Tramonto a Firenze – Raccontami Firenze

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Erano le sei del pomeriggio, l’aria era calda e le tende bianche svolazzavano fuori dalla finestra, Dante guardò l’orologio sospirando e pensando che era troppo presto per riempire lo stomaco con del cibo e troppo tardi per recuperare la giornata ormai persa.
Così decise di uscire per restare da solo con i propri pensieri. Prese il suo pacchetto di sigarette, comprato il giorno prima in un tabacchino nei pressi di Santa Maria Novella e lo mise in tasca, consapevole che non sarebbe durato a lungo. Si incamminò, non era sicuro della propria meta, ma doveva pensare. Doveva pensare alla sua situazione, alla sua persona, ai suoi sogni e a ciò che voleva rincorrere. Tutti l’avevano sempre visto come un ragazzo difficile, diffidente e come un egoista che pensava solo a se stesso, uno dei tanti ragazzi risucchiato dalla inutile società di questo ventunesimo secolo. Per Dante era difficile controbattere, nemmeno lui sapeva chi fosse davvero, aveva vissuto con se stesso tutto quel tempo in quella città così magica come Firenze, senza mai capirsi e comprendersi davvero. Doveva ancora trovare il suo posto nel mondo che fosse la sua città natale o qualsiasi altro posto. Una cosa della sua persona però la conosceva bene: amava leggere. Leggeva soprattutto letteratura francese ed era un piccolo momento che si riservava per potersi allontanare dal caos della propria città. Solitamente si rifugiava al Parco delle Cascine, luogo idilliaco, perfetto per ricominciare a respirare e a vivere anche se per poche ore. Si sdraiava sull’erba fresca, iniziava a leggere e sebbene venisse “invaso” da insetti e formiche era il suo momento di felicità e dopo aver letto qualche capitolo poggiava il libro sul suo petto e con gli occhi mirava al cielo. Poteva vedere i raggi del sole squarciare le foglie degli alberi e le nuvole completare il cielo. Con il naso all’insù ragionava sulla situazione dei volatili. Erano stati provvisti di ali che gli permettevano di andare dove volessero e di essere liberi osservando ogni angolo di cielo. Così gli umani invidiosi, avevo creato prima carrozze trainate da cavalli, automobili e poi aerei che eguagliassero il volo dei volatili. Amava quel posto, era il suo posto.
Dante continuava a camminare, c’era un caldo torrido e le sue sigarette erano ormai a quota due. Senza neanche accorgersene si trovò in viale Giuseppe Poggi, nella zona di Oltrarno, la quale ospitava il bellissimo “Giardino delle Rose”, da cui si godeva di una bellissima vista sulla città di Firenze. Un giardino che Dante amava particolarmente, che affondava le sue radici nella storia antica della città e che offriva gratuitamente bellezza a tutti i visitatori. Dopo aver scattato innumerevoli foto, che potessero riportarlo lì con la mente quando non poteva con il corpo e dopo aver camminato per più di mezz’ora, decise di fermarsi e di riposarsi su una panchina per qualche minuto.
Era stanco, felice e il sudore gli scorreva sulla fronte come aceto, decise di fumare una sigaretta, ultima superstite, ma fu interrotto da un anziano signore che disse:
“Ragazzo, posso sedermi?”
“Certo, prego” rispose Dante.
“Come ti chiami, ragazzo?” domandò il vecchio.
“Mi chiamo Dante”, rispose.
“Oh, come l’illustre Dante nonché padre della letteratura italiana, che rese celebre la nostra città. Come mai questo nome?” chiese sfacciatamente.
“Mia madre era un po’ in fissa con la Divina Commedia e così…”
“Era?” chiese curioso lo sconosciuto.
“Insomma, è. Ora non so cosa le piaccia davvero, non so nemmeno cosa piaccia davvero a me” disse in modo seccato Dante.
“Cosa ti inibisce, Dante? Sei così giovane, cosa ti impedisce di trovare il tuo posto nel mondo, di scoprire ciò che realmente vuoi e soprattutto di sognare?” chiese l’ormai confidente.
“Ho tante domande e direi nessuna risposta. Quando vado a Firenze, in centro, vedo una moltitudine di persone che si incontrano, si scontrano, si chiedono scusa e poi ritornano sul loro percorso e soprattutto alla loro vita. Ogni giorno incrociamo milioni di sguardi, di passanti, giudichiamo loro se indossano abiti succinti o parlano al cellulare a voce troppo alta, ma non ci chiediamo mai come sia la loro anima o se il loro cuore sia in tempesta”, disse Dante.
“Ragazzo, sono arrivato qui, nella città di Firenze, quando ero molto giovane, ero in cerca di fortuna. Ero abituato alla mia terra natìa, un piccolo paesino,nel quale ci conoscevamo tutti e lo straniero veniva guardato da capo a piedi. Ragazzo, Firenze è il mondo. Sei qui ma è come se fossi in Francia, in Cina o in America. Ogni giorno incontri persone che vengono da realtà diverse, da tradizioni nuove, da Paesi che forse non vedrai mai, ma che puoi comunque esplorare qui.
Guarda quei bambini che giocano. Loro sanno davvero cosa vogliono, sono decisi e caparbi. Quando una madre non vuole accontentare suo figlio, quest’ultimo piange sbattendo i piedi a terra tanto forte e per tanto tempo che prima o poi verrà accontentato.
Loro si che sono felici. Credo fortemente che la vita ti serva per prima il dolce, cioè l’età dell’infanzia, dedita a giochi e a scherzi, per poi servirti una fredda minestra, cioè la vecchiaia, ma ricorda, potrà sempre essere riscaldata”.
Dante pensava alle sue parole, non sapeva se fidarsi. Insomma, era venuto qui per fare fortuna, ma era vestito di stracci.
“Non trovi il tuo posto nel mondo, Dante, perché ogni volta che guardi un tramonto, pensi sempre che domani ce ne sia un altro ad aspettarti. Dante, i tramonti sono tanti ma c’è una sola vita! Esci, trova l’ispirazione per gli antichi vicoli della tua città, vai ad ascoltare gli artisti di strada, che popolano Ponte Vecchio e che anche per pochi spiccioli continuano a regalare musica ai soliti e ai nuovi passanti e poi chiediti, quando avrai trovato la tua strada, se ne vale davvero la pena”.
Dante rimase in silenzio, volse il suo sguardo al pacchetto di sigarette per prenderne una, ma quando si voltò verso il vecchio, quest’ultimo era scomparso.
Dante si recò in quel giardino per diversi mesi, sperando di ritrovare il suo vecchio mentore anche se per poche ore. Finché un giorno, mentre leggeva un’opera di Dumas, sentì una voce familiare. Era lui, il vecchio della panchina. Si sedettero e il vecchio disse:
“Allora, hai trovato il tuo posto nel mondo?”
“Sì, ed è un posto bellissimo”, rispose Dante.
Poi guardarono il tramonto insieme e Dante disse, rivolgendosi al vecchio:
“Senti questo profumo?”
“Che profumo?” chiese.
“Profumo di felicità” rispose Dante.
Un racconto di Federica Annese
Mi chiamo Federica, ho 18 anni, frequento il Liceo Classico, amo leggere e ho sempre sostenuto che la fantasia sia superiore alla realtà e che aiuti l’uomo a vivere meglio.

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Credits: Giuseppe Moscato

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