Morte di un pennuto viaggiatore – La bottega di Calliope

Per la serie “storpiamo un classico del teatro americano” questa settimana gli scrittori di EsseCìEffe se la sono rifatta col povero Arthur Miller e con il suo celeberrimo “Morte di un commesso viaggiatore”, facendo diventare lo sventurato commesso in un pennuto.
Non sono mancate le sorprese nel leggere i mille riadattamenti creativi coinvolti in questa particolare challenge e come al nostro solito non mancheremo nel proporne un paio!
Buona lettura!!!

Capo Denison, Antartide.

Dondolo nel freddo perenne, da millenni abbandono l’elemento in cui fluttuo libero e veloce per riprodurmi.
Il mio paradiso è una distesa arida e ghiacciata, con raffiche di vento che canzonano le vostre bufere, ma è il mio angolo, ed è qui che covo il mio futuro, in una colonia unita da un egoismo caldo.
Io e la mia compagna, a turno andiamo a mare per procacciarci il cibo, ma da tempo b09b mi obbliga ad una transumanza che mi fiacca le corte zampe, ed il viaggio, che era di 5km ora è ostruito da 2900km2 di sciolto nomade blocco di ghiaccio. La mia pescosa baia del Comonwealt mi è preclusa dal Lussemburgo, ed arrivato a mare, di noi stanchi maggiordomi è mattanza, le orche e le foche maculate ci decimano e per ogni di noi che muore, altri due soccombono innocentemente…
Dopo tempo senza ritorno, il compagno abbandona la prole ed affronta il viaggio, per sperare nella prossima polare stagione degli amori, ma così facendo in pochi anni da 160 mila, ora siamo solo 10 mila, cioè estinti; perché siamo i simpatici ciondolosi uccelli senza ali… Potessi io sorvolare l’ iceberg, sarei tornato dai miei cari, ora invece, sono morente, fiacco e sperso tra quei futili 60km di artica magra marcia, sterile.

Autore: Emiliano Bini

Tru Tru

Bruno era un piccione. Un piccione brutto, spennato e irrimediabilmente sfigato. Bruno era un piccione che sognava di diventare un’aquila. Un’Aquila reale se possibile. Bruno era un viaggiatore di professione. Portava pacchi a destra e manca, un Bartolini ante litteram per intendersi. Bruno sognava sempre un grande affare: un gioiello per una famiglia reale, trasportare un testamento miliardario… ma niente, al massimo si doveva accontentare di stupide dichiarazioni d’amore di sfigati che poi sarebbero stati visti solo come amici. Bruno era frustrato. Il suo sogno era, ogni giorno che passava, sempre più lontano. Nemmeno le speranze che aveva riposto nei figli portarono a qualche frutto. Avete presente quella cacata per far sentire meglio i depressi social: ” il bombo non ha la struttura adatta per volare, ma lui non lo sa e lo fa lo stesso”. Ecco. Valeva lo stesso per Ciro, il primo figlio di Bruno, solo che lui non volava, era grasso. Stava tutto il giorno a pancia all’aria nel nido a mangiare briciole. Era la disperazione di Bruno. Non andava meglio con Paolo, il secondogenito. Poverino, era bravo, intelligente, si applicava… però era un’idealista. Ah, quanto malediceva il giorno in cui l’aveva mandato a scuola Bruno. ” Me l’hanno fatto diventare un chiacchierone buono a nulla”, diceva sempre. Il povero Bruno era sull’orlo del baratro, e, per consolarsi, andava coi suoi coetanei a parlare del più e del meno, tra una cacata su una borsa ed una su un completo. Bruno era esausto. Avrebbe voluto una svolta. Decise di licenziarsi e da solo si allontanò da casa. Maria Pia ( la moglie), Bruno e Ciro ( scherzavo, a Ciro cazzo gliene, stava mangiando) erano preoccupatissimi.

Qualche giorno dopo ci fu il funerale. Era una giornata di pioggia e per la strada non c’era nessuno. Erano tutti tristi a piangere lì vicino alla bara. Fiumi di lacrime si fondevano alla pioggia. Stavano andando via quando un piccione defecò allegramente sul vestito della vedova. Era Bruno. Espellere le sue funzioni sulle vedove rimaneva una delle sue passioni, al contrario di ” Morte di un commesso viaggiatore”. In fondo, perché essere dei frustrati insoddisfatti quando si può fare “tru tru” in santissima Annunziata?

Autore: Lorenzo Cambi

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Credits: Ferruccio Zanone

 

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