grandi e nobili imprese,
ma quelle che più vider il suo valore
fuor il vin, le donne ed i cavalli”.

Autore: Graziano Davoli

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Credits: ALTALUNA

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