Folklore – La bottega di Calliope

Questa settimana gli scrittori del gruppo di scrittura EsseCìEffe si sono immersi nel folklore europeo, riemergendo con due storie in particolare. Nella prima non si sono spostati più di tanto, dando voce ad una figura del folklore fiorentino, che purtroppo con il susseguirsi delle generazioni si sta lentamente perdendo. Quindi ricordatevi di questa storia quando vorrete raccontarne una al vostro fratellino, a vostro nipote o a vostro figlio.
Nel secondo invece narrano una leggende che si espande in tutto il territorio europeo, fino alle regioni più a nord.
Buona lettura.

Esotico uccello

Bada che fine… Solo con i’ mi’ gotto di vino, ni retrobottega di’ vinaio… La mi’ firenze un mi riconosce più. Ormai pe’ fiorentini son poco più che un forestiero. io che di Firenze fui l’insegna tra i Pulcinella, Pantalone, Colombina, Arlecchino… Io che dell’arguzia fiorentina fui i’ ritratto più fedele. Chiuso qui, solo come un cane, a bere i’ solito chianti. ma un c’è da stupissi. La mi’ Firenze un c’è più. La Firenze de’ moccoli, de’ vinai, de’ trippai… Lontano ricordo. Ora l’è la città degli snob,  degli pseudointellettuali de’ mi coglioni. Ora ci si vergogna di bere dalla cannella, di mettesi i’ toni, di’ mettessi buco pillonzi… Se lo dici ora i fiorentini ti guardan con quell’aria di disprezzo tipica dell’abbottonato ben pensante. Che coglioni! Sentissi forestiero ad esse’ fiorentino pe’ davvero. Ma un me la devo prendere se son ricordo di pochi, la mi’ Firenze, come la mi’ Italia, gl’è ita. Noi, paese di’ Campanile, ridotti ad esse’ politicamente corretti… Ma lasciateglielo essere a crucchi! I’ bello di’ nostro paese so’ le differenze. Tutto icché s’è prodotto di bello gl’è frutto di queste! Dovete capire che i’ diverso crea i’ bello! E unn’è vero che se io parlo i’ fiorentino, te i’ milanese e te i’ napoletano, siamo una banda di ignoranti! Ignorante gl’è chi crede di pote’ cancellare icché s’era, dicendo di farlo per i’ bene del paese! I’ bene nostro, d’italiani, gl’è conoscere icché s’era per capire meglio icché siamo adesso. Noi s’era i’ paese delle contee,  delle marche, de’ principati. Un siamo mai stati un paese unito, e buondio, questo è quello che in uno spazio così piccino c’ha fatto fare icchè s’è fatto! Ma ora va di moda fa’ gli snob, standardizzassi… Ma unn’è i’ nostro destino! O almeno spero… Anche se a pensacci mi sa che sbaglio, d’altronde son qui, solo,  dimenticato da tutti… Ormai a di’ Stenterello pare di annunciare un esotico uccello.

Autore: Lorenzo Cambi

Dile2

Changeling

Non è nel pallore del mio carnato lunare. Né si trova nelle espressioni goffe del mio volto minuto, che si accende di un rosso vermiglio senza alcun preavviso.
Non la troverete nei miei passi timidi, nei miei piedi che sembrano affondare nella terra quando sento che qualcuno mi osserva.
Non è nella mia voce flebile, nelle parole mormorate, che appena pronunciate vorrebbero correre a nascondersi, perchè già lo sanno che voi non capirete.
Non è nei miei oscuri giochi solitari, né nelle strane storie che mi racconto per sognare meglio.
Non è nemmeno nelle mie lacrime, nell’angoscia che mi avvolge senza lasciare la presa, e che non so spiegare.
Non è nelle mie domande di allora, sproporzionate rispetto alle mie labbra d’infante. E non è nella mia fantasiosa indipendenza, quella che voi chiamate asocialità. Perchè io non sono asociale. Siete voi ad essere noiosi.
E’ troppo semplice, per voi, con la vostra pelle brunita dal sole e la voce troppo alta, con la vostra triste austerità e la saccente presunzione, con la vostra scortesia ed i pensieri allineati l’un l’altro, come un’infinita autostrada, ordinata, monotona, grigia.
E’ qualcosa di sottile, quello che cercate in me, come la linea dell’orizzonte, come una canzone che sapevate a memoria e che non ricordate più. Come il confine tra la realtà ed il sogno, così è quello tra voi e me.
Ma ciò che sono è in evidenza, per questo sorrido, guardandomi allo specchio.
Sorrido perchè ora lo so, ora lo vedo, ora MI vedo, e voi invece no, e non ci arriverete mai.
Ciò che sono è qui, davanti a voi, ma non smetterete mai di fissarmi con volto corrucciato, sgarbatamente, come attraverso un vetro, come se io non potessi vedervi, come se non potessi sentirvi, quando, alle mie spalle, vi chiedete se sono normale.
Sapete, basterebbe guardarmi negli occhi senza tanti pensieri inutili. Così la vedreste anche voi, quella scintilla vivida che brucia dietro le iridi verdi come giovani foglie.
Ora lo so. Come so che i giorni a venire si faranno molto più interessanti, sia per voi che per me.
Meglio che salviate nella vostra labile memoria il polveroso, desertico paradiso che avete tentato di impormi. Non ne resterà traccia. La miccia si è accesa, ed il mio spirito esploderà come una stella che nasce, tra cascate di scintille di tutti i colori dell’arcobaleno. I miei piedi torneranno a danzare, sfidando la gravità. I miei occhi torneranno a ridere, indifferenti alle vostre maligne, irrilevanti, vane parole. Il vento tornerà a soffiare, e la magia tornerà, finalmente, a far parte di questo mondo.
Mi ringrazierete. Un giorno. Forse.

Autrice: Diletta Chirici

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Credits: Giulia Ballarin; Il Gigante

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