“Aspetto il viaggio che non ho ancora fatto”: il fondatore di “The Darkroom” si racconta in una mostra

The Darkroom - Toc toc Firenze

Prima di essere il fondatore di The Darkroom, Michele Pero è un fotogiornalista capace di sperimentare. La sua ultima mostra “La Dolce Vita made in Germany” (dal 28 febbraio al 20 marzo nei locali di ZAP, in Vicolo Santa Maria Maggiore 1) è una reinterpretazione felliniana applicata alla Germania. Perché i tedeschi hanno una concezione del bene comune che traspare da ogni gesto e da ogni sguardo, che vale la pena immortalare.

Abbiamo chiesto a Michele di raccontarci la sua storia.

Quando hai deciso di avvicinarti a questo mestiere?

Appena scattata la prima foto, nel 1984. Non venne. Lì mi partì il treno della fotografia.
Iniziai a studiare i grandi fotografi francesi e americani. Cartier-Bresson, Ronis, Doisneau, Evans, Smith, Frank, tanto per citarne alcuni. Più avanti, all’università, mi riconobbi nella corrente ormai storica dell’Umanismo. Mi ritrovai a fare foto che potevano essere ricondotte a quel pensiero. Mi piacque molto. Anche i direttori delle testate con cui cominciai a collaborare trovavano che il mio taglio classico fosse tanto retro quanto originale. Nessuno fotografava più in quel modo. Funzionò con tutti. E io trovai la mia nicchia. Questo progetto de “La Dolce Vita Made in Germany” può considerarsi il mio omaggio ai miei antichi maestri francesi e americani.

C’è stato un momento preciso in cui hai capito che la fotografia commerciale non ti bastava più?

Il mio lavoro è sempre stato un connubio fra fotografia commerciale e artistica, se vogliamo.
Nella fotografia commerciale, che comprende per me tutto quello che è commissionato, non c’è mai stato spazio di manovra. Il cliente chiede una cosa talmente precisa che la fotografia diventa matematica, geometria, chimica pura.
Nel fotoreportage invece, non c’è mai stato nessuno che mi abbia chiesto una cosa precisa. Ho sempre agito di mio istinto e ci ho sempre preso.
Il fotoreportage è la mia libertà di fare quello che mi pare. E’ l’espressione massima della mia arte.
Oggi posso permettermi di dedicarmi di più a questo lato della mia professione.
The Darkroom - Toc toc Firenze

Qual è la missione del tuo lavoro?

Vi sembrerà strano. Non c’è missione. C’è solo la ricerca del piacere. Il mio puro piacere personale a fare quello che faccio.
Una volta fui messo quasi alle corde da una domanda pesantissima di un altrettanto pesantissimo pezzo da novanta del Gotha della fotografia europea. Lei era Giovanna Calvenzi, e mi chiese perché stessi zitto mentre esaminava il mio portfolio. “Gli altri suoi colleghi parlano, parlano…”. Non seppi rispondere altro che la verità: non ero interessato a spiegare il mio lavoro. Le mie foto dovevano parlare ognuna per se stessa, oppure non sarebbero state buone. Lei esplose in un fragoroso “Bravo!”, vendetti il portfolio e iniziai a lavorare con lei.
Le mie fotografie mi portano a viaggiare e a conoscere il mondo. Che voglio di più? E’ un piacere grande. Tutto qui.

Se potessi scegliere un’esperienza, un viaggio da rivivere adesso, quale sarebbe?

Tutti quelli che ho fatto. Sono state esperienze incredibili, dalla prima all’ultima. Il mondo che fotografo non si legge sui libri. Non è in vetrina, non va sulle copertine, non è sui telegiornali. Anche quando andavo n guerra cercavo di evitare le ridondanze dei fatti stereotipati. Tutti andavano in una direzione, io, da solo, andavo nell’altra. E’ sempre stato così per me. Ho potuto scoprire cose che pochi hanno conosciuto, fosse anche una storia dietro l’angolo di casa.
Distrazione di aiuti umanitari fra Bosnia e Croazia; pazzi internati in un ospedale neuropsichiatrico di Valona mentre i pazzi veri fuori sparavano; L’UÇK, l’esercito di liberazione del Kosovo, primo fotografo ad entrare in contatto con i guerriglieri, quando ancora nessuno voleva ammettere che esistesse; e poi le bombe di Aleppo…
E’ un modo di viaggiare e un modo di scoprire. E’ una continua esperienza, e aspetto il viaggio che non ho ancora fatto.
The Darkroom - Toc toc Firenze

Con quale attitudine consiglieresti a un ragazzo di avvicinarsi alla fotografia?

Con la mente aperta e la curiosità verso il mondo. E con scarsezza di mezzi soprattutto.
L’approccio che funzionava negli anni 80-90 non funziona più oggi, anche perché sono spariti gli attori che muovevano il mercato della fotografia. Questo nuovo mondo fotografico è in una evoluzione talmente rapida che nessuno ha capito da che parte si stia andando. Figuriamoci sapere dove ci si trova. Ma un fatto è certo: con una grande curiosità per il mondo che spinge a domandarsi e a capire, è più facile saper cogliere le occasioni. Bisogna mantenere una mente aperta, perché l’occasione ti passa davanti una volta sola.
La scarsezza di mezzi si riferisce allo spogliarsi degli accessori in eccesso e cercare di utilizzare il minimo indispensabile per realizzare la fotografia. Capisco un giovane che rincorre i megapixel e il rumore digitale (anch’io da giovanissimo rincorrevo gli artifici del mercato). Ma dopo una prima fase esplorativa, suggerisco di mettersi alla prova con una macchina e un obiettivo soltanto, e che non siano le ammiraglie della flotta, ma roba semplice e datata. Solo così viene fuori quello che si ha dentro, non filtrato dalla tecnica.
Con “La Dolce Vita Made in Germany” ho abbandonato definitivamente la macchina digitale, sono tornato alla pellicola in bianco e nero, fotografo con macchine mono ottica da 6×9 cm, senza esposimetro. Tempi, diaframmi e messa a fuoco, tutto quello che ho. E 500 ISO. Fine. Venite a vedere cosa è venuto fuori.
Partecipa alla discussione!
  • 22 anni. La scrittura è come un tic e sto cercando di sfruttarla a mio favore. Nel frattempo studio. Colleziono sottobicchieri e libri autografati. A maggio 2015 il mio romanzo è uscito in libreria: "Se nessuno sa dove sei", Edizioni Piemme.

Potrebbe interessarti anche

orsanmichele, toc toc firenze

La storia tormentata della chiesa di Orsanmichele

Orsanmichele, ovvero San Michele Arcangelo A Firenze non amiamo complicarci la vita, ed è ...

teatro puccini di firenze, toc toc firenze

I mille volti del Teatro Puccini di Firenze

Un teatro di periferia, ai confini del parco delle Cascine, può rivelarsi luogo affascinante ...

  • Commenti