Pregi e difetti del volontariato: intervista ad una giovane volontaria

volontariato, toc toc firenze

In un periodo in cui trovare lavoro sembra impossibile, ci sono ancora tantissimi giovani e non che decidono di fare volontariato di soccorso.

Alcuni per fare pratica per una professione medica, altri per passione, altri ancora per aiutare gli altri in un modo o nell’altro. Ma come ogni cosa il volontariato non è solo rose e fiori e per saperne di più siamo andati ad intervistare una giovane volontaria che presta soccorso nell’area di Firenze.

Hai riscontrato problemi nell’organizzazione del personale o nella gestione delle risorse? Per esempio in alcune associazioni i volontari devono comprarsi la divisa.

Dipende da quanti soldi hanno le associazioni, a noi danno le divise ma le scarpe dobbiamo comprarle. I primi volontari della mia associazione hanno pagato una cauzione per prendere la divisa, io no. Sono entrata 3 anni fa e mi hanno dato la divisa dicendomi di comprare le scarpe. Quando andrò via dovrò riconsegnare la divisa. Abbiamo una divisa che non è un gran che, passa l’acqua e si rompe subito. Nonostante l’associazione si basi sui volontari (5 dipendenti ogni 150 volontari), determinate attrezzature non vengono fornite. Sono i volontari stessi che molte volte non chiedono attrezzature migliori perché pensano al loro lavoro come a qualcosa fatto con passione, senza interesse e quindi non si impegnano nel richiedere cose. Ma questo è un cane che si morde la coda, perché quando un volontario viene chiamato si fa in 4 per aiutare, a differenza del dipendente che fa semplicemente il suo orario, anche a causa dei rimborsi per le ore in più che raramente vengono dati. Il che è paradossale se consideri che si tratta di un servizio essenziale che deve essere sempre attivo.

Essendo un’associazione volontaria i corsi devono essere aperti a tutti e non si può fare una selezione, se qualcuno non supera il corso o comunque lo supera con aiuti perché ha problemi, dopo non lo si può mettere in ambulanza, ma fortunatamente queste situazioni vengo tamponate. In alcuni servizi però capita che manchino alcune attrezzature perché alla fine di ogni turno l’ambulanza va sistemata per chi viene dopo, ma non tutti lo fanno perché l’altro lato di essere volontario è che ci sono gli strafottenti che una volta fatto il loro turno se ne vanno.

Una volta è capitato che andando a casa di una signora molto anziana che aveva bisogno di ossigeno scoprimmo che la bombola portatile era scarica. Nessuno ce lo aveva detto, perché il turno prima era finito un’ora dopo e fummo costretti a fare il cambio fuori sede, senza avere il tempo di controllare tutto. Arrivati dalla signora abbiamo scoperto che la bombola era vuota, non dal turno prima del nostro ma da tre turni prima: la bombola finita era stata segnalata ma non sostituita. Fortunatamente, non essendo una situazione grave, con l’autorizzazione del 118 siamo riusciti a portarla in ambulanza e attaccarla alla bombola di ossigeno fissa dell’ambulanza.

Queste cose però non vanno bene e portano a molte discussioni perché non ci può essere questa strafottenza, servono regole e responsabilità precise. Qualora dovesse succedere qualcosa noi soccorritori andiamo incontro a responsabilità civili e penali. L’associazione ti tutela dalla responsabilità civile, mentre dalla responsabilità penale no, perché è più personale, anche se è molto difficile incorrere in problemi di questo tipo: uno dovrebbe causare volontariamente un danno alla persona per incorrere nella responsabilità penale.

 

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Ricevete qualche aiuto dalle istituzioni?

Il servizio sanitario nazionale ti rimborsa i servizi a seconda di cosa gli comunichi. Prima le associazioni avevano un blocco doppia copia dove si scriveva tutto quello che accadeva durante il servizio, a servizio chiuso tu chiamavi il 118 chiedendo di chiudere il servizio, loro ti davano un codice che inserivi nel computer ed era tutto più complicato. Oggi è più semplice, non devi chiamare nessuno perché il 118 sa già tutto, registrando le telefonate. In più c’è il “foglio mattone” a livello regionale, che serve per far rimborsare il servizio all’associazione, in quanto organo del Servizio Sanitario Nazionale. Il SSN è delegato alle associazioni che a loro volta si ramificano, però fa tutto parte del SSN. Il rimborso viene dato alle associazioni, poi che fine facciano i soldi non si sa: una parte vanno alla manutenzione generale, un’altra parte non si sa, e molte volte si finisce in situazioni dove non si possono riparare ambulanze perché non ci sono più fondi.

In italia il volontariato è regionale, Toscana e Lombardia hanno molti volontari e ci sono tante associazioni. Il 118 in queste regioni permette l’esistenza di queste associazioni, in altre regioni il volontario percepisce un rimborso spese. In Toscana il volontariato è molto sentito e le associazione hanno 4-5 dipendenti e il resto sono volontari, fino a 150 per azienda.

Come mai hai deciso di diventare una volontaria ?

È una cosa che ho sempre desiderato fare, ho sempre ammirato chi lavorava sulle ambulanze. Prima di arrivare a Firenze pensavo che fosse un circuito chiuso al quale si poteva accedere solo tramite ASL, poi una mia collega che faceva la soccorritrice mi ha invitato ai corsi e sono entrata in questo mondo. La cosa che più piacerebbe sarebbe riuscire a lavorare in questo mondo ma purtroppo non è possibile; forse è meglio lavorarci come volontario perché sei più responsabile e più motivato.

Come hai scelto l’associazione per la quale fare volontariato?

Provai ad andare alla misericordia di Firenze, prima di conoscere questa ragazza, ma lì mi chiesero l’attestato di frequenza alla mia chiesa di appartenenza. Non essendo religiosa non lo avevo, ci rimasi male perché volevo farlo a prescindere dal mio credo ma non me lo consentirono. Poi ho conosciuto questa mia collega e mi ha introdotto nell’associazione dove lavorava lei.

 Un’esperienza che ti ha segnato profondamente durante il servizio?

Una cosa che mi ha segnato profondamente è stato il mio primo servizio per infarto, arresto cardiopolmonare, perché è stato complicato e purtroppo non è andato a buon fine. Mi ha colpito tanto, c’è sempre qualcosa che ti colpisce e poi ti abitui ma un qualcosa ti lasciano sempre, anche quando impari a gestire l’emotività. Poi cosa ti colpisce è molto personale, molte volte colpisce di più lo sguardo di una signora anziana rispetto al sangue per strada sul luogo di un incidente.

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Qual è stata l’esperienza più gratificante che hai vissuto durante il servizio?

Un ragazzo andato in overdose che si è ripreso perché abbiamo fatto una serie di manovre decisive. Vederlo riprendersi, insieme ai complimenti del medico, è stata una bella soddisfazione. Ti senti un soccorritore che è riuscito a fare il suo lavoro.

A volte capita che arrivi troppo tardi perché ti chiamano tardi o ti danno indicazioni sbagliate, oppure il paziente era troppo anziano, troppo grave, poi ti rendi conto a sangue freddo che di più non potevi fare, ma ci rimani male. Quando invece riesci ti senti molto soddisfatto perché senti che aiuti la gente.

Cosa diresti a chi vuole avvicinarsi a questo mondo?

Non credo che tutti siano in grado di farlo, non tanto per la vista del sangue, che è la preoccupazione di tutti, a volte sangue non ne vedi per mesi. Bisogna riuscire ad essere distaccati, non deve diventare un problema tuo, non devi farne una cosa personale, devi avere la giusta empatia ed essere professionale. Non bisogna identificare parenti e amici nelle persone che si aiutano. Ci sono soccorritori che abbracciano parenti dei pazienti durante i servizi, come se fossero già morti, con un affetto eccessivo. La cosa giusta invece è prima aiutare chi ne ha bisogno, poi semmai dare conforto ai suoi cari. Prima bisogna concentrarsi sulla persona più che sui parenti , bisogna essere professionali, bisogna limitarsi ad aiutare la persona che sta male sul momento, sennò si perde la lucidità e si rischia di cominciare a fare diagnosi, cosa che i soccorritori non devono fare.

Non si può dire “secondo me è così perché mia figlia ha avuto lo stesso problema”, si rischia di dare false speranze; tu sei gli occhi del 118 e non gli puoi dire “secondo me la signora c’ha una sciatica” per ragioni di responsabilità e perché loro si basano su quello che gli dici tu, quindi devi essere il più obbiettivo possibile anche per poter chiedere il giusto aiuto al momento giusto e non chiedere aiuti inutili quando non è necessario, anche perché ci sono pochi medici. Non si può impegnare medici in situazioni banali: con banale intendo anche chiamare un medico quando qualcuno sanguina, perché si può tamponare e portare in ospedale senza levare medici da situazioni pericolose come ictus.

Questo lavoro è per le persone che sono in grado di distaccarsi un minimo, quel poco che serve per essere un bravo soccorritore. Bisogna essere umili e sempre pronti a imparare, chiedere, perché se pensi di sapere tutto non sarai mai un bravo soccorritore. Quindi innanzitutto umiltà e poi non sentirsi troppo coinvolti sul servizio, poi dopo il servizio ognuno si sfoga come preferisce .

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