I Macchiaioli: la storia del movimento artistico fiorentino

i macchiaioli, toc toc firenze

Siamo nell’Italia dei Carbonari, nell’Italia degli scontenti, delle rivolte a Venezia e della Prima Guerra d’Indipendenza.

Siamo nel 1856 e sarà il Caffè Michelangiolo di Via Larga (oggi Via Cavour) a dare alla luce, tra il civico 19 e il civico 23, tra malcontenti e fermenti rivoluzionari, il movimento dei Macchiaioli. Nello stesso anno si celebrerà con il Trattato di Parigi del 30 marzo la fine della guerra di Crimea.

Un anno prima, nel 1855, Napoleone III per promuovere i vini di Bordeaux all’Esposizione Universale di Parigi mise a punto una classificazione che è tuttora in vigore.

E un anno dopo, il 31 dicembre del 1857, la regina Vittoria del Regno Unito avrebbe scelto Ottawa come futura capitale canadese. Mentre quattro anni più avanti Garibaldi sarebbe salpato da Genova con i suoi mille fedeli volontari.

Firenze: culla dei Macchiaioli

Firenze in quegli anni si presenta con una nuova illuminazione a gas, la società “semi-segreta” dei tipografi, e con una serie di idee anticonformiste.

Il Caffè Michelangiolo si trasforma in una sala dibattiti, il luogo prescelto dagli artisti che frequentavano la vicina Accademia di Belle Arti per contraddire stile classico e rettori, regole e tradizionalismo, diventando così il quartier generale della pittura toscana.

Gli atteggiamenti ribelli portarono il gruppo a concentrarsi su qualcosa di diverso, anti-tradizionalista, dipingendo un’altra Firenze, quella delle periferie.

Non si rappresentano più i soggetti storici e stereotipati delle accademie, ma la vita rurale, le attività lavorative e le campagne toscane secondo un intento realistico. Le forme sono semplificate, i particolari ridotti.

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I Macchiaioli venivano respinti alle mostre ufficiali, ma portarono avanti la loro ricerca visiva con coraggio e grandi sacrifici.

Il termine venne coniato nel 1862 da un recensore della «Gazzetta del Popolo» che così definì quei pittori che avevano dato origine ad un rinnovamento della pittura italiana in senso verista.

Castiglioncello, invece, fu il loro rifugio fuori Firenze. La scoperta del posto si deve a Diego Martelli, ideatore insieme ad Adriano Cecconi delle regole che dettarono lo “stile”.

Martelli ereditò una proprietà di oltre ottocento ettari che, da marina del golfo si estendevano fino a Nibbiaia. L’incontaminata bellezza contagiò la tela dei Macchiaioli, impegnata nella ricerca evocativa della natura.

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Dall’esilio di Castiglioncello uscì il curriculum artistico del movimento dove la parola d’ordine è “en plein air”, si abolisce il chiaro-scuro e  si dichiara che la forma dell’oggetto non è creata dal suo profilo, ma dal rimbalzo della luce che colpendolo arriva ai nostri occhi sotto forma di colore. Le macchie si accostano tra loro, sarà poi l’osservatore a rimescolare i colori sulla sua retina per una più vasta veduta paesaggistica d’insieme.

Fondarono una comunità chiamata “Scuola di Staggia”, capitanata da Serafino De Tivoli mentre Giovanni Fattori, considerato il massimo esponente del movimento, fu nominato nel 1869 professore nell’accademia di Firenze riuscendo a conferire un riconoscimento istituzionale ai sempre più esclusi Macchiaioli.

Nel 1862 venne chiuso il “Caffè Michelangiolo” e con esso ebbe fine il periodo eroico della “Rivoluzione della macchia“.

Siamo nel 2014, il Caffè Michelangiolo è sempre chiuso ma il civico 21 di via Cavour esiste ancora, ed è lì che più di cento anni fa si concentravano i pensieri e gli ideali degli eccentrici anti-accademici fiorentini.

 

Credits:commons.wikimedia

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