Ad un caro estinto – La bottega di Calliope

Una challenge un po’ triste e malinconica ha occupato i nostri scrittori questa settimana. Ma è giusto poter scrivere di ogni stato d’animo, dalla felicità più sfrenata alla tristezza più cupa. Come ci ricorda nel celebre film “La tigre e la neveBenigni nei panni di un professore, parlando delle capacità che necessita di uno scrittore dice…

Siate felici, dovete patire, stare male, soffrire, non abbiate paura a soffrire, tutto il mondo soffre!

C’è ad ogni modo molti modi di vedere lo stesso tema, chi in maniera più classica, chi in modo più letterale

Sogni

Quella era casa.
No, non casa mia. Era casa dei miei cugini.

Quella era una festa.
Uno dei tanti ritrovi familiari che hanno accompagnato la mia infanzia.
Natale? Compleanno? Pasqua?
Il perché mi trovo li è sfuggente. Ma ci sono.
È li che devo stare, ed è giusto così.
Sono a casa: sono tranquilla.

Incontro tutti in quel giardino.
I miei zii, i miei cugini.
I loro compagni e le loro compagne.
Ogni anno la famiglia si allarga,
chi si sposa, chi ha figli: diamo a tutti il benvenuto

Ci sono anche i dolci,
tanti, tantissimi dolci.
Posso essere felice.

Osservo il sorriso di chi mi parla,
osservo la folla: manca qualcosa.
Non va bene. C’è qualcosa che mi da fastidio.
Manca qualcuno.
Manca il collante.
Una persona.
Non ricordo chi, ma è importante.
La devo ricordare, la devo salutare.

Ho uno zaino.
Ho uno zaino?
Si. È sulle mie spalle da sempre,
contiene tutto ciò che mi è prezioso.
Tutto quello a cui tengo. Devo proteggerlo.

Lo guardo: è aperto.
Non c’è più niente dentro.
Ho perso tutto.
Panico.

Chiedo aiuto.
Le persone ridono: sono solo oggetti.
Si, è vero. Ma ho bisogno di trovarli.
Devo cercarli.
Dove?
Il mondo è così vasto.
Dove li ho persi? Non li troverò mai.
Terrore.

La cerniera dello zaino si chiude.
Torna ad acquistare pesantezza,
gli oggetti che ho perso sono di nuovo tutti lì.
Adesso puoi calmarti.
Mi giro, chi è stato?
Sento una voce:
« Va tutto bene. Li ho ritrovati tutti, tranquilla: Ci sono io»
Una fitta al cuore.
Quella voce profonda, piena di calore,
è la voce di chi cerco.
Il collante.
La persona più importante della famiglia.
Mi rilasso, torno a sorridere incerta.
Ci sei te, è vero.
Ci sei sempre stato te.
E con te sono al sicuro.

Non riesco a metterla a fuoco.
Dannazione! Devo vederla.
Non voglio metterla a fuoco.
Perché?
Lei è importante.
Manca da troppo tempo.
Devo dirglielo:
Che è importante,
che mi manca,
che a casa ancora l’aspettiamo per il caffè.

Lo guardo.
Lui è li che mi sorride.
La barba un po’ incolta ma sempre curata,
i capelli biondi, corti, con solo qualche accenno di bianco.
È più alto di me: mi protegge.
Sembra dire: stai tranquilla. Non sei mai sola.
E’ vero: ci sei sempre per tutti.
Senza mai un pregiudizio.
Sempre con un sorriso a disposizione.
Una mano da afferrare nel bisogno.

E io l’ho dimenticato.
Perché l’ho dimenticato?
Mi vergogno.
Meriti di più.
Apro la bocca per ringraziarlo:
C’è confusione, disagio, paura.
Ora ricordo.

 Allora sei vivo.
Che frase stupida da dire dopo tutto quel tempo: lui è li accanto a me.
Tutto torna a posto, ciò che mancava c’è di nuovo:
Il nostro collante.
Un pensiero sale al cervello,
mi riempie di gioia. Sono felice.
No, non felice. Sono tranquilla.
Rilassata.
“Sai, mamma sarà contenta,
tornerà a sorridere,
starà meglio adesso,
vai a salutarla, ti prego.
Ha bisogno di te”.

Lui sorride, si afferra la maschera,
se la toglie.
Muta. Cambia.
È mio nonno.
Mi hanno fatto uno scherzo.
Tutti ridono: anche mio nonno.
Ci sono cascata in pieno.
Pensavi davvero che fossi Giovanni? Chiedono divertiti.
Ridono ancora.

Il cuore si stringe in una morsa.
Mi spezzo.
Il dolore è invadente e lacera.
Voglio smetterla di sentirlo.
Non è fisico. Non so come fermalo.
Aumenta, e non sono sicura di sopravvivere.
Non sono sicura di voler sopravvivere.
“Ti prego non scherzare, torna qui!”
Ma ormai lui non c’è più.
Non c’è più da tanto tempo.

“Perché piangi? È divertente!”
Tutti ridono, e non capiscono.
Non capiscono quanto mi possa mancare.
Lo rivoglio qui: con me.
Adesso.
Voglio urlare, ma riesco solo a piangere.
C’è un’altra soluzione, la sento.
Posso impedire a quel dolore di toccarmi.
Concentrati: Posso svegliarmi.

Apro gli occhi.
Tocco le guance, stranita: non ci sono lacrime.
Ma il dolore è così intenso, così vivo anche da sveglia.
Quelle lacrime ci saranno presto.
So cosa fare nella realtà, so come bloccare il dolore:
mi metto a sedere e poi mi alzo.
Devo prepararmi per un altro giorno di vita.
E in un normalissimo battito di ciglia…
Lo dimentico.
Di nuovo.
Mi dimentico di lui.
Il cuore si calma, l’angoscia sparisce. L’apatia sostituisce il dolore.
Serve solo un minuscolo sforzo per sopprimere quel senso di disagio che mi assale.
Quel senso di vergogna.

Perché ti vergogneresti di me, lo so.
O forse no, te non giudichi le persone.
Ma non ho la forza di sopportare il dolore.
Lo vedo ogni giorno negli occhi di mia madre,
e faccio finta che non ci sia.

Manchi…

E adesso? No dimmi cosa farò d’ora in avanti? Senza di te…senza la tua presenza…la tua fragile presenza.
Io vivevo in funzione di te, tutta la mia vita era fondata sulla tua esistenza. Adesso?
Non rimangono altro che centinaia di libri e altrettanti ricordi legati a te, ai tuoi occhi nei quali ci vedono un intero e antico mondo.
Occhi che non rivedrò mai più e nessuno conoscerà per colpa di una civiltà incivile, incurante della vita se non della propria.
 pensieri di una ricercatrice naturalista alla proclamazione dell’estinzione della tigre di gaia.

Autore: Matteo Mazzoni

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Credits: Thomas Steinbichler

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