Super poteri inutili – La bottega di Calliope

E’ un sogno molto comune tra i bambini (e non solo) quello di essere dotati di super poteri come i gli eroi dei fumetti, dalla super forza di Hulk alla velocità di Flash e così via. Ma che succede quando ti accorgi di avere una grande capacità, ma questa si rivela del tutto inutile?
Un argomento assolutamente insolito, del quale siamo abituati a vedere solo gli aspetti positivi, che ha dato terreno fertile alla fervida immaginazione dei nostri scrittori dell’EsseCìEffe.
Facciamo largo allora a questi nuovi super eroi!

Sciocche bolle di luce.

Salve, mi chiamo Brid Llyr, e come molte donne della mia famiglia, possiedo un potere. Ma questo mio potere non ha nulla a che vedere, per efficacia o per spettacolarità, con quelli posseduti dalle mie ave. Mi discende, pare, da Eilonwy, moglie di Tartan, re di cui parlano leggende che altri figli della mia stessa terra forse conosceranno.
Il potere in questione? So creare piccole sfere di luce argentata. Già. Sono davvero carine, lo riconosco, ma per quanto riguarda l’utilità, sorvoliamo. Non sono neanche concrete, o calde, le ho toccate più volte fin da bambina, e la loro reazione è quasi tenera: scoppiano, come bolle di sapone, esplodendo in gocce dense di luce, piccole lucciole smarrite.
Essendo nata negli anni Novanta, ed avendo viaggiato un po’, sono cresciuta circondata da persone sempre più colorate, diverse e varie, e di superpoteri ne ho visti molti, anche di straordinari. Come quei soggetti che fanno quattro esami in una settimana e prendono 30 e lode, a tutti. Come quei musicisti che appena iniziano a suonare ti riempiono di brividi e ti lasciano un autografo tatuato sull’anima. O quegli scrittori che ti rapiscono nel giro di una frase, e già sai che una piccola parte dire te non tornerà mai più a casa. Potrei continuare a lungo.
Io no. Mi chiamo Brid, e so dare vita a piccole sfere di luce.
E se ci penso, non mi dispiace per niente.
Ci sono giorni tristi e dolorosi, ci sono settimane confuse e senza senso, ci sono mesi che neanche vedi passare, ed anni che sembrano vite. Ma alla fine, arriva sempre la notte.
Da qualche tempo a questa parte, ho preso una nuova, bizzarra abitudine. Ogni sera, alla prima occasione, ovunque io sia, creo la sfera più lucente che posso, e lascio che ondeggi leggera nell’aria. Resto a guardarla danzare per un po’. Osservo la sua luce come il riflesso di una fiamma disegnare nuovi contorni, mille nuovi volti al mondo. Passeggio lasciandomi guidare da lei in luoghi sconosciuti ma che sembrano conoscere me. Muovo i miei passi nelle tenebre più dense, e sorrido alle ombre che si agitano attorno a me senza mai potermi raggiungere, o ferire, o spaventare. Infine lascio che si libri alta nel cielo, mentre le sue sfumature lattee ed argentine si rincorrono rapide in movimenti confusi e circolari, il suo rimbalzare leggero risuona ritmico e leggero, le superfici che sfiora con i suoi raggi cambiano mille volte colore. La lascio lì, per tutte quelle persone che la luce credono di averla persa, perché guidi anche loro, e possano ritrovarla.
Infine vado a letto. E ne creo un’altra, più piccola, più leggera, solo mia. Perché mi guidi attraverso i miei sogni fino a domani, se non senza paura, almeno, mai senza speranza.

Autrice: Diletta Chirici

Pioggia di lettere

Un grido.
Lettere.
Lettere sparse ovunque.
Sui tetti delle case, sugli alberi, nelle piscine…la città era invasa da Lettere.
Ma non fogli di carta ingiallita, riempiti da bella calligrafia dalle penne.
Solo lettere.
Ammassi di alfabeto in ogni lingua: in corsivo, in grassetto, di qualsiasi carattere e font.
Tutti erano rimasti increduli guardando il cielo riempirsi di nuvole e invece di trovarsi a scansare le gocce d’acqua, veder precipitare al suolo e sulla giacca, impalpabili virgole e A.
C’era chi gridava al giorno del giudizio, chi agli alieni e chi cercava il colpevole che invece di innaffiare fiori, faceva piovere lettere.
Avrei voluto puntare anche io il dito contro quell’essere spregevole, che aveva bloccato l’intero quartiere di un lunedì mattina qualunque e chiedergli a cosa fosse servito tutto questo.
Magari quel giorno, si era sentito solo un po’ futurista e aveva dato troppo spazio a quei semplici segni, che avevo assunto forma e plasticità.
Se lo avessi conosciuto, gli avrei detto di non buttarle così ma di comporre parole, dargli un legame e un suono per inciderle in un foglio.
Ma quel giorno non era stato così lontano dal giorno della mia nascita: quello era il mio superpotere che nasceva con me.

Autrice: Monica Ricci

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Credits: Gianfranco Goria

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