Folco e Bona – Raccontami Firenze

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‘Folcooo, oh Folco! Gl’ è pronto in tavola. Che vieni?’.
Eccoci! Quella che la bercia dalla finestra gl’ è Bona, la mi’ moglie e… bona l’ era bona. Ora la peserà du’ quintali, ma son du’ quintali di moglie e ci si vo’ bene uguale.
‘Ché, pure lei, m’ ha preso alto e snello e ora si ritrova un budello fra le lenzuola di’ corredo.

’Ovvia ragazzi, s’ è fatta quell’ ora. Ma quale rivincita… C’ ho la Bona m’ ha preparato i cannellini di Renzo, che son diversi da quelli di bottega tutti ‘bucciosi’ che un mi garban punto.’.

E così, come ogni sera alla solit’ ora, sei e mezza cascasse i’ mondo, lascio i mi’ compagni di briscola giù ni’ cortile e vo’ dalla Bona che la m’ accoglie su’ i’ pianerottolo coll’ immancabile: ‘E mi si fredda, bighellone!’.
La mi guarda, a braccia su’ fianchi, mentre fo la capra su pe’ le scale, ansimando come un treno, e la scuote i’ capo: ‘Oh nini, una volta e le facevi a corsa.’
’Oh nacchera, pure te da ragazza e tiravi più d’ un cavallo!’
E giù a ridere. Lo sa che un dico ‘suisserio’. L’ è che mi garba ruzzare. Con lei poi più che con l’ altri. La c’ ha i’ senso dell’ ‘umor’, lei. Un s’ arrabbia mai, anzi, la mi stuzzica, perché la c’ ha ancora voglia di ridere. E sì che se n’ è passate, eh… Mica robina da poco… ma s’ è sempre galoppato fianc’ a fianco. Oddio, da quarch’ anno, più che galoppare si sartella, ma fa uguale.

La m’ ha apparecchiato su i’ terrazzo, stasera! La si sente romantica. La fa tutta la gattina che mi par di sentire i’ ‘fru fru’ delle fusa.
Un fosse per le zanzare… I gerani s’ impegnano a tenelle lontane ma pure le manone della mi’ moglie un ischerzan mica: e patatim, e patapam. Certi ‘stiaffi’. La pare ‘na gitana colle nacchere.
C’ è un tramonto poi, stasera… L’ Arno l’ è una roba; un regalo di Dio; uno specchio, indo’ tutto i’ mondo se la vive a test’ ingiù.

S’ è alzata la brezza: la Bona chiude l’ occhi e se la gode, con la testa all’ indietro. Ohi, ohi, quanto l’ è bellina la mi’ Bona, e quanto l’ è bella ‘sta città!

Il cielo l’ è rosa, le nuvole paion di zucchero, l’ Arno gli è d’ argento e i gerani son rossi. Mi sento i’ core d’ un poeta, stasera. E, sarà icche’ sarà, ma a me e mi scappa di cantare.

“Firenze,
città di ingegni arditi,
la vive in una culla
di colli che son sempre,
sempre fioriti.

Chi c’ha la sua francese,
chi c’ha la sua australiana
e poi c’è chi c’ha l’inglese
oppur l’americana.

Io c’ho la mi’ biondona,
la ‘un sarà scicche,
p’è forse una ciartrona,
però l’adoro senza reticenze, bah,
e perchè l’è come me,
l’è di Firenze.”.

E fo’ ancora parecchio effetto quando gli do dentro di gargarozzo, con l’ ugola pell’ aria.
La Bona la mi fissa con cert’ occhi birbi che se c’ avessi diec’ anni di meno…
‘U-uuuh.’
‘O che ti metti a fare il lupo, adesso?’
‘Bellina e c’ è la Luna piena e te, con qui’ vestito, tu mi pari un caffellatte.’
‘Un caffellatte… O che complimento gl’ è?’
‘Perché? Un ti piace i’ caffellatte?’
‘Certo, ma…’
‘Niente ma. Un cappuccino in tazza. E io mi ci tuffo dentro.’
‘Bah, con la ciambella che c’ hai un tu rischi d’ annegare.’.
M’ indica i’ ‘belliho e, giù, la si scompiscia da’ i’ ridere e, io, dietro, rigiù; un tripudio di dentiere a’ i’ vento.

Dopo un pochinino, l’ abbuffata la si fa sentire. Ci s’ ha du’ trippe, si pare cammelli colle gobbe su’ i’ davanti, così prendo la Bona a braccetto e si va a digeri’.
A piedi, a zonzo come du’ ganzi, s’ ammira i’ San Miniato e i’ Piazzale da i’ sotto. E dì che da giovani ci s’ andava, su pe’ quelle salite; su, su fino a’ i’ Davidde, a rimirare l’ Arno che sonnecchiava sotto i ponti. Si pareva giraffe. De’ passoni lunghi e svelti… Bah, un né che ora, da vecchi, ci si rinunci mica.
Sta citta’ l’ è poesia e, all’ omini, gni piace la poesia. Io e la Bona e siam figli di Firenze piu che de’ nostri babbi e delle nostre mamme. In un’ altro posto e un ci riuscirebbe mica di vivere.
Una vorta son stato a ‘n lago. C’ era ‘na piantina di fragole. Un profumo… Scavai intorno alle radici e la portai a casa. La misi in un vaso ma la mi morì. Neppure a lei gli riusciva di vivere da un’ artra parte.

E così, ora che ci s’ hanno i piedi fatt’ a pattino e si casca al soffiar del vento, noi si sta sulle panchine a guardalla da i’ sotto in su; ma tanto Firenze l’ è bella uguale, co’ i’ su’ Arno che riluccica, i tarponi che si fan le carezze in riva, i fiaccherai che ti fan ‘popipopi’ con la trombetta e la mi’ Bona che la si gusta i’ gelato con la paletta.

La luna stasera l’ e’ curiosa. C’ ha du’ occhi pare la ti guardi! Fa veni’ voglia di dalle qualcosa da guarda’. E dai e dai, mi vien l’ ideina. Avenne d’ idee così, nella vita! Sdrucciolo di natica sulla panchina e m’ avvicino. Le fo girare un braccio intorno alla schiena e… gnam!, le ciuccio i’ gelato dalla paletta. Lei, figurati, si fa prender subito da i’ giramento. Principia a brontola’ pare ‘na pentola e io, smacchete!, gn’ arrifilo un bel bacione collo stiocco.
‘E tu se’ proprio bischero’, dice, ma m’ accarezza la pelata con l’ occhi tutti a stellucce; poi la s’ emoziona: tutta rossa come lo stemma di’ giglio.
‘Oh, vai via, vai.’, e la mi tira pure uno spintone.
Si ridacchia e ci se ne torna a casina, fiancheggiando i’ fiume, con l’ anatroccoli che s’ addormano tutt’ arruffati e i’ cielo che si sciacqua ‘n Arno, come i panni di’ Manzoni.
A letto, piede a piede, si sta colle finestre aperte perché a noi, ‘sto cielo di Firenze, e ci garba vedello, tutto trapuntato di stelle.
Dice… ‘le stelle le ci stanno a guarda’! Bah, stasera, io e la Bona, ci s’ addormenta mentre e si guarda loro… e so già che un sognero’ perché e un c’ è sogno più bello della mia realtà.

Un racconto di Laura Campobello

Vivo e lavoro a Firenze, città che tanto amo. Scrittrice autodidatta, da anni mi diletto nel comporre racconti brevi, alcuni dei quali editi.

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Credits: Andrea Lauretti

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