Quale destino per le città d’arte? Intervista allo storico dell’arte Tomaso Montanari

toc toc firenze, montanari

Incontro Tomaso Montanari alla stazione di Firenze, dove mi ha dato appuntamento di ritorno da uno dei suoi tanti viaggi per l’Italia.

Sono un po’ teso, è la prima volta che mi capita un’intervista con un personaggio così conosciuto anche fuori Firenze, e gli argomenti di cui parleremo non sono facili: l’università italiana, il modo in cui è gestito il patrimonio culturale nel nostro paese, il ruolo dell’architettura contemporanea nei centri storici. Chi poi legge le sue opere o il suo blog ne Il Fatto Quotidiano sa bene che il professor Montanari non si esime dal prendere posizioni scomode né risparmia le critiche. Esse hanno avuto per oggetto, fra gli altri, anche l’amministrazione del Polo Museale Fiorentino, quella di Palazzo Strozzi, l’attuale ministro dei beni culturali Franceschini e molti di quelli che l’hanno preceduto ultimamente.

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Il patrimonio culturale: un’industria o uno strumento di civilizzazione?

Quando Montanari scende dal treno mi invita nella sala di attesa riservata ai grandi viaggiatori. E’ gentile e si informa al progetto di Toc toc Firenze. Mi tranquillizzo, e decido di iniziare subito con la domanda più delicata per entrare subito nel vivo – quella sulla gestione del patrimonio artistico e culturale. Montanari infatti è molto critico sull’attuale politica in proposito, in particolare a Firenze, perché a suo avviso considera la nostra eredità del passato un modo per fare cassa e non uno strumento per trasmettere i valori civili e per educare. 

Professore, conosco la sua posizione, però il patrimonio culturale italiano è molto oneroso da mantenere. Secondo lei è possibile pensare che possa almeno sostenere da sé il costo della sua conservazione oppure essa va considerata una spesa necessaria, come facciamo per la scuola o la sanità?

In parte una cosa e in parte l’altra. Da un lato la cura del patrimonio è un investimento a fondo perduto: richiede denaro, è vero, ma ci restituisce cultura e civiltà. Se nel 400 non l’avessero pensata così, oggi la Firenze che conosciamo non esisterebbe. È fuori di ogni logica pensare di poter invertire la storia oggi e ottenere dall’arte più di quanto non investiamo.   Dall’altro lato, è in effetti possibile pensare ad alcuni utilizzi del patrimonio tali da garantire delle entrate. Penso a tutto il patrimonio italiano non museale – la maggior parte: le regge, le ville e alcuni palazzi, il cui utilizzo non contrasta con il rispetto e la valorizzazione del patrimonio stesso.   Io non sono contro il turismo, sono contro la monocultura turistica e lo sciacallaggio delle opere d’arte. Contro il fatto che Firenze abbia espulso dal centro tutte le attività che non siano a questa legate.

Professor Montanari, lei è stato critico anche sui frequenti prestiti di opere d’arte. Ma allora è giusto farle viaggiare per permettere a tutti di poterle apprezzare? Oppure il contesto storico e artistico che le ha prodotte è un elemento imprescindibile per poterle apprezzare?

Noi siamo custodi delle opere che riceviamo dal passato e non proprietari, siamo tenuti dunque ad averne la massima cura. Il prestito è sempre un’operazione rischiosa che andrebbe fatta solo quando ne vale la pena. In Italia invece stiamo facendo viaggiare, tanto per fare un esempio, delle opere d Caravaggio da anni con il solo fine di promuoverne il brand: mi spiega lei qual è il senso di una mostra che mette insieme Caravaggio, Tutankhamon e Van Gogh?

Lei ha detto “In Italia gli studi di storia dell’arte dovrebbero essere più seri e severi di quelli di storia di ingegneria”. Partendo da questo spunto mi dica la cosa più urgente da cambiare nell’università italiana.

L’urgenza è rimettere assieme la ricerca con la didattica. L’università non è e non deve essere il luogo in cui si trasmette un sapere manualistico ma la sede in cui la ricerca si rinnova, si critica il sapere esistente e lo si inquadra in un sistema rigoroso per consegnarlo alle prossime generazioni. Per questo sono fortemente contrario a separare le università di ricerca e quelle di insegnamento come avviene negli Stati Uniti.

Torniamo a Firenze. C’è stata nell’ultimo anno una mostra che le è piaciuta particolarmente?

La mostra alla Galleria dell’Accademia sui simboli repubblicani a Firenze o quella del Gran Principe agli Uffizi erano sicuramente mostre serie, così come la maggioranza delle mostre del Bargello che nascono da un valido progetto di ricerca. Le mostre buone in realtà non mancano, il problema è che vanno cercate nella marmellata generale che invece va in direzione opposta. Il punto è che ci vorrebbe un rinnovamento, non è possibile che Cristina Acidini sia alla guida del Polo Museale di Firenze da quando ho quindici anni o che Palazzo Strozzi sia presentato come un modello virtuoso.

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Chiudiamo con una domanda che guarda al futuro. Professor Montanari, lei è stato spesso critico sugli interventi di architettura contemporanea nei centri storici, specie a Firenze. Crede che in questi contesti tali interventi siano necessariamente una violenza?

Il mio non è un no all’architettura contemporanea, è un no al fatto che si dia tanta attenzione e tante risorse a questi progetti. Sono decenni che continuiamo a parlare dell’uscita degli Uffizi di Isozaki: ma siamo sicuri che sia questa la priorità di Firenze? Non sarebbe meglio a spendere queste energie per risolvere i tanti, troppi problemi di alcune periferie di Firenze?

Credits: Artslife, Wikipedia, Accademia di San Luca

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