Angeli del fango, la solidarietà contro la disperazione

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Quando una tragedia colpisce una città, per fortuna ci sono molte persone pronte a dare una mano. Piccole e grandi storie di vera solidarietà, che ridanno la speranza a molti. Storie come quella degli angeli del fango.

Una tragedia che si ripete

9 Ottobre 2014 – Genova. Torna la pioggia, di nuovo le strade coperte di acqua e fango. Di nuovo a Genova, come già era successo tre anni prima. Ai telegiornali sentiamo parlare di persone disperate che hanno perso la propria casa, la propria attività o persino qualcosa di più, la vita. Di nuovo sentiamo parlare di responsabilità e di chi ancora una volta non se le assume. Ma sentiamo parlare, di nuovo e con orgoglio, anche di persone – cittadini, commercianti, immigrati, ragazzi provenienti da altre città – che queste responsabilità le caricano sulle loro spalle, trasformandole in solidarietà e senso civico. Ma chi sono questi angeli del fango e dove nascono?

Il precedente storico

3 Novembre 1966 – Firenze. Nella notte l’Arno esce dalle sue sponde riversandosi nelle vie della nostra città, che è sotto una pioggia costante da due giorni. Numerose le vittime. I danni alle cose sono noti e assai ingenti: molte le opere d’arte danneggiate, tra cui i preziosi manoscritti e libri della Biblioteca Nazionale e le tele degli Uffizi. Molte le persone di tutte le età, soprattutto giovani, provenienti da tutte le parti d’Italia ma anche dall’estero, che arrivano a Firenze per prestare il loro aiuto e contribuire al riassestamento della città.

Questi giovani, spinti dal desiderio e dalla consapevolezza di fare qualcosa di necessario, furono chiamati angeli del fango. Appellativo che semplifica di molto la sostanza e il significato di un gesto disinteressato, onesto, semplice e coraggioso. Ragazzi che ebbero la volontà di sporcarsi le mani (di fango, appunto). Che non si limitarono a dire “potrei fare qualcosa”, ma lo fecero. Per ricostruire.

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La disperazione che diventa speranza

Fu una delle prime e più consistenti mobilitazioni giovanili della seconda metà del Novecento, sintomo di un impegno e di una presa di coscienza che sarebbe diventata negli anni a venire sempre più forte. A quel tempo la Protezione Civile non esisteva ancora e l’intervento di quei giovani volontari fu decisivo per il patrimonio storico e artistico fiorentino, anche perché tra le loro file c’erano pure studenti di Storia dell’arte e restauratori pronti a dare il loro contributo.

In quei giorni il mondo seguiva attentamente la situazione fiorentina e divenne celebre l’appello lanciato dall’attore Richard Burton (in città per girare La bisbetica domata insieme a Franco Zeffirelli): “Firenze ha bisogno di noi tutti perché appartiene al mondo. Tutto ciò che possiamo fare, lo faremo, in modo che questa città, di cui tutti abbiamo tanto bisogno, torni a noi.” C’era chi già stava rispondendo alla chiamata di una città in ginocchio.

Quegli stivali e quelle mani immerse nel fango rappresentano la speranza e il volto più bello di una generazione che non ha abbassato la testa, ma che l’ha alzata, vincendo la rassegnazione e l’indifferenza.

Dalla terribile alluvione del ’66, i disastri naturali in Italia hanno sempre visto i giovani volontari in prima fila per aiutare le popolazioni colpite a rialzarsi.

E’ da qui che un Paese può ripartire: da piccoli ma significativi gesti concreti.

 

credits: volontari genova, alluvione Firenze

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  • Daniele Salvi

    Laureato in Lettere, realizzo progetti di cineforum nelle scuole. Impegnato nel sociale, amo ascoltare e raccontare storie. Ho un debole per i fumetti, Walt Whitman e la musica rock anni Settanta.

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