Firenze Santa Maria Novella, termine corsa del treno- Raccontami Firenze

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ghirigoro

Adesso è diverso tempo che non ci torno, ma almeno una volta ogni due giorni mi viene da pensarci. Se faccio un calcolo rapido sommando tutti i minuti in cui mi ci sono fermata negli ultimi anni, penso di averci trascorso almeno mezzo anno della mia vita. Sto parlando di uno dei posti più belli del mondo (per quanto mi riguarda): la stazione di Firenze Santa Maria Novella.

Fosse per me, pianterei regolarmente una tenda per restare a vedere quello che accade e per incontrare personaggi che a descriverli non rendono minimamente quello che ti danno. Stare in piedi nelle stazioni è come stare seduti sul seggiolino di un cinema: ti gusti lo scorrere del montaggio dei fotogrammi racchiusi in una pellicola e intanto pensi alle migliaia di destini che corrono intorno a te, che si sfiorano per un momento e non sai che fine faranno, divenendo quasi sovrannaturali. E allora penso… Quando sei lì, disorientato, in mezzo al trambusto talmente stratosferico che ti verrebbe voglia di buttarti per terra e urlare, cosa fai? Ti fermi. Aspetti che appaia l’orario del tuo treno sul tabellone, anche se in realtà gli orari sono sempre gli stessi, o quasi, e li sai a memoria. Ti fermi, dentro quella stazione surreale, perché Firenze Santa Maria Novella è surreale, a partire dalla sola struttura. Il tuo tempo si blocca, mentre quello degli altri sembra scorrere all’impazzata. Stormi di persone si tuffano in avanti, corrono verso il treno che partirà tra soli due minuti. Buste, sacchetti, borse e borsine di acquisti giapponesi volano in aria scompigliandoti i capelli; trolley e ventiquattrore ti sbattono contro gambe e fianchi; zainoni da settanta chili ciascuno corrono su spalle americane, belle robuste, per non perdere la tappa successiva del loro interrail; gambe canadesi distese in terra, fanno sgambetto ai passanti; di facce francesi poco o nulla in questa stagione; i tedeschi sempre in piedi e pronti per marciare; ombrelli puntati in avanti, che per poco non ti infilzano; fiatoni di vecchi e giovani che recuperano ossigeno una volta saliti sullo strapuntino del vagone; pendolari che prendono il treno all’ultimo secondo. Centinaia di persone, che per un solo istante incrociano il loro sguardo…Una probabilità su cento li farà incontrare di nuovo…

Una realtà multiformemente frammentata, che osservi dal binario sedici: tutti corrono, tutti divengono brulichio di formiche e tu ti diverti ad osservare tutte quelle espressioni, quei colori, che dall’ unità si fanno molteplicità… E in tutta questa massa di vita che arriva e parte, si disperde e si dirama verso diverse destinazioni, tu non saprai mai dove e perché vanno in quella città o verso qualche paesino sperduto, e perché sono venuti qui a Firenze. A pensarci ti viene una morsa allo stomaco, quel sentore di angoscia che ti pervade piano piano; poi ti guardi attorno e… Diamine! A quel punto, a quel punto senti che avresti bisogno di rassicurarti con una faccia nota. E la stazione ha da offrirti anche di quello.

Capita infatti, che nella dispersione della massa oceanica di persone, trovi sempre qualcuno che, almeno di vista, conosci ormai da tanto tempo: Spugna non ti delude mai. Un barbone che gironzola con lo stesso cappellino di un mozzo, che non si sa per quale motivo d’estate ama vestirsi elegante, mentre d’inverno si lascia andare al suo bomber vissuto. Cammina, un po’ incurvato per via delle posture scorrette a chieder due spicciolini per un caffè. Tira dritto come un carro armato e non cambia direzione. Anche nelle giornate più storte la sola vista di Spugna ti mette quel minimo di buon umore in più.

Poi c’è Tin Tin; raccoglie sempre le monete che qualcuno lascia per sbaglio nelle macchinette automatiche del parcheggio. A giudicare dagli occhi e dal suo sguardo assente li raccimola per droga.Ogni tanto ti capitava di trovare il poeta, Chaucer, che ancora i vestiti addosso se li tiene. Dai modi, veramente un signore. Le sue poesie sono state valutate e commentate da illustri professori dell’Università di Pisa… Almeno così dice. Infine lei… Un personaggio a dir poco stupendo, che alberga spesso attaccata alle inferiate del binario 16, o sul treno che parte sempre da questo, destinazione: Roma Termini. Lei, un trans meraviglioso, naturale, una bellezza quasi francese anni ’80. Capelli corti, portati rigorosamente all’indietro, un maglioncino grigio dallo scollo a “V”… Scopre il petto bellissimo, senza forme, ma che da la sensazione di essere un seno sporgente; jeans a vita alta, contengono al loro interno la maglia; occhi stupendi, truccati sempre di nero; incredibilmente femminile e allo stesso tempo orgogliosamente maschile, mostra dai pantaloni le proprie sporgenze. Come fosse uscita da una canzone di De André. Ogni volta che la vedi, scende dal treno, sempre in compagnia di qualcuno, che ha trovato magari durante il viaggio, con cui scambiare due chiacchere. Ma nel frattempo, in tutto questo via vai di persone, sono passati solo cinque minuti in cui: ti sei voltato, hai osservato e incrociato facce di altri…. E adesso… Anche tu stai per perdere il treno!

Se tutta questa bellezza sia soltanto frutto di un alone di ingenuità nei miei occhi non ve lo saprei dire. Una cosa è certa: in mezzo anno di vita passato alla stazione per andare all’università, qualcosa dovevo pur fare!

Un racconto di Eleonora Chiarugi

Sono Eleonora Chiarugi, ho 26 anni e vivo a Vinci. Sono laureata in Scienze della Comunicazione. Scatto fotografie, giro cortometraggi e faccio teatro.

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Credits: Luigi Torregiani

 

 

 

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