Parole fiorentine #18: bracare, bongo, iosa

Con le tre parole fiorentine di oggi ci immergiamo in una curiosità ardita, in un fenomeno dolciario locale e in un’ipotesi etimologica di un’espressione diffusa in tutta Italia.

Bracare

Bracare non vuol dire semplicemente ficcare il naso in affari altrui, o interessarsi in maniera indiscreta: la sua derivazione da braca – che in Toscana, oltre al significato di mutanda o calzone, ha anche quello di pettegolezzo – ci dà la precisa idea di una curiosità impenitente che si spinge fin nelle brache altrui. Può bracare la vecchia zia che riempie di domande i nostri amici, può bracare l’invadente frequentatore di un mercatino, può bracare il tizio seduto al tavolo accanto che tende l’orecchio per sentire quello che diciamo.
Una parola splendida, vivace, che arricchisce molto il discorso in cui è pronunciata.

Bongo

Il dolce che in tutta Italia è conosciuto come profiteroles – in forma plurale, bigné ricoperti da una generosa cascata di cioccolato – a Firenze si chiama anche bongo. Ma perché? Questo nome ci ricorda inevitabilmente l’Africa, o per meglio dire è lo stereotipo del nome africano.
In tutta l’area fiorentina affricano è il nome con cui è nota una variegata famiglia di dolci che hanno in comune il colore brunito per la cottura o per una giunta di cioccolato. Questo nesso fra il continente nero e le specialità dolciarie italiane, come si può facilmente intuire, è da ricercare nel nostro passato coloniale: dalla fine del XIX secolo l’Africa è entrata nel nostro immaginario, e l’accostamento della pelle scura con il cioccolato ha stuzzicato l’estro onomastico dei pasticceri nostrali – accostamento che ha poi avuto una diffusione globale. Il passaggio al nome bongo è da considerarsi una contingenza conseguente: una volta che questa parola è entrata nell’orecchio dei nostri nonni (e Bongo bongo bongo di Nilla Pizzi, in questo, avrà fatto la sua parte), un pasticciere fiorentino avrà pensato di usarla per chiamare un affricano.

Iosa

Secondo un’ipotesi etimologica, l’espressione a iosa, che vuol dire in grande quantità, deriverebbe dalla pronuncia fiorentina della parola chiosa. La chiosa, ai tempi, era il nome con cui veniva chiamata la moneta finta, di nessun valore, con cui giocavano i bambini – praticamente, un gettone. E se di qualcosa ce ne è a iosa, vuol dire che ce n’è tanta e a così poco prezzo che si potrebbe comprare anche con una chiosa.
È solo un’ipotesi, e non esiste un’etimologia seriamente accreditata per questa espressione – ma è un’ipotesi piacevole, che ci dipinge uno splendido scorcio di vita fiorentina dei tempi andati.

Alla prossima, con tre nuove parole fiorentine!

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credits: Chi King

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