Si chiama Gina – Raccontami Firenze

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ghirigoro

Si chiama Gina. Suo marito glielo urla dalla finestra del bagno quando la sorprende a fumare in terrazza. Esce rinvoltata nella vestaglia con la scusa di stendere i panni, di gettare qualcosa nell’immondizia o di razzolare tra i detersivi nell’armadietto di metallo mangiato dalla ruggine. Raccoglie la cenere nella carta stagnola o nel cestino dell’umido. Intanto, con il fumo negli occhi, raddrizza gli asciugamani sui fili in modo che ondeggino al vento perfettamente paralleli a terra. Due mollette ai lati dello stesso colore. Due rosse o due marroni. Ha sempre amato i colori accesi anche da giovane. Gli asciugamani sono di un arancione intenso o di un verde scolorito, un tempo altrettanto acceso. Spegne la sigaretta nel cuore dell’insalata umida e molliccia o in un guscio d’uovo usato per la frittata. Ha fatto quei gesti migliaia di volte. I solchi attorno alle labbra increspate e le sue unghie ocra ne portano i segni. Chiude le imposte della porta – finestra e scompare nei bagliori della televisione intervallati dal buio.

È venerdì pomeriggio. Quando la settimana comincia davvero. Alle sei in punto la tavola è già coperta dalla tovaglia a fiori con il bordo azzurro. Marcello ne fissa le pieghe riempiendo le guance di pane. Fissa anche i tre bicchieri e poi le mani di Gina che li allinea in corrispondenza delle sedie e sfila i piatti dalla credenza e li posiziona a raggiera.

“Almeno bevici un po’ d’acqua, su quel pane.”

“L’acqua non sa di nulla.”

Gina scuote la testa e la fa sparire tra le ante della credenza. Quella cucina in legno chiaro appartiene all’arredamento degli anni sessanta: ci si aspetterebbe di trovarvi una massaia allegra, i capelli cotonati raccolti in una bandana e il sorriso acceso illuminato dal rossetto.

“C’è la spremuta in frigo.”

Il televisore sputa le risate e gli applausi di un telefilm americano. Nessuno dei due lo sta guardando ma quella finzione mette allegria tra le pareti di casa e in fondo ricorda un po’ la loro usurata storia d’amore: un insieme di forme vuote tenute insieme da un umorismo forzato.

Il suono del citofono fa sobbalzare la casa d’improvviso. Gina si friziona le mani con l’asciughino con stampato il calendario del 2000 e corre allo specchio sistemandosi il colletto e il fermaglio tra i capelli bianchi. Marcello butta giù la spremuta e spinge le ciabatte nello stanzino e corre a premere il bottone vicino alla porta con ancora le scarpe slacciate. Il tempo ha cambiato ritmo. È Marco.

“In Piazza Tasso ho incontrato gente, mi son messo a chiacchierare. Scusa il ritardo”. Ha i capelli di un biondo scuro, scomposti, che gli arrivano alle spalle. Si china per stampare a Gina un bacio sulla guancia.

“Hai fumato, mamma?” Continua.

“Ma che tu dici, ho più di settant’anni, io.”

Marco è tornato da Milano, deve girare un film, sono sicuro che andrà bene, adesso vi dico la trama anzi no non ve la dico.

Con ancora indosso la giacca e gli occhiali da sole, allunga una mano verso lo sportello del frigo, poi verso il cartone di succo all’arancia in basso a destra, e adesso l’altra mano stringe il bicchiere pulito appena messo in tavola. Se fosse cieco, in quella cucina troverebbe tutto. Niente si è spostato. Questa è la sua idea di casa, trovare gli oggetti giusto lì dove si erano lasciati. Anche se passano anni.

Marcello e Gina sollevano gli occhi, si guardano. E sorridono

Un racconto di Laura Bonaiuti

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