Pomino, il pomodoro fiorentino – Raccontami Firenze

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ghirigoro

Pomino era un gustosissimo pomodoro fiorentino di tre mesi. Era piuttosto grassoccio, ma andava fiero della sua rotondità, che a suo parere lo rendeva estremamente aggraziato. Gli piaceva molto stare al sole ed era orgoglioso della sua pelle abbronzata, ormai diventata rugosa, perché, come ripeteva sempre ai fratelli, gli ricordava le sue origini americane. Infatti era cresciuto con i racconti della pianta sua madre, la quale gli parlava sempre dei conquistadores che li avevano strappati al loro terreno natio. Per questo motivo il sogno di Pomino era tornare in America ed aspettava con trepidazione la raccolta, che gli avrebbe dato la possibilità di viaggiare.

In realtà Pomino e gli altri pomodori della Piana Fiorentina non sapevano niente della raccolta, se non che quello era il momento in cui i frutti sarebbero stati separati per sempre dalle loro madri. I fratelli di Pomino erano molto tristi all’idea e anche lui si fingeva sempre afflitto, anche se segretamente non desiderava altro. Una mattina estiva gli umani cominciarono la raccolta. Con le loro mani enormi, che impressionarono tutti, raccolsero quasi la totalità dei frutti, riponendoli in brutte cassette di legno. Poi portarono le cassette in una grande stanza buia e fredda, dove Pomino e gli altri riposarono per qualche giorno, prima di essere caricati su un camion e portati chissà dove.

Pomino era spaventato dagli scossoni e dal buio, ma era sempre più eccitato all’idea del viaggio che aveva appena cominciato. Dopo un po’ il camion si fermò e finalmente, dopo un tempo che gli era sembrato infinito, Pomino rivide il sole. Non aveva la più pallida idea di dove si trovasse perché era confuso dal rumore dei camion e dalle urla della gente e anche se si trovava all’ombra faceva così caldo che non riusciva a ragionare. Anche gli altri pomodori sembravano spaesati e si chiedevano in che posto fossero finiti. Fu un pomodoro un po’ più anziano e dall’aria saggia che illuminò il resto del gruppo raccolto nella cassetta: “Ci troviamo al mercato di Firenze, sciocchi pachini”, disse con boriosità. Alcuni dei pomodori inveirono subito rispondendo alla provocazione: “Come osi paragonarci a quei pigmei? Noi siamo pomodori fiorentini!” urlavano gonfiandosi. Pomino però non si era mai sentito molto fiorentino e non prese parte al coro di insulti che si era levato contro il vecchio pomodoro. Anzi, cominciò ad ammirare il mercato, accorgendosi che non era poi così male.

L’anziana signora che svettava su di loro continuava a urlare elogiando le qualità delle sue verdure e della sua frutta, Pomino compreso. Era piuttosto vecchia e la sue pelle era abbronzata e rugosa, cosa che affascinò Pomino e che suscitò in lui un sentimento di rispetto nei confronti della signora. La bancarella era circondata da tantissime persone che li fissavano: “Quanto viene un kg?” strillavano indicandoli. Pomino non aveva mai visto tante persone chiassose riunite insieme e si divertiva a classificare i clienti del banco secondo la loro eleganza.
Dopotutto Pomino era un pomodoro di classe e si intendeva di stile. Ad un tratto si sentì afferrato con decisione: la vecchia lo avevo sollevato e lo sventolava davanti al naso di una ragazza: “Questo?” le strillò con la sua voce rauca, “Sì, mi serve solo per un’insalata”, rispose l’altra. A quelle parole Pomino raggelò e si chinò per chiedere aiuto a qualcuno dei suoi compagni, ma proprio in quel momento era esploso un violento alterco tra i pomodori fiorentini e i pomodori pachini, i quali, solo un paio di cassette più in là, avevano udito gli insulti degli altri e stavano ora rispondendo a tono.

Pomino provò ad urlare e a chiedere aiuto, ma nessuno sembrò udirlo, tranne una zucchina che lo guardò ridacchiando con aria sadica. Pomino la ignorò e cercò di farsi coraggio mentre veniva pesato e infilato in un sacchetto di carta. La vecchia chiuse il sacchetto e da quel momento Pomino non vide più niente. Intuì di essere ormai ostaggio della ragazza e venne assalito dallo sconforto: era quella la sua fine? Cosa ne sarebbe stato del suo sogno di tornare in America?
L’ultima cosa che voleva era finire affettato e buttato in mezzo alla lattuga, ortaggio terribilmente maleducato e sudicio, perciò si costrinse a mantenere la calma. Decise che alla prima occasione sarebbe sfuggito alle grinfie della sua sequestratrice e sarebbe riuscito a rotolare da qualche parte. Nel frattempo la ragazza lo aveva posato con delicatezza in un cestino di ferro ed era partita a bordo della sua bicicletta.
Quel trabiccolo faceva un rumore infernale e copriva le urla di aiuto di Pomino, rendendolo sempre più sconsolato. Si sentiva ormai condannato ad un triste destino quando, proprio mentre formulava questi pensieri, la bicicletta si fermò con un cigolio assordante. Sentì la voce della ragazza, probabilmente ha incontrato qualcuno che conosce e si è fermata a chiacchierare, pensò Pomino. La ragazza aveva poggiato la bici contro un muro, ma qualcosa era crollato su Pomino e ora lo stava schiacciando.

Fortunatamente lei sembrò accorgersene e sistemò il contenuto del cestino mentre continuava a parlare. Così facendo però la bici si inclinò ulteriormente. Questa è la mia occasione!, pensò con gioia. Attese pazientemente e confidò nella distrazione della ragazza: dopo poco infatti la bici crollò a terra. Pomino non badò alla confusione, alla risata della ragazza o alla botta che aveva preso, ma raccolse tutte la sue forze e cominciò a rotolare. Riuscì ad uscire dal sacchetto e si fermò un attimo per guardarsi intorno: doveva assolutamente trovare una via di fuga.

Poco lontano notò una piccola apertura nel muro dalla quale riusciva a intravedere solo erba verde. Un’ombra si proiettò su di lui e, voltandosi, vide la ragazza che si chinava per raccoglierlo. Pomino si fece forza e partì alla volta della fessura, sperando, per la prima volta nella sua vita, di non essere troppo grasso. Con suo grande sollievo riuscì ad attraversare il muro, ma scivolò sull’erba e cominciò a rotolare verso un fiume. Pomino lo riconobbe subito: doveva essere il fiume Arno. Lo conosceva perché il vecchio pomodoro della cassetta si era dilungato in descrizioni geografiche di Firenze durante il tragitto verso il mercato.

Pomino si tuffò in acqua e si girò a guardare la ragazza affacciata al muro, che lo fissava scoraggiata. Pomino era entusiasta, finalmente era libero e poteva partire per l’America! Mentre si lasciava trascinare dalla corrente cominciò ad osservare la città, ammirandone i ponti e i palazzi. Era possibile che esistesse un posto bello quanto l’America? Affascinato dall’architettura fiorentina e dall’aria di città decise che non si sarebbe limitato a visitare il suo paese natio: il mondo era pieno di posti meravigliosi e di fiumi che potevano condurlo ovunque volesse.

Dopo essersi goduto il soggiorno fiorentino sarebbe partito alla volta dell’America, ma non si sarebbe fermato: Pomino aveva deciso di vedere tutto il mondo e fu così che diventò il primo pomodoro fiorentino esploratore.

Un racconto di Chiara Semolino

 

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