L’anti-bamboccione: chi è lo studente lavoratore?

studente lavoratore, toc toc firenze

In Italia, almeno 4 universitari su 10 hanno un lavoro regolare. Ma cosa significa davvero essere uno studente lavoratore?

Il panorama degli studenti lavoratori è piuttosto ampio. Ci sono gli universitari a tempo pieno, che però si affidano a lavoretti saltuari per qualche soldo extra: l’esercito delle hostess, dei promoter, dei lavoratori stagionali.

Non mancano i lavoratori-studenti, persone che hanno iniziato a lavorare dopo il diploma e che decidono di tornare a studiare per ottenere un titolo che aumenti le loro prospettive di carriera. Ma la tipologia più diffusa rimane quella del tipico studente part-time, fuori corso o meno, che si divide regolarmente tra lo studio e un lavoro fisso.

Quali sono i motivi che spingono uno studente universitario a diventare un anti-bamboccione, creatura mitologica ignorata dai media, che si arrabatta per trovare il tempo di studiare, lavorare ed esistere?

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  La questione principale è quella economica: non tutte le famiglie possono permettersi un figlio fuori sede. Ma c’è anche un non trascurabile 29% di studenti che, pur non avendo questo problema, decide di trovarsi un lavoro.

Chi ce lo fa fare?

Le beghe da affrontare, infatti, non sono poche.  Come se rinunciare a una consistente fetta di sacrosanta vita sociale e pronunciare la frase “non ho tempo” come un mantra non bastasse, nessuno pare intenzionato a venirci incontro. Nonostante la maggior parte dei professori sfoderi programmi da non frequentante senza battere ciglio, succede anche che ci si senta rispondere: “Penso che debba rivedere le sue priorità. Se preferisce lavorare piuttosto che venire a lezione, io non posso farci niente” (sì, è una storia vera).

Ma anche quando si riesce ad ottenere un programma ad hoc, questo brulica di capitoli o addirittura libri aggiuntivi, come se preparare un esame senza assistere alle lezioni fosse più semplice. Il regolamento universitario, oltretutto, impedisce ai fuori corso di acquisire lo stato di studente part-time.

Se poi volete risolvere il Grande Enigma, e cioè se gli studenti fuori corso abbiano o meno l’obbligo di frequenza, dovrete compiere un lungo cammino e passare da almeno cinque ricevimenti, tre segreterie e due santoni indiani (questi sono i più facili, li potete trovare anche in piazza Sant’Ambrogio). Ma non è detto che il singolo professore accetti la teoria filosofica espostavi dalla segretaria, e viceversa.
Insomma, auguri.

Per quanto riguarda il lavoro sembrano esserci meno problemi.

Leggende sindacali narrano anche di contratti di lavoro appositi, che permettono di prendere fino a 120 ore di permessi studio retribuiti: non serve dire che la stragrande maggioranza dei datori di lavoro preferisce quelli a chiamata, dove i “permessi” sono sì illimitati, ma non retribuiti.

E allora, perché ogni dieci studenti lavoratori, tre lo fanno per scelta?

Chiaramente, guadagnarsi un po’ di indipendenza è sempre gratificante, ma soprattutto, a forza di sentir parlare di laureati disoccupati (ad oggi, circa duecentomila), è ormai chiaro che la laurea è soltanto un punto di partenza per trovare un lavoro, e non più un mezzo reale ed efficace.

studente lavoratore, toc toc firenze Se vedere un candidato fresco di laurea triennale alla tenera età di 26 anni fa storcere la bocca a più di un selezionatore, la totale mancanza di esperienza non sembra avere un impatto migliore: chi si è laureato lavorando viene considerato più dinamico, con una formazione più completa e solida.

Perché parliamoci chiaro: mentre l’università fornisce basi prevalentemente teoriche, qualsiasi esperienza lavorativa insegna ad avere un approccio più pratico alle questioni professionali e quotidiane, e a razionalizzare ed organizzare al meglio i propri impegni.

  Credits: Indagine “EUROSTUDENT IV: Social and economic conditions of student life in Europe” pubblicata da Il Sole 24ore; dati sulla disoccupazione dei laureati: Risultati Istat pubblicati su Repubblica.it il 24 marzo 2013

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