Salto nel vuoto- Raccontami Firenze

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Alla mia fiorentina preferita.

Come un salto nel vuoto.

È così che si sente Emma: come se stesse per fare un balzo in un abisso. Non importa molto il fatto di atterrare su un sogno di anni: è il salto a spaventarla. Chi se lo sarebbe aspettato, da lei che, toccando il suolo di Santa Maria Novella scendendo dal Frecciarossa, ogni volta diceva a se stessa: “Finalmente a casa!”?
L’università a Firenze. Da sola. Le faceva paura tutto – una paura che lasciava una sensazione amara sulla lingua, paura mischiata ad eccitazione. La paura la paralizzava, le bloccava i muscoli e la volontà. E le pareva di non riconoscere più nemmeno Firenze, la grande e bella Signora di cui lei era tanto innamorata. I primi giorni, infatti, poteva solo accontentarsi di guardarla sfilare sotto i suoi occhi, al riparo dietro i vetri dell’Archivio di Stato, dama vestita a sera consapevole della dolcezza della seta viola sui suoi fianchi.
A cospetto di quella bellezza, finalmente sua, Emma tremava. L’entusiasmo delle sue visite non aveva nulla a che vedere con come le batteva il cuore nel petto adesso. Adesso che era tornata e sapeva di non doversene più andare.
Sfiorare piano ogni cosa con dita tremanti. Il campanello del suo appartamento, il muro scrostato in Borgo Ognissanti che da oggi sarebbe stato casa sua.
Ogni mattina, scendendo alla bottega sotto casa per comprare un pezzo di schiacciata, doveva trattenere un sorriso compiaciuto udendo la bellezza e la musicalità dell’accento della signora. Le sorrideva e puntualmente le domandava: “Buongiorno, nini. Icchè tu vòi, stamani?”.
Bellezza e musica perdurarono anche quando, aprendo la finestra una mattina di dicembre, la sentì bestemmiare ed imprecare per gli altoparlanti che avrebbero dovuto allietare i commercianti con canzoni natalizie. Emma si lasciò cadere sul suo letto, tenendosi la pancia e ridendo a gola spiegata.
Si sentiva come una bambina che apriva gli occhi al mondo per la prima volta. Firenze, per lei, era tutto il mondo. Non importava se l’avesse già vista mille volte: viverci, adesso, equivaleva a possederla. E possederla significava girare in motorino zig-zagando su e giù per la Circonvallazione, ammirando il rosa di Piazza Beccaria a primavera; salire a Fiesole e fermarsi ad ogni angolo per guardarla dall’alto, sentendo l’aria più sottile e i profumi più sfacciati; pranzare tutti i giorni seduta sulla scalinata di San Lorenzo con il panino con la porchetta, cercando di riportare sul quaderno suoni e odori. Di porchetta, di lampredotto, di pelle.
I cappuccini troppo cari al Giubbe Rosse, che sicuramente non si poteva permettere ogni mattina, ma per i quali avrebbe tranquillamente chiesto un finanziamento. Piazza della Repubblica la stordiva ogni giorno. Ingollava quel cappuccino troppo caro e troppo amaro, e correva via, per rifugiarsi a leggere in Piazza della Santissima Annunziata, che ogni volta le si stendeva addosso come una seconda pelle, come una coperta di pile nelle sere d’autunno. Quando si nascondeva sotto il chiostro, non arrivava nemmeno il vento a scompigliarle i capelli.
Passeggiare a San Frediano all’imbrunire; Emma aveva scoperto subito l’effetto rilassante che aveva su di lei quel quartiere silenzioso e letterario, e dopo la lunga passeggiata studiando ogni albero, ogni via stretta, ogni campanello e ogni bandiera della Fiorentina che orgogliosa sventolava fuori da una finestra, si fermava in riva all’Arno nelle sere d’estate, guardando, spettatrice interessata, la riva destra sulla quale s’affollava la vita. E ancora, nascondersi in quei cinquanta metri per cinque di via del Corno. Amava sedersi in un angolo in fondo, aprire Cronache di poveri amanti sulle gambe. Leggeva le prime pagine e poi chiudeva il libro e gli occhi, e dietro le sue palpebre vedeva Giulio e il Nesi, e quasi le sembrava di udir cantare il suo gallo, e suonare la sveglia di Ugo. Appena accanto alle sue orecchie, sotto Palazzo Vecchio, la vita urlava.
Scrivere al Piazzale, appoggiata al parapetto, scostando i turisti con i gomiti per accaparrarsi un pezzo di paradiso. E Firenze era così bella, mentre la guardava e la descriveva, che nulla al mondo le avrebbe fatto distogliere lo sguardo.
La Sinagoga. Il piatto dolce, il frutto proibito. La mèta finale di ogni corsa sfrenata. La stregava, la ammaliava. A guardarla troppo a lungo, sentiva quasi sulla lingua il sapore dell’azzurro della cupola.
Il tramonto in piazza Ognissanti. Seduta su una panchina con le gambe incrociate, guardando il proprietario della bottega di quadri all’angolo con il Borgo che ritirava le tele per la notte, e i facoltosi turisti russi o americani che rientravano all’Excelsior per la cena. Anche lei una volta era salita sulla terrazza dell’albergo, durante una visita, per un aperitivo. In quel vortice di oro e brillanti che era la hall si era sentita completamente fuori posto, ma una volta in cima aveva scoperto una vista speciale. La sua bella Firenze, la città di una vita, sognata, anelata, quella sera era stretta nel suo palmo.
E infine, correre sul Lungarno per rifugiarsi in Piazza del Limbo durante un acquazzone improvviso. Sedersi sulla piccola gradinata della chiesetta, inzupparsi le scarpe di pioggia e cercare di ripararsi la testa. Nessuno conosce Piazza del Limbo, fuorché i fiorentini. È piccola, nascosta e fuorimano. C’è un silenzio irreale e tutto è verde e pietra, pietra e verde. Solitudine.
La solitudine era la dimensione di Emma, quei primi mesi a Firenze; nessuno la conosceva e lei non voleva conoscere nessuno. La gente la guardava anche di storto, quando passava davanti alle botteghe con il naso per aria, quando ostruiva il passaggio fermandosi per scrivere qualcosa, o urtava i passanti seminando per terra quaderni, borsa e macchina fotografica.
La città era tutto quello che le serviva, e quando in piazza del Limbo la pioggia si diradava, alzava gli occhi al cielo e quel colore l’accoglieva. Il cielo, a Firenze, ha un colore tutto suo. Ed Emma non era mai sola. Perché finalmente aveva Lei, e le bastava.

 

Un racconto di Elena Ciavarella

Torinese, innamorata di Firenze. Laureanda in lettere, affetta da un qualche disturbo ossessivo- compulsivo che mi porta a trascrivere su un foglio ogni dettaglio del mondo.

 

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Credits: rete.comuni-italiani

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