San Salvi: gli archivi dell’ex-manicomio abbandonati

san salvi, toc toc firenze

Bilanci del manicomio, schede dei pazienti, quaderni del personale medico: tutto abbandonato a se stesso in una stanza aperta a tutti e non sorvegliata.

A San Salvi, l’ex-ospedale psichiatrico chiuso nel 1978 grazie alla legge Basaglia, c’è una piccola stanza: soffitti alti, grandi finestre e molta polvere. Ci sono anche degli scaffali e molti, molti quaderni, raccoglitori ad anelli e fascicoli, accatastati anche in terra.
Sono quaderni, raccoglitori e fascicoli dove si può trovare un pezzo della storia di San Salvi: schede dei pazienti con tanto di foto, diagnosi e trattamento. I diari dove i medici annotavano cosa dare, cosa non dare e cosa fare nei  giorni successivi. I bilanci con le spese e così via. La quotidiana straziante routine di un manicomio.
Fin qui “tutto bene”.
Il problema è che questa stanza è aperta. Non aperta nel senso che è visitabile ma è proprio aperta e lasciata a sé stessa. C’è un corridoio, una porta mai chiusa e nessuna sorveglianza.
Per comprendere bene l’atmosfera vi consigliamo di guardare il video:

Per una settimana siamo tornati a San Salvi a vedere questa stanza chiedendoci come mai fosse aperta, come mai non ci fosse nessuno a sorvegliarla o quantomeno perché semplicemente non fosse chiusa.
Dentro questa lunga stanza dai soffitti alti abbiamo trovato anche lettere intestate del comune e spesso, da una visita all’altra, materiale spostato.
Ci è sembrato doveroso, non solo come Toc toc Firenze, ma anche come cittadini dover segnalare tutto questo.
In quella stanza il dolore è stato abbandonato: lì dentro ci sono tantissimi dati personali che non possono essere lasciati “alla deriva”. Senza contare tutti i materiali di proprietà pubblica presenti dai bilanci ai registri.
La questione è molto preoccupante: questo “archivio” è come abbiamo già detto privo di qualsiasi sorveglianza, soprattutto nei giorni festivi.


Chiediamo qualche risposta, non solo noi come cittadini, ma per tutti coloro che hanno vissuto in prima persona o in famiglia l’orrore dei manicomi. Ma anche per le istituzioni, i cui registri e fascicoli giacciono alla mercé di chiunque in quella stanza dai soffitti alti, grandi finestre e molta polvere.

Fotografie di Gaia Amadori

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