Memoria degli antichi – La bottega di Calliope

Buon anno!!! Si può ancora augurare buon anno il 13 Gennaio? A scanso di equivoci noi lo facciamo lo stesso, anche perchè solo oggi riapriamo  bottega, in tutti i sensi! Stasera, Mercoledì 13 Gennaio riprendono gli incontri settimanali del gruppo di scrittura EsseCìEffe dalle 20.00 alle 22.00 presso la sala incontri di ZAP, vicolo Santa Maria Maggiore 1.
Apriamo quest’anno con due racconti brevi in memoria di una violenta tromba d’aria che ha travolto Firenze Sud, in particolare il parco dell’Anconella, il primo Agosto del 2015.
Due racconti sulla caduta degli alberi, da un particolare punto di vista.

Pinus pinea

Quanto ero orgoglioso e fiero. Chi sono, o meglio, chi ero? Non ho nome proprio ma ognuno di voi mi conosce o almeno mi ha visto, non sono il tipo da passare inosservato. Sono un pino, non un pino qualunque certamente, ma il Pinus pinea di Piazza Firenze, il più grande ed alto di tutta la città. Così distinto dai miei simili nei boschi o nelle anonime pinete, dove a stento ne riconosci uno dall’altro.
Neanche l’uomo con i suoi alti edifici è riuscito a mettermi in ombra, li guardo tutti dall’alto dalla mia maestosa chioma, che come una verde nuvola copre il Sole. Nessun altro albero osava sfidare il mio sguardo, ero il Re della piazza, imperatore della città.
Non solo si ammirava il mio tronco, il pilastro che regge il cielo o la mia chioma che senza rivali cresceva perfetta, ma anche le radici si divertivano a far sobbalzare le auto, saltare le bici e fare gambetta ai pedoni. Non avevano bisogno di scavare per cercare terreno, avevano tutto lo spazio che volevano per irradiarsi come i frammenti di un bicchiere infranto a terra.

Ognuno non poteva che alzare lo sguardo al mio cospetto, così sarebbe stato per sempre se solo il fato avesse voluto. Non fu così. Il vento è una forza crudele in un modo che solo i bambini sanno essere. Infatti questo sceglie i suoi giochi, le sue vittime, senza criterio, non importa quanto grandi, piccoli, potenti o infimi. Gli afferra con presa sicura e ci gioca, avanti e indietro, avanti e indietro. Finché non arriva a un limite, allora lascia la presa sceglie un nuovo gioco e lascia che la forza di gravità si sporchi le mani per lui.

Così ha fatto anche con me, ha osato fino a tanto senza nemmeno rendersene conto. Mi ha spinto e lasciato appena quando il mio tronco così perfetto e senza rami non è stato più in grado di sostenere l’equilibrio di quella verdeggiante sfera. Allora le radici hanno mollato l’effimera presa ed è stato inevitabile.
Grazia ha voluto che quella spettacolare caduta non abbia incontrato persone o altre piante. Ero inerme a terra, non potevo restare là, dovevo fare qualcosa, non potevo permettere che la mia immagine così alta e magnifica venisse macchiata con tale imbarazzo. Ma come potevo rialzarmi? Ero già finito, ma ancora non lo sapevo. Vennero presto gli uomini armati di motosega e per la prima volta dopo i lontani anni passati dalla mia gioventù, mi son parsi così grandi, ed io così piccolo, sempre di più man mano che procedevano al loro lavoro.
Dapprima toccarono alle mi radici, poi passarono ai grandiosi rami della chioma e solo d’ultimo, come mossi da una strana forma di rispetto, è toccato al tronco.

Non mi è dovuto sapere il mio destino e tale voglio che qui si concluda. Da sempre ho vissuto in una immobile marcia trionfale senza pensare che un giorno sarebbe potuta finire.

Autore: Matteo Mazzoni

 Un albero

Si è sradicato un albero. Le radici non hanno tenuto; fiotti di pioggia hanno sferzato il suo busto; e si è spaccato
quell’equilibrio che lo teneva in piedi.
Si è sradicato un albero, come per una resa:
ancora i suoi rami addormentati che nessuno sposta,
lì, a terra.

Quell’albero…si è nutrito di scarichi di città e di sprazzi sereni di ricordi, ha trasformato incessantemente residui di tristezza, soffocanti, in ossigeno di vecchie e nuove speranze.
Il suo “motore”: il sale dei prati che un tempo lo circondavano e il vegliare a protezione del futuro, una corsa immobile, nel susseguirsi di anni più o meno stabili.
Che cosa è rimasto di te? Quel che non c’è-
come al solito si decanta l’assenza…
Il vuoto lancinante, che non fa più vedere dove sei, ha preso il tuo posto e ora si fa beffa di quel che eri.

Si è sradicato un albero- è venuto giù un acquazzone- echeggia l’eco del luogo comune: “ciò che è rotto non si può riparare”…ma troncato, ancora al suolo,
in realtà è evidente dove sei,
laggiù ad indicare- ciò che era può essere ciò che è-.
E forse non sarà il prima di allora, ma vedrai che ci sarà un passato da ripiantare, che cresca a guardia tranquilla del presente e di quel che verrà,
e che, qualora si spezzi, possa sempre conservare se stesso, in un cantuccio, tra i suoi rami secchi.

Autrice: Ilaria Belvedere

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Credits: Silvia Maggi

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