Tra passato e futuro – Raccontami Firenze

Raccontami Firenze

Questo racconto è uno dei partecipanti al nostro festival letterario online Raccontami Firenze, partecipa subito per vedere il tuo racconto pubblicato!

ghirigoro_m_r

Seduta sugli scalini della Loggia dei Servi, Viola osservava con un solo sguardo il suo passato e il suo futuro.
Loris, seduto accanto a lei, le teneva la mano in silenzio. Sapeva che stava vivendo un momento importante e non la voleva disturbare. Fumava la sua sigaretta soffiando ogni tanto qualche anello di fumo. Faceva sempre così quando era felice, ma anche quando era nervoso.
Viola, invece, non smetteva di battere ritmicamente il piede a terra, persa in una sua melodia in cui non c’era posto per nessuno. Il panino speciale di via dei Servi, abbandonato ai suoi piedi, era morso a metà e attirava i colombi che le danzavano ritmicamente attorno, ma lei non se ne accorgeva. Sentiva solo le dita di Loris muoversi lievemente sulla sua mano.
Aveva ricordi sfuocati del periodo passato lì. Ricordava una borsetta rosa di strass che una delle volontarie le aveva portato una domenica mattina. Sì, era domenica, ne era certa: gli altri bambini non c’erano, all’Istituto la domenica rimaneva solo lei. Gli altri uscivano per andare dai genitori “in prestito”, li chiamava così, nella sua testa. Lei una mamma non l’aveva ancora, nemmeno in prestito. Per fortuna, una domenica sì e una no arrivava la sua “tata” preferita, Gemma. Una volta le era scappato di chiamarla mamma, ma la maestra l’aveva rimproverata: “Non è mamma lei! È una tata!”. Viola aveva finto di non sentire, ma in realtà aveva sentito benissimo. In quel periodo all’Istituto erano in sei bambini, c’era sempre tanta confusione, mai un momento per stare da sola. E non bastavano le ballerine con gli strass, non bastavano le collanine di caramelle e nemmeno avere sempre qualcuno intorno ad ogni ora del giorno e della notte, nonostante tutto questo, Viola sentiva che qualcosa mancava. Poi un giorno, era un mercoledì, anche di questo era sicura, perché il mercoledì i grandi mangiavano la pizza, insomma, un giorno, finalmente arrivò Lei. Era bellissima. Era bionda, mentre Viola era mora, aveva gli occhi azzurri, mentre Viola li aveva scuri come il caffè. Aveva la pelle chiara, mentre Viola aveva un bel colorito dorato. Eppure, le avevano detto che poteva iniziare a chiamarla “mamma”. Era arrivata portandole un rossetto fuxia e una crema per il viso. Come sapeva che le piacevano tanto? Si era chiesta lì per lì. Aveva subito infilato il ditino cicciottello nella crema e se l’era spalmata sulle guance, come le aveva insegnato a fare la Tata Gemma. Provava sempre a mettere la crema anche agli altri bambini, ma loro non volevano, preferivano giocare al lupo. Non li capiva. Si sentiva diversa già da allora e si era sempre sentita diversa anche dopo. Solo da quando aveva incontrato Loris si sentiva uguale a qualcuno, uguale a lui.
«Andiamo, tesoro? Altrimenti Silvano andrà a letto. »
Le disse Loris, in quel momento, riportandola alla realtà e gettando la sigaretta ancora accesa giù dagli scalini.
«Ancora un secondo.»
Rispose Viola, fissando ancora per un attimo lo sguardo su un bambino con i calzoni corti che si avvicinava curioso alla ruota degli Esposti.
Poi si alzò di scatto, sorrise e si diresse quasi saltellando verso la basilica. Era sempre stata la sua preferita. Diversa dalle altre chiese di Firenze, questa era spoglia fuori e ricca dentro. Sentiva di assomigliarle un po’.
Il chiostro a quell’ora era vuoto, solo una donna sedeva stanca accanto al portone di legno. Il buio della chiesa contrastò per un attimo con la luce della piazza. Appena entrati furono accolti dal sorriso di Don Silvano, era ancora lì ad aspettarli.
«Buongiorno ragazzi!»
« Ciao Silvano!»
Rispose Viola, abbracciandolo con affetto. Don Silvano l’aveva accompagnata in ogni scelta della sua vita. Poteva permettersi di essere diretta con lui. Parlò tutto d’un fiato, stringendo un po’ più forte la mano di Loris, sempre al suo fianco.
«È da un po’ che voglio chiederti una cosa importante, ed ora è il momento di saperla.»
«Dimmi, cara. »
«Ma è possibile sposarci qui?»
Disse Viola, tendendo gli occhi bassi, intimidita da quella domanda che la spaventava un po’.
La bocca di Don Silvano si aprì in un sorriso sdentato e un po’ ingiallito, ma sinceramente felice.
«Ma certo ragazzi! Finalmente!»
Sembrava non aspettare altro che quella domanda.
«Dovete andarvi a informare all’ufficio, al numero 6. Ma, per il resto, certo che potete! »
Non c’era altro posto al mondo in cui Viola avrebbe voluto sposarsi e il suo sogno stava per diventare reale. Quella piazza, quei luoghi erano da sempre nel suo cuore e ci sarebbero rimasti di sicuro per sempre. Loris le strinse la vita in un abbraccio, Don Silvano guardò l’orologio: era tardi per lui.
«Ora devo andare, ma vi aspetto presto!»
Disse, salutandoli. E Viola, stretta a Loris, in quel luogo che univa insieme il suo passato e il suo futuro sorrise. Sentì che non mancava nulla, che per la prima volta poteva sentirsi a casa.

Un racconto di Alessandra Minello

Sono Research Fellow all’Istituto Universitario Europeo a Firenze. Mi occupo di immigrazione e genere. Scrivo per passione e amo l’arte e la fotografia.

Ti piacerebbe vedere qui il tuo racconto? Allora partecipa a Raccontami Firenze, il nostro festival letterario online!

Credits: Chiara

Top
Optimization WordPress Plugins & Solutions by W3 EDGE