Beat Generation – La bottega di Calliope

Questa settimana il gruppo di scrittura EsseCìEffe è salito sopra la macchina del tempo e si è catapultato qualche decennio nel passato. Ci siamo ispirati ad un movimento molto familiare probabilmente ai nostri genitori e sicuramente ai nostri nonni, ma che ha trovato terreno fertile sopratutto in America.
Circondati dagli Hippy e militando pacificamente contro la guerra in Vietnam, eravamo immersi nella Beat Generation.
Ecco con cosa siamo tornati indietro…

Il Dissidente

“E’ questo il domani? L’America sotto il comunismo”

Dardi d’inchiostro. Erinni, rigurgitate dai più torbidi inferni, che con artigli d’acciaio dilaniavano il cuore di Roman Dupont.

Quelle parole erano una minaccia rinnovata ogni giorno per il giovane poeta.

La sua mano neonata cercava ancora con impeto il più antico dei seni, quello terrestre.

Una volgare siringa che sembrava  fissarlo. Beffarda, arrogante. Aveva già vinto, il giovane Roman lo sapeva.

“L’ultimo pasto del condannato a morte”.

Disse con un filo  di voce.

Il becco di un ibis famelico che con foga s’immergeva nel Nilo per dissetarsi delle sue acque purissime.

Un gemito, un sussulto, prima di scaraventare quella mammella, grondante di fiele, contro il muro.

Si alzò dal letto il giovane Dupont e tornò a fissare quel manifesto, con rassegnazione.

Quegli uomini, in uniforme, con la stella rossa sull’ elmetto, che massacravano i bravi figli della libertà.

Fiamme voraci, che inghiottivano quella bandiera che, in un modo o nell’ altro, lo aveva sempre disprezzato.

Era uno di loro, o così il senatore del Wisconsin aveva fatto credere al paese.

“Guerra civile tra assassini. Una guerra nata a tavolino.”

Parole elegantemente ricamate dal freddo candore di una vecchia Remington Rand.

Un phamplet, un libello scritto di getto quando era scoppiata la guerra contro i nord coreani, un ammasso di fogli nei quali il giovane aveva urlato tutta la sua rabbia contro quelle guerre.

Il telefono squillò prepotentemente.

“Chi è”?

“Roman stanno venendo a prenderti”.

Era finita, la sua missione era giunta al termine. Gli altri membri della “Phènix Québécois” lo stavano aspettando. I suoi occhi ormai prosciugati da ogni lacrima, si fissarono su quella foto.

Louìs Bouvier e Marcel Deveroux, seduti sui loro bagagli, quel giorno che li avevano cacciati da Harvard per quell’ articolo: “PAURA ROSSA, IL SANGUE DELLA PSICOSI”.

Tutti e tre  braccati.

Tre muse che innalzavano i loro canti nelle soffocanti tenebre della clandestinità.

Il suo sguardo cadde su una vecchia copia del Globe;

“ARRESTATO IL POETA COSPIRATORE MARCEL DEVEROUX”.

Secondo alcuni rapporti del buon vecchio Hoover l’armata rossa aspettava solo il suo segnale per marciare su Washinghton.

E subito vicino l’ultima lettera del giovane Bouvier, prima che la revolver di suo padre sussurrasse il sonno ai suoi candidi occhi.

Un sospiro profondo come l’immenso e poi la vecchia Remington cominciò a battere inclemente su un foglio immacolato.

Un cuore in piena che vomitava inchiostro.

Il Gange furente che bestemmiava sotto il suo esile corpo.

Era un casto  bramino il cui occhio di pece accese un’ ultima, rovente scintilla prima che quella sacra oscurità lo inghiottisse.

Quando la tempesta fu placata, cominciò, il fiume della purezza, a intonare un ultimo inno glorioso.

“Ringrazio i dardi e i lampi,

                          veglio su quel respiro di sangue,

                         su quelle masse in livrea,

                        sul buio calice di Plutone.

                       Possa l’Indo aver pietà

                      delle mie putride ossa.”

E poi tutto scomparve, poco a poco, accompagnato dalla soave sinfonia di un sitar e dal canto argenteo di una Venere di giada.

Autore: Graziano Davoli

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Credits: Wally Gobetz

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