“Amerika” di Kafka al teatro Goldoni: una storia di emigrazione

amerika

Non sono in molti a conoscere “Amerika” di Franz Kafka, un romanzo giovanile rimasto incompiuto, per molti versi parecchio differente rispetto alle sue opere più note. Ma la regia di Maurizio Scaparro, con la compagnia teatrale Gli Ipocriti, ce lo porta in scena al teatro Goldoni, proponendocelo in tutta la sua attualità.

La storia che racconta è una storia di emigrazione: il sedicenne Karl Rossmann, per sfuggire alle responsabilità dell’aver avuto un figlio da una cameriera, viene mandato in America a cercar fortuna. Quelle che gli si propongono sono tutte le difficoltà che si parano davanti ai nostri amici e conoscenti che in questi anni lasciano il nostro Paese: i problemi con la lingua, il contatto con una cultura radicalmente diversa, l’inconciliabilità delle inclinazioni maturate nella realtà di casa con le esigenze dei nuovi orizzonti, delle nuove sfide, dei nuovi pericoli.
Il giovane Rossmann, giunto nel nuovo mondo, non brucia le navi come fanno i conquistatori determinati: resta attaccato a ciò che lascia. Fatto che lo rende geneticamente incompatibile con lo spirito che pervade quel mondo: proprio per questo di volta in volta continuerà ad essere cacciato, quasi fosse un cavallo (in tedesco, Ross) che non vuol correre. E non gli resterà altra via che l’arrangiarsi.
La sua tenacia e l’ingenua fiducia – ben strane, per un personaggio di Kafka – lo avvicinano all’incrollabile ottimismo dell’Idiota di Dostoevskij, ed è proprio come un idiota che verrà trattato dalla maggior parte delle persone che incontra, prime fra tutte, altri emigrati europei. In un crescendo di bizzarria, in cui l’Europa sembra sempre più lontana, inizierà a cavalcare l’importanza dell’impegno, dell’occasione, e nessuna sfortuna successiva varrà a frustrarlo.
Karl Rossmann non è un Gregor Samsa che una mattina si sveglia americano; la sua è una metamorfosi lenta, che, col libro, resta incompiuta, ma si profila sul finale nell’abbraccio delle nuove geografie della corsa all’Ovest.

America

Scaparro propone una regia classica, immediata, una scenografia intuitivamente composta da porte che si aprono, che nascondono, che si spostano, che spariscono. La compagine dei personaggi è asciugata nella sua funzione essenziale di satellite rispetto al viaggio del protagonista – uno splendido Giovanni Anzaldo. Nell’adattamento di Fausto Malcovati l’attenzione al testo di Kafka rimane centrale, tanto che niente dell’originale viene snaturato nello spettacolo; eccezion fatta per una cosa.
Nonostante l’atipicità di questo lavoro di Kafka, esso resta permeato da un’angoscia di fondo, preludio delle angosce del Kafka maturo; un’angoscia che nell’interpretazione teatrale viene smorzata, specie per effetto del magistrale commento musicale ideato da Alessandro Panatteri – sospeso fra suggestioni di musica jazz ed ebraica. Questo consente una migliore concentrazione sulla situazione del viaggio, anche se l’argine all’angoscia finisce per sacrificare una parte dello spessore del testo. Di quella non restano che racconti ancillari di sopravvivenza, e il padre, consueta figura kafkiana che incombe nella narrazione come un convitato di pietra.

Uno spettacolo di scelte attente, che ricerca con lievità il dramma di un esilio forzato e di un’indomabile voglia di farcela, che pone a contrasto i caratteri dell’Europeo emigrato e della terra in cui emigra: una riflessione cardinale, in questi tempi, in cui emigrazione e immigrazione sono fenomeni quotidiani.

Un sentito ringraziamento alla Fondazione Teatro della Pergola, che ci ha permesso di goderne.

Top
Optimization WordPress Plugins & Solutions by W3 EDGE