La signora Firenze- Raccontami Firenze

Questo racconto è uno dei partecipanti al nostro festival letterario online Raccontami Firenze.

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Arancio. Brusio di un chiacchiericcio di sottofondo che quasi le donava una sorta di sicurezza. Il suo viso si rifletteva nel vetro sudicio di quella scatola sbuffante su cui era salita un migliaio di volte senza farci caso. Ora, invece, respirava profondamente nel tentativo di assaporare ogni dettaglio di quella città che avrebbe abbandonato da lì a poche ore. I pensieri combattevano tra loro quasi in una gara in cui solo uno avrebbe prevalso. Il suo sguardo era distratto perché tra le sue pupille e il mondo faceva scudo una nube di ricordi che aleggiavano nell’aria, quasi a dirle “Noi ci siamo, e saremo sempre parte di te”. In un impercettibile attimo in cui l’altrove prese di nuovo forma dinanzi a lei, la vide. Era proprio lei, come fare a non riconoscerla. Quel viso raggrinzito dall’età, macchiato da oleose pustole che allontanavano gli sguardi altrui, la carne stretta in un vestito a fiori troppo vecchio e di una taglia non sua. Era la stessa donna che aveva attirato la sua attenzione nel suo primo viaggio su un autobus ataf, cinque anni prima. Il ricordo di quell’attimo era sempre stato vivido nella sua mente. La memoria elabora in maniera complessa, accade che alcuni dettagli che possono sembrare insignificanti riesci a vederli nitidi di fronte a te, ti sembra quasi di poterli toccare; e di altre cose hai un ricordo sfumato, confuso. Credo che questo derivi non dall’avvenimento in sé, ma dal significato che lo stesso assume nel tuo inconscio. E quella donna, rappresentava l’inizio di una nuova vita, e lei ne stava prendendo coscienza solo ora.

Era arrivata a Firenze da un giorno. Doveva ancora abituarsi alla sua nuova ‘casa’, tappezzata di affreschi ottocenteschi e con un soffitto di cui non si vedeva la fine. La sua nuova casa aveva un nome che fin da piccola aveva sempre attribuito ad un luogo buio e tetro, in cui venivano mandati forzatamente i bambini “da raddrizzare”. Che si chiamasse Collegio o Educandato poco cambiava, c’era sempre qualcosa che stonava nel pensare a lei in quell’Istituto. Ma era stata una sua scelta, voleva cominciare una nuova vita e ne aveva avuto l’opportunità; anche se questo significava apprendere sulla propria pelle la potenza dell’idioma ‘puzza sotto il naso’. Sì, infatti 24 ore tra quelle mura le era bastato per comprendere che ci sarebbe voluto del tempo prima di abituarsi agli sguardi freddi e distaccati delle sue compagne collegiali. Sua madre era ancora in città, voleva assicurarsi che sua figlia non si pentisse della propria scelta. Nei suoi occhi si leggeva la preoccupazione di un genitore che è assillato dal quesito: “Sto abbandonando mia figlia?”. Stavano percorrendo la ripida discesa che portava alla fermata dell’autobus quando avevano incrociato questa donna piuttosto restia agli sguardi altrui. Da quel giorno diventò quasi una sicurezza la sua presenza. Cominciò ad incontrarla quasi ogni giorno sul tragitto verso la sua scuola di danza: la vedeva in lontananza, sempre con quel vestito a fiori buffo, camminare zoppicando leggermente. Si dirigeva sempre dalla parte opposta alla sua e sempre con uno sguardo che nascondeva tanta frustrazione. All’inizio la sua visione la disgustava, non era certo un bel vedere, ma ormai i suoi occhi si erano abituati a quella figura e ogni volta che la scorgeva le nasceva un sorriso spontaneo. Le donava un senso di continuità, si chiedeva sempre quale fosse il suo posto nel mondo, dove si stava dirigendo, se davvero era così infelice come sembrava.

Lei era sempre lei, non era cambiato nulla. Eppure…

Eppure avrebbe voluto attirare la sua attenzione e raccontarle quante cose erano mutate da quel giorno. Quel giorno in cui tutto era sconosciuto e spaventoso, e lei si sentiva così piccola e insignificante. Erano passati cinque anni, cinque anni in cui Firenze aveva fatto da sfondo alla sua esistenza. Inizialmente la odiava, oh come la odiava. Quell’infima città che l’aveva strappata dalle sue abitudini, dai suoi amici e da visi conosciuti; dandole la speranza di una vita migliore. Ma poi, pian piano, avevano fatto conoscenza e ormai erano inseparabili. Avrebbe voluto raccontarle quanti risi e quanti pianti si erano fatti lei e il Duomo nelle notti d’estate. Quante persone aveva conosciuto e quanto velocemente le aveva perse. Quanti aggettivi dei più disparati avevano preceduto il nome di quella città…spesse volte aveva riversato la sua rabbia su di lei, ingiustamente, attribuendole una responsabilità non sua. In fondo Lei, la sua Firenze, era stata solo una scatola che aveva gelosamente custodito ogni cosa riversatale dentro, senza possibilità di rivalsa. E poi avrebbe voluto dirle come la amava ora, oh come la amava. Pensare a Firenze per lei significava pensare alla sua evoluzione interiore e a quanta strada ci era voluta prima di arrivare a questa consapevolezza. Una nube densa dalle più diversificate emozioni le ostruiva la gola se si fermava a rifletterci e avrebbe avuto tanta voglia di abbracciarla tutta questa sua amata cittadina. Avrebbe voluto stringere in un abbraccio caldo e silenzioso Ponte Vecchio, il Duomo, il Lungarno, i mercatini di S. Lorenzo, la stazione, S.Ambrogio, I Macci, il panificio sotto casa, i sorrisi dei passanti, il………..

PROSSIMA FERMATA PIAZZA LIBERTA’

Come se una sorta di scossa l’avesse riportata alla realtà, si accorse che della sua compagna di viaggio era rimasto solo il calore sul sedile di fronte a lei.
Era arrivata la sua fermata, era il momento di scendere.

Arrivederci Firenze.

Una lacrima,
un sorriso.

Un racconto di Valentina Giordano

Mi chiamo Valentina e sono una ragazza friualana di 22 anni. Studio lingue e sono in partenza per l’Erasmus. Mi sono trasferita a Firenze a 16 anni per inseguire un sogno e da quella volta Firenze è entrata nel mio cuore per non uscirne mai più. Sono apassionata di scrittura e fotografia.

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