Moradi il Sedicente e il legno naturalmente arte

Moradi e le sue forme naturali del legno, colte nel loro divenire e tramutate in opere d’arte, con la loro impermanenza ci regalano uno sguardo nuovo sul mondo.

Tutto iniziò con un furto, nel quartiere El Born a Barcellona. Un coinquilino d’appartamento del nostro artista lasciò l’alloggio per l’ultima volta portandogli via la borsa contenente un Mac e un taccuino, con più di sessanta disegni. La refurtiva non fu trovata. L’unica cosa conosciuta del ladro? Il nome: Moradi, così si era presentato. L’artista si trovò così con anni di lavoro spariti nel niente, ma decise di ripartire da zero rubando il nome al ladro. Nasce così Moradi il Sedicente, il nome di un artista. Perché lo sappiamo tutti che “i cattivi artisti copiano, quelli buoni rubano”.

Ritratto di un artista

Il suo piccolo studio, quasi nascosto, è nelle vicinanze di piazza Santo Spirito, nel cuore dell’Oltrarno fiorentino. “La maggior parte del tempo la passo a riconoscere qualcosa che mi stava già sotto gli occhi. Quando riesco a cogliere il messaggio che un pezzo di legno mi manda, tutto quello che faccio è renderlo visibile.” I suoi strumenti di lavoro: trapani, viti e seghe. Il suo materiale il legno, in tutte le sue forme: potature d’albero, rami caduti, cortecce, foglie e radici. “Il legno non perde mai la sua precisa natura, trattiene tutta la storia dello spazio in cui ha vissuto, filtra la vita come una spugna, e anche da secco, trattato, lavorato, congelato o arso dal sole continua a raccontare storie come un libro.”

Se la street art ridisegna il paesaggio urbano, Moradi lo popola con le forme della natura. In questi anni la città di Firenze ha visto apparire/sparire le sue opere. Uccelli in piazza della Passera, il Cervo sulla Pescaia di Santa Rosa, l’Orso in piazza Tasso, l’Autunno alla Rotonda Brunelleschi e, ancora, scimmie, scoiattoli, sirene e camaleonti. Allestisce bar trasformandoli in installazioni ambientali dalla forma di Nido o di Lievito. Nel immaginario di Moradi non solo una ‘Urban Jungle’, ma anche cuori, parti anatomiche, pistole e fucili con la canna rovesciata, tuffatori, selfisti, scheletri umani pensanti, baci, mani e volti.

Moradi, street art
Immagine per cortesia di Moradi il Sedicente.

Ma partiamo dalla cronaca di questi mesi. 25 maggio 2016, a Firenze crolla parte del Lungarno Torrigiani. L’Amministrazione comunale interviene per il ripristino, dopo un anno apre al pubblico anche un nuovo camminamento sull’Arno, da Piazza Poggi a Lungarno Torrigiani, servito durante i lavori al transito dei mezzi per consolidare l’argine e la spalletta. Crollo e rottura diventano l’occasione per realizzare quello che prima non c’era: un nuovo panorama fiorentino, una passeggiata inedita dove la Biblioteca nazionale, gli Uffizi e Ponte Vecchio si osservano dal punto di vista dell’Arno.

Per l’inaugurazione di questa estate il Comune di Firenze coinvolge Moradi, nasce così il progetto ‘Creature dal fiume‘. È il segno di un’ulteriore consapevolezza culturale, anche da parte delle istituzioni pubbliche, sul grande impatto culturale che la street art realizza nelle vie delle nostre città e che i social network moltiplicano sui propri canali. Gli street artist, coscienti o no, intervengono e ridisegnano la percezione del paesaggio urbano. L’arte esce dai musei e dalle gallerie, conquista muri, parchi, piazze, cartelli stradali, entra in dialettica con il territorio, con chi lo vive e con chi lo governa, lo trasforma mettendo in luce luoghi abbandonati, angoli degradati o inediti.

Immagine per cortesia di Lorenzo Zambini.

Chi se non uno street artist può rendere interessante anche da altri punti di vista un nuovo panorama fiorentino? Il fascino di una città, anche per le nuove generazioni, è quello di avere “una fibra viva che si manifesta nei luoghi frequentati effettivamente dai cittadini.” In questo caso l’arte non parla solo agli appassionati del settore, ma ha l’ambizione di relazionarsi con tutti e di raccogliere un bacino di osservatori coinvolti. Una costante interazione, una narrazione continua con quelli che partecipano, che si mettono in discussione, quelli che polemizzano e quelli che formulano proposte. “Questa è la parte più edificante di questa storia.”

Il progetto Creature dal fiume

Sul camminamento dell’Arno, tra le mani di Moradi, emergono cinque ‘Creature dal fiume’, immaginarie e provvisorie, figlie del legno fluviale: una giraffa, due cervi, un coccodrillo e un unicorno. Le creature si relazionano con l’ambiente generando una familiare estraneità. In lontananza un coccodrillo, composto da cortecce, giace immobile vicino alla zona più paludosa del percorso. “Un animale millenario che fa dello stare sulla superficie la sua forza”, un dinosauro da guerra. C’è chi ci vede ‘lacrime di coccodrillo’, chi il ‘cattivo’ della storia o chi si ricorda di leggende metropolitane ambientate nelle fogne.

Il percorso viene aperto da una giraffa, alta cinque metri, che richiama inevitabilmente quella di Lorenzo il Magnifico, portata a Firenze nel 1487 e morta poco dopo, con il collo rotto e la testa bloccata tra le travi di una stalla. Viene suscitato l’immaginario storico dei fiorentini e si ricordano le rappresentazioni dell’erbivoro dal collo lungo nei dipinti di Giorgio Vasari e di Domenico Ghirlandaio. L’unicorno, invece, il percorso lo chiude. Ponte Vecchio è a pochi metri di distanza. La creatura leggendaria dal corpo di cavallo e il corno in mezzo alla fronte, ci fa uscire dall’incredulità, ci libera dal possibile, trascinandoci nel sogno, nella fantasia, nella mitologia. “Non ha importanza ciò in cui si crede, conta quello che abbiamo davanti agli occhi e come ci fa sentire.”

Moradi, street art
Immagine per cortesia di Moradi il Sedicente.

Moradi non si avventura nello spiegare la simbologia stretta, ognuno ha il suo immaginario, il proprio vedere e il proprio pensare. C’è una forma di meraviglia dove il nostro occhio riconosce qualcosa da qualcos’altro, viene richiesto un intervento attivo di chi guarda.

“Quello che uno ci vede? Sono solo dei pezzi di legno incastrati insieme, divenuti contenitori e recettori di immaginazione e di fantasia. Sono tutti animali che se tu li incontrassi nella realtà rimarresti sorpreso. Vedere apparire un cervo ti blocca e ti paralizza, anche se è l’animale più probabile dei cinque, ma conferisce al panorama una carico di meraviglia ed eccezionalità. Come quando, davanti a un capolavoro di Rembrandt al Metropolitan Museum, scatta una sorta di apparizione che muta anche il contorno. La panchina non è più panchina, il faretto non è più faretto, cambia tutta la visione. Questo è quello che penso che valga la pena traghettare dall’arte alla street art, nella sensibilità visiva. Nel decoro, di chi vive la città.”

Ogni forma è nella natura

“Ogni forma è nella natura” ripete Moradi. Nel 2015 per l’esposizione ‘WoodenKammer‘ al Museo Bellini, realizza un coccodrillo di dimensioni naturali assemblando pezzi di mobili antichi provenienti dalle cantine del museo. Oggi, con ‘Creature dal fiume’, il legno su cui lavora è quello portato a riva dall’acqua dell’Arno dopo le piene, un mucchio di legna di risulta, residuata e caotica. Legno fluviale che viene conosciuto e riconosciuto da Moradi, uno scambio alla pari tra l’artista e il materiale che utilizza.

“Ogni cosa parla e io amo far parlare le cose. Senza imporre niente, in un reciproco scambio di conoscenze.”

Nel processo creativo c’è una fase iniziale di riconoscimento del materiale e di conoscenza con l’esterno, non di autocoscienza o referenzialità. “L’incontro è con il mondo pulsante, con la materia di cui siamo fatti, con la terra che si calpesta. Tutte queste dimensioni non parlano più dell’uomo come centro di tutto, ma dell’uomo come parte del tutto. Un discorso che può fare oggi l’arte senza risultare un salotto decadente.”

Il Sedicente entra in connessione non solo con il legno ma anche con lo spazio dove interviene, con le persone che lo vivono, con tutto un microcosmo che popola un luogo. Questo approccio gli permette di frequentarlo con serenità, allegria, creatività e di poter realizzare un qualcosa che non finisce lì. La storia per quei legni continuerà arricchendosi di episodi, di interazioni con gli osservatori, con i fidanzati che si fanno una foto o in laboratori come ‘Safari sull’Arno‘, mirati a coinvolgere bambini e adulti alla relazione e alla documentazione creativa con l’opere.

Moradi, street art
Immagine per cortesia di Lorenzo Zambini.

“La motivazione della creazione è qualcosa di generoso, una partecipazione. Io posso afferrare le cose da questo punto a quest’altro, solo in questo passaggio posso dire la mia. Dare al legnetto un significato che travalica il suo essere legnetto. Se un momento prima potevi scagliarlo nel fiume senza sentirti in colpa, dal momento dopo diventa qualcos’altro, questo qualcos’altro a ognuno di noi fa un effetto diverso. Parte integrante del mio lavoro è registrare questi effetti, incoraggiare queste visioni.”

Le mille trasformazioni del legno

Per il legno che trova e che assembla, Moradi si ritiene solo un piccolo tassello della sua trasformazione, della sua esistenza. “Il legno da essere radice, ramo e albero, da essere canale per l’acqua, per le foglie e per l’ossigeno, cade, si spezza, si trasforma, portato dal fiume al mare, perso alla deriva per anni, riportato indietro su qualche riva. Poi trova me, poi chissà chi altro. Ha una sua vita che sarebbe violento non rispettare.”

Allo stesso tempo questi legni sono portatori di forme e di linee. “Non sono uno scultore, sono un disegnatore che usa il legno per creare un disegno immaginato e tridimensionale, figure dalla struttura dinamica che stanno ancora eseguendo un processo di trasformazione.” Proprio come si disegna una linea su un foglio, per indicare la curva di una spalla o il profilo di un volto, ugualmente Moradi trova le sue forme tra rami, legni e radici che sono l’esatta riproduzione di un qualcosa in natura, si tratta di capire per cosa sono perfette.

“In natura ci sono già tutte le linee possibili che potrei utilizzare per un disegno, chiedono solo di essere riconosciute, delle volte mi ci vuole un giorno, altre volte un anno.”

Sono diversi anni che Moradi interviene a Firenze con i suoi assemblaggi di legno. Creature che hanno popolato piazze, rotonde, rive e muri. Apparse e sparite, nate e rapite. La street art è per sua stessa natura impermanente, una straordinaria lotta tra l’opera e la sua resistenza, nel tempo e nello spazio pubblico in cui vive. Succede che vengono cancellate dall’autorità, rubate, distrutte per divertimento o uccise dall’artista stesso che l’ha generate. In Moradi l’impermanenza è data anche dalla natura stessa di quello che crea. Un orso di foglie e legno è senza esposto inesorabilmente al passare del tempo, all’essiccamento naturale delle foglie, da verdi diventeranno gialle e poi marciranno per terra. “Tutto scorre con la vita delle cose, vedere una mutazione, vedere un bambino crescere. Meraviglia e stupore. Dobbiamo combattere l’indifferenza, il cinismo, la piattezza di quello che si vede. Combattere quello che rende le parti migliori dell’uomo assolutamente obsolete.”

Immagine per cortesia di Lorenzo Zambini.

Non solo il tempo, ma anche gli agenti meteorologici. Il cervo costruito e nato sulla Pescaia di Santa Rosa fu portato via dalla piena dell’Arno insieme al tronco che lo sosteneva. “Siamo tutto transitori, cosa resta? La memoria, la forza di una immagine che ti si imprime e che ti dà un senso rivoluzionario di quello che hai conosciuto fino ad adesso e te lo cambia. La consapevolezza di essere effimeri, di passaggio, di non essere padroni di nulla, ma solo agenti che contribuiscono a qualcosa. Tutto questo mi fa stare molto bene, quando il cervo è stato portato via dal fiume non ho sofferto per niente, non è una cosa oltraggiosa ma coerente, rispettosa della storia di quei legni.”

Niente è per sempre, anche le sculture in marmo non sono eterne, però ci provano a esserlo. A nessuno davanti al David di Michelangelo viene il dubbio che il giorno dopo potrebbe non esserci più. Nelle opere di Moradi, l’elemento dell’impermanenza è intrinseco nei suoi lavori, produce un sentimento empatico tra opera e osservatore, come in una relazione tra esseri viventi.

“Il tic tac va sentito, lo scorrere del tempo. Sono qui ora, domani non si sa. C’è la morte in queste opere, non l’arroganza dell’eternità.”

Per tutta la street art il contesto dell’intervento artistico è parte essenziale dell’opera stessa. Per Moradi il contesto non solo è fondamentale nella fase espositiva, ma anche in quella creativa. “Impossibile stare senza il contesto, come è impossibile stare senza terra sotto ai piedi. Coinvolgo più fattori vivi e significanti possibili dello spazio in cui lavoro, è un filo sottilissimo che necessita studio, applicazione, un’interazione e un rispetto dei luoghi e di chi li abita, che mi permette di conoscerli e di giocarci. L’opera finale è un polo catalizzatore di tutto questo, testimonia una storia, un percorso che va avanti finché andrà avanti. Anche la collocazione è determinante, un pezzo stesso dell’opera. Le cantine degli Uffizi sono pieni di capolavori che non hanno parete; un quadro bellissimo non è concluso finché non troverà la sua parete specifica. Solo in quel momento potrà influire sulla giornata di qualcuno.”

Spesso le strutture di legno del Sedicente hanno una forma reticolata. Il vento ci passa nel mezzo e il sole filtra in mezzo ai rami assemblati. L’idea della rete è coerente con il pensiero di Moradi, nella rete ci possono rimanere impigliate tante cose: un ragno ci può fare la sua ragnatela e lo sguardo di una persona può guardarci attraverso, osservando con più attenzione il paesaggio. “L’opera è una trappola del reale. Io sono come un piccolo aborigeno nella giungla, ho imparato a piazzare trappole. Il talento è quello di non farle vedere, in modo da intrappolare quante più verità possibili. Sono le verità che ci rimangono intrappolate, le verità di ognuno di noi, non la volontà dell’artista. Quello è l’assolutismo. E io risposte non ne ho.”

Moradi, street art
Immagine per cortesia di Moradi il Sedicente.

Catturare verità presuppone la capacità di catturare in pochi secondi l’attenzione delle persone che frequentano la città. In un’epoca dove tutti siamo sottoposti a sovra stimolazioni, distrazioni, mancanza di concentrazione. La rapidità, l’immediatezza e l’efficacia del messaggio sono fattori determinanti dell’opera. Più che una legge artistica, quasi un meccanismo pubblicitario. “Ci sono degli spot pubblicitari che sono geniali. Concentrano il senso utilitaristico ed estetico in tre secondi e ti ritrovi a canticchiare un ritornello. Se si può fare per le cose di bieco consumo, si può fare anche per le cose belle. I pubblicitari saccheggiano l’arte? Ribaltiamo il piano e creiamo una realtà talmente falsa, creata, artificiale ma anche talmente realistica, probabile, possibile che ti spiazza. Una realtà che ti costringe a prendere una posizione, a ragionare con la tua testa. Meglio avere questo attimo di smarrimento, di vuoto etico ed estetico ma che però susciti qualcosa, invece che immobilizzarsi in una palude.”

Un incontro esperienziale

Demolire la presunzione dell’artista e qualsiasi gusto elitario. Catturare attenzione e verità, senso di sorpresa e apparizione, rapporto empatico/sentimentale tra opera e osservatore, rispetto e interazione del contesto e delle persone che vivono i luoghi. “Quando ho messo il cervo in piazza Gaddi, senza permessi, le autorità mi hanno intimato di toglierlo. A impedirmi di toglierlo è stata la gente della piazza e del quartiere. Perché gli piaceva, ‘perché lo si vede noi, perché si sta qua noi’. Questo è quello che accade ed è meraviglioso. Non sono il padrone di nulla, non siamo padroni di nulla, se il Comune voleva toglierlo poteva toglierlo, sarebbe stata una sua scelta.” Il Comune, invece, ha deciso poi di autorizzarlo lasciando il cervo lì, nella sua piazza, tra la sua gente.

La street art come maestra di vita

Eccolo qui Moradi, eccola la sua etica/estetica. La creazione di questa camera dei ricordi, dove il valore di quello che vediamo lo dà l’osservatore, nessun ostacolo viene alzato tra l’opera e noi. Possiamo godere delle sue creazioni mediante i nostri innati strumenti antropologici. “Mi sono formato con il filosofo tedesco Hans-Georg Gadamer sui punti di connessione tra arte antica e moderna, lui ne aveva individuati tre: il gioco, il simbolo e la festa. Temi non estetici ma antropologici, legati al comportamento umano. Temi liquidi che devono adattarsi ai linguaggi correnti e all’attenzione. L’attenzione è stata distrutta da cellulari, smartphone, social network; una deriva pericolosa ma normale quando ci sono grandi rivoluzioni nell’umanità. La fase è duttile, nuove regole e nuovi approcci sono da creare, il mondo in breve tempo è cambiato spaventosamente. L’artista ha il compito di registralo nella maniera più autentica possibile, ha il dovere di utilizzare qualsiasi mezzo gli sia necessario per arrivare al suo scopo.”

Moradi, street art
Immagine per cortesia di Moradi il Sedicente.

‘L’autentica esperienza è quella in cui l’uomo diventa cosciente della propria finitezza’ sostiene Gadamer. E forse è questo quello che Moradi ci vuole dire con semplicità e gioco, senza la presunzione di spiegarci niente perché tutto è già davanti ai nostri occhi. “Sto dalla parte della didattica dell’arte. Vi faccio vedere l’ABC, siete voi che poi leggerete la Divina Commedia. Io non scrivo la Divina Commedia, io sto sull’ABC.”

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  • Lorenzo Zambini

    Mi occupo di ZAP – Zona Aromatica Protetta, luogo di incontro e spazio per cultura e politiche giovanili. Laureato in Comunicazione, non mi piace né leggere, né scrivere. Amo rileggere, riscrivere, riguardare film e rivisitare città. Credo nel proverbio: non usare una accetta per togliere una mosca dalla fronte di un tuo amico.

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