Festeggiamo la morte? – La bottega di Calliope

In numerose culture la morte viene celebrata con feste, balli e colori stravaganti, basti pensare al Dia de muertos in Messico. Sono senza ombra di dubbio culture molto diverse dalla nostra, secondo la quale preferiamo ricordare i nostri defunti con rispettoso silenzio e decoro. A proposito di rispetto è da tenere di conto quello provato in occasione delle ricorrenze della morte di persone che hanno segnato in modo profondo la nostra storia e delle quali la sparizione ancora a distanza di anni ci tocca da molto vicino.
Non è stato certo un tema semplice quello affrontato questa settimana dagli scrittori di EsseCìEffe, un tema sul quale abbiamo avuto tanto da discutere ed è stato estremamente interessante vedere come ogni scrittore ha riportato una sfumatura diversa di questo forte contrasto. Il testo che andiamo a presentare racconta proprio come viene vissuto in prima persona quel rispetto di cui accennato in precedenza, e di come sia impossibile per molti, ma purtroppo naturale per alcuni, festeggiare la morte di certe persone.
Buona lettura.

Baffi & Tritolo

I loro baffi mi davano sicurezza. Quei due uomini sembravano indossarli con eleganza e rigore. I baffi della sicurezza. I baffi del futuro. Erano quelli di Giovanni e Paolo. Non ci avevo mai fatto caso, ma quei due nomi, insieme, rievocavano il papa. Con la stessa eleganza e lo stesso rigore gli avevano donato i nomi di due apostoli, tra i più importanti. Chi erano gli altri? Pietro, un nome che da noi sentivo troppo spesso, Luca, Matteo, e. E del resto cosa mi importa. Due uomini. Due paia di baffi. Un’unica immensa lotta di piccoli titani contro una chiesa diversa.
I loro nomi risuonavano sulla stampa e nelle televisioni.
I loro nomi erano contrastati come anticristo.
I loro nomi erano quelli che potevamo associare alle parole “Popolo”, “Libertà”, “Giustizia”, “Stato”. Non erano gli unici certo, ma erano i più resistenti alla memoria di tutti. Erano gli unici capaci di portare la croce delle maiuscole. Le maiuscole di parole dotate, finalmente, di un senso profondo e sincero. Guardare le foto dei loro volti, i loro occhi, restituiva quel senso di etica e di dovere. Una disperante serenità nell’andare verso un destino segnato. Loro erano due dei pochi uomini d’onore. Tra mille ominicchi e quaquaraquà, loro erano uomini d’onore. Come loro tanti altri.
Falcone e Borsellino erano gli idoli di un Olimpo indomabile, fatto di Spampinato, un giornalista ucciso; di Peppino Impastato, un lottatore gentile capace di rifiutare quello che, in Sicilia, è un’autorità – il cognome – e ucciso; di Boris Giuliano, reo di troppa intelligenza, troppo scaltro fu, era troppo un ispettore contro: ucciso; e l’Olimpo era pieno di cadaveri: Pio la Torre, ucciso; Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso; Giuseppe Fava, ucciso; Ninni Cassarà, ucciso;  Emanuele Piazza, poliziotto, ucci… ah no, sciolto nell’acido.
Gli ominicchi d’onore sanno come fare il loro lavoro. Sanno dissanguare una città, una regione, uno Stato.
A quanti siamo? Devo ricontare: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto. Otto uccisioni. Un numero impressionante nella memoria di chiunque non abbia combattuto in una guerra, perché questa è una guerra. Ma Piazza corrisponde all’attentato numero 408. Attentato, non vittima 408. Era il 1990.

Oggi è sabato. Dovrebbe essere un giorno di festa. Dovremmo festeggiare. L’aria mi sembra troppo tiepida, troppo calma, ci sunnu i vuci ma ‘un sentu a nuddu. La conta è salita. Le strade italiane, sì, italiane, perché gli ominicchi hanno ovunque le loro diramazioni, ormai mezze indipendenti, le strade italiane sono tinte di un invisibile rosso viscido, arancio, inumidite dal sangue. La conta-attentati è salita, puntano al record: oggi è sabato 23 maggio 1992 e siamo a 494.
Addabbanna sentu vuciari. Quando sono teso mi torna tutta la mia lingua madre, mi pervade, cerca di ricostruire le mie radici, mi protegge. Niente. Il silenzio. Quando mi succede così lo… lo so, me lo sento.
– Dio ti prego, tu che conosci la fede, abbi cura della mia. Cura la fede del nostro popolo. Pregavo. Pregavo in un Dio in cui a lungo non avevo creduto. Sedici anni di fede nascosta e ora mi saltava fuori.
– Dio, se davvero vuoi che creda in te allora sai cosa fare. Cercavo un accordo. Poi mi pentivo. Chi sono io per permettermi questa posizione, alla pari con il Creatore. Allora ricominciavo e pregare. – Ti prego. Le ginocchia sul pavimento. – Ti prego Dio proteggi loro e prendi me.
La mia speranza. Loro. Paolo e Giovanni, i due santi che più di tutti si dedicavano al costante martirio, gli unici possibili salvatori.
Crollai nella disperazione e nell’attesa. Il pomeriggio era infinito, come le voci degli ambulanti, i profumi del cibo e l’odore pungente del mare. Da casa mia non si vedeva.
Svenni per la stanchezza e la disperazione. Svenni in nome di quei baffi che un giorno avrei voluto avere sul mio viso. Svenni. Senza sapere se al mio rinvenimento il modo sarebbe stato lo stesso.

Pochi ricordi mi sono rimasti di quei giorni devastanti: le critiche e gli attacchi che molti rivolgevano a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino; il silenzio immaginario che tuonava nella mia testa; le immagini tremende del ventre siciliano devastato dalle bombe; la mancanza di rispetto che, quelli, avevano insinuato in seno alla loro terra, tra il loro popolo. Furono giorni in cui si era ammutolita la mia speranza, tra le urla e le lacrime di tutti coloro che, magari in disparte fino a quel momento, sapevano che stava finendo un sogno. Stava finendo il sogno della libertà e del cambiamento.
Ricordo mia madre che mi diceva – Salvo, amunì ‘un ti scantari. Io le restituivo due occhi gonfi, rossi. Tutto stava crollando. La casa era solo un’apparenza, meno solida di un’autostrada dello stato. Le maioliche colorate, che a stento riesco a recuperare da una nebbia sconosciuta. Tutto è sfocato.
Avevo sedici anni in quel 1992 e sognavo di fare il magistrato.  In tre mesi del 1992 i baffi scomparvero. E io con loro. A luglio, mia madre non mi diceva più di non scantarmi, la mano mi faceva cenno di rientrare, – Salvo. Gioia mia, amunì. Il balcone di casa mia non era più un posto sicuro.
Io immaginavo quelli che li avevano ammazzati. Sdraiati nel profumo intenso nelle campagne che un giorno avrebbero depredato. Stesi ad aspettare le tre Croma – marrone, bianca, guidata da Falcone che aveva lasciato sul sedile posteriore l’autista, da come dicono, e azzurra -. Aspettano insieme a mille chili di tritolo. O seduti comodamente su qualche tetto, appartati come sorci dietro qualche cassonetto, con l’auto dinamitarda pronta a smuovere le fondamenta del Paese. Me li immagino stesi come serpi, come parassiti. Me li immagino lì.
E poi all’improvviso arrivano i due baffi.
Loro schiacciano un pulsante e le strade fanno boom.
Un boom secco.
Un boom aspettato da tutti.
Parte la chiamata. Parlano. Sorridono. Sono in estasi. E alla fine sapete cosa dicono? – Amunì, andiamo tutti a festeggiare.

Autore: Luca Pollara, con la collaborazione di Mariachiara Ingrassia, Alessandro Riso e G.P. per la correzione delle espressioni siciliane.

Credits: Arantxa

  • EsseCìEffe è un gruppo informale di giovani scrittori fiorentini, che ogni settimana si incontra per condividere i propri racconti, poesie, filastrocche, dialoghi teatrali o qualsiasi cosa una mente creativa e una penna possono generare.

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