Distretto culturale a Firenze: comunità e saperi sono ricchezza

distretto culturale a firenze

Distretto culturale a Firenze: che cos’è e perché serve nella nostra città

Per parlare del distretto culturale partiamo dalle sintesi teoriche dello sviluppo e crescita di una città della cultura. Queste sono l’intersezione di almeno sette approcci teorici sviluppati negli ultimi trenta anni circa il ruolo dello spazio nelle dinamiche competitive.
Tali approcci, che hanno dato origine ad altrettanti filoni di indagine, variamente connessi e sovrapposti tra loro, sottolineano con diverse intensità gli aspetti determinanti della crescita e dello sviluppo economico e sociale.

La scuola europea dei milieux innovateurs, per la quale ricordiamo i lavori del “GREMI”, Group de Recherche Européen sur les Milieux Innovateurs; la scuola di S. Vaccà intorno alla Rivista Italiana di Economia e Politica Industriale; la scuola californiana della Nuova Geografia Industriale (NIG) di Scott, Storper et. al; la scuola francese della dinamica di prossimità; la scuola francese della regolazione; la scuola nordica delle learning regions e dell’apprendimento collettivo; la scuola italiana dei Distretti Industriali di G. Becattini.
Queste scuole corrispondono a tre specifiche declinazioni della più generale attenzione alla dimensione territoriale. Queste declinazioni oscillano tra una maggiore attenzione all’organizzazione delle produzioni e all’ “approccio transattivo”, oppure alle “Istituzioni”, e nello specifico alla loro azione e organizzazione, oppure al cambiamento tecnologico e ai processi di apprendimento collettivo.
Vengono in evidenza l’aspetto culturale e sociale che descrivono una comunità locale; la specializzazione e la struttura della catena del valore, con le relative specificità organizzative; fino ai meccanismi di creazione e diffusione della conoscenza.

Una comunità locale è la propria cultura

In un sistema locale evoluto l’organizzazione delle produzioni e l’organizzazione istituzionale sono chiamate a gestire e produrre continuamente nuova conoscenza.
Una comunità locale è la propria cultura.

Già nelle definizioni sopra riportate emergono come prioritarie le cosiddette economie esterne: cioè l’insieme delle caratteristiche locali, distintive, materiali e immateriali, che definiscono l’identità, unica e irriproducibile, del luogo.
Identità, economie esterne, collaborazione – spesso inclusiva verso l’interno ed esclusiva verso l’esterno – erano, e sono, attribuzioni che si sostanziano nella presenza di una comunità di persone e di una comunità di pratiche identificabili. Senso di appartenenza, legame fiduciario, competenze non codificate, produzioni complementari e contigue, hanno rappresentato il motore della produzione di economie di scala attraverso la produzione di economie esterne. Questo è quanto è accaduto nella maggior parte dei distretti italiani.

È arrivato il distretto culturale

Ecco che verso gli anni ’70 del novecento si affaccia sulla scena dello sviluppo locale il “distretto culturale”. Con molti punti di contatto con le definizioni di distretto industriale riportate, il distretto culturale può essere, in prima approssimazione, definito come quella porzione di territorio, quasi sempre urbanizzato, che presenta un’alta concentrazione di luoghi e attività per la cultura, l’arte e lo spettacolo.

Distretto culturale a Firenze
Immagine via

Con il distretto culturale, si giunge ad un “recentrage strategico” della localizzazione: contesto di produzione e mercato coincidono. Siamo di fronte, in una parola, all’apogeo del “luogo”, dove il mercato rischia di apparire come una figura distintiva del territorio urbanizzato.
Secondo Sacco e Pedrini le linee di ricerca che solcano il concetto di distretto culturale abbracciano due filoni principali:

  • il distretto culturale come cluster di attività, come ad esempio, il caso dell’industria cinematografica di Hollywood, sorta in una zona di Los Angeles nel momento di declino dell’era fordista;
  • il distretto culturale come progetto, dove la concentrazione di attività culturali è il frutto di un insieme di politiche che vogliono dare nuova vita alla città.

Quale che sia il filone, il primo e fondamentale carattere distintivo è che il distretto industriale si fonda sulla creazione di valore economico immediatamente misurabile, mentre il distretto culturale si fonda sulla produzione di cultura.
L’attività di ricerca è ciò che li distingue: se il distretto industriale, vista la sua composizione e la dimensione media delle sue imprese, non è in grado di sostenere le spese determinate dalla ricerca, il distretto culturale fa dell’attività di ricerca, di università e altri centri specializzati, il motore della propria esistenza.

il distretto culturale è il risultato di una specifica azione di policy

Inoltre, il distretto culturale è, per sua natura, “pluriprodotto”, nel senso che oltre alla produzione di cultura insistono necessariamente su di esso altri settori produttivi che caratterizzano, essi stessi, quel determinato luogo. Ci riferiamo, per fare alcuni esempi, al settore delle costruzioni, a quello del restauro, a quello del turismo. Il punto essenziale della loro distinzione: il distretto industriale è risultato di uno sviluppo endogeno path dependent non pianificato, mentre il “distretto culturale è il risultato di una specifica azione di policy, di una pianificazione ben precisa da parte di agenti politici e non si tratta di un processo automatico”. 1

Firenze è già un distretto culturale ma non lo sa

La rilevante concentrazione di patrimonio artistico e culturale, la presenza dell’ateneo universitario più importante della regione e tra i più importanti del Paese e di un rilevante numero di scuole secondarie superiori e universitarie estere, l’affermazione di molte esperienze di sharing economy nei più diversi campi, rendono la città di Firenze un distretto culturale quasi naturale. Si tratta, semplicemente (ma non troppo), di implementarlo, dargli testa e gambe.

Già nel 2006 l’Economist titolava “The Search for Talent”, evidenziando come la necessità di attrarre persone competenti in grado di svolgere compiti complessi abbia radicalmente cambiato le strategie di imprese, organizzazioni, città e nazioni intere. La differenza nelle opportunità di sviluppo tra territori non si misura più solamente nella disponibilità di infrastrutture materiali, ma sempre più nella capacità di attrarre talenti e persone competenti, qualificate, dinamiche, e nella capacità di creare condizioni e climi culturali che integrino queste persone e le stimolino a dare il meglio di sé.
Ecco come le politiche per il distretto culturale si intersecano necessariamente con le politiche giovanili, le politiche economiche e le politiche sociali.

Trasformare la città in un luogo inclusivo, interconnesso e dinamico, è un processo che richiede una profonda rilettura delle strutture e sottostrutture organizzative, materiali e immateriali, che la descrivono e la caratterizzano. È un processo complesso che necessita una propensione all’innovazione diffusa tanto da parte della Pubblica Amministrazione quanto da parte dei corpi intermedi e dei cittadini. Una trasformazione che coinvolge il modo di vivere e convivere delle persone, di riqualificare e progettare le aree e gli spazi urbani, il modo di produrre e stimolare un’economia in grado di collegare e connettere senza lasciare indietro spezzoni sociali del suo territorio.

Il distretto culturale è il contrario della “città vetrina”, frutto della mera valorizzazione economica della cultura e della sua monetizzazione.

È il contrario della “città vetrina”, frutto della mera valorizzazione economica della cultura e della sua monetizzazione. Quella città che affida alle pratiche del consumo ed alla loro organizzazione spaziale la maggior parte delle proprie funzioni. Quella città che ghettizza i luoghi della produzione di cultura vera, le Università, i centri di ricerca, le botteghe artigiane, dai luoghi del consumo di patrimonio culturale, di “acquisto” di patrimonio artistico, tanto da parte delle grandi multinazionali globali, che ne fanno il loro “palcoscenico pubblicitario”, che da parte dei “visitatori-consumatori”, il cui profilo si abbassa coerentemente all’offerta sempre più “esteticamente globalizzata” e sempre meno caratterizzata identitariamente.

distretto culturale a firenze
Immagine via

I numeri di Firenze sono da capogiro e tra i più alti del Paese in termini di ricettività: la Galleria degli Uffizi e il Corridoio Vasariano hanno avuto nel 2014 1,9 mln di visitatori con un introito di 9,6 mln lordi; la Galleria dell’Accademia e il Museo degli Strumenti Musicali sempre nel 2014 hanno registrato 1,3 mln di visitatori per 6,9 mln di introiti totali; il circuito museale composto dal Museo degli Argenti, Museo delle Porcellane, Giardino di Boboli, Galleria del Costume, Giardino Bardini ha registrato 0,8 mln di visitatori con un introito lordo di circa 3 mln di euro.

Quali siano le ricadute in termini di politiche per la valorizzazione del patrimonio artistico e culturale dobbiamo cercare di capirlo, muovendo dalle produzioni e dalle “Istituzioni”, dalla loro azione e organizzazione, dal cambiamento tecnologico fino ai processi di apprendimento collettivo per poi cercare di vedere se c’è, e come, un progetto per la città-distretto della cultura.

Se il distretto culturale, citando Valentino 2, può essere accostato ad un sistema reticolare, spazialmente delimitato, il cui nodo centrale è costituito dal processo di valorizzazione dei beni culturali e gli altri nodi sono rappresentati dai processi di valorizzazione delle altre risorse locali, dalle infrastrutture territoriali ai servizi fino all’insieme delle imprese la cui attività è collegata al processo di valorizzazione dei beni culturali; allora maggiori sono le interconnessioni, ovvero più integrato è il distretto e maggiori saranno gli impatti economici e sociali che sarà possibile generare.

Come si “monta” un distretto culturale

Ma cosa deve essere integrato per avviare e rendere effettivo un progetto di distretto culturale?
I settori immanentemente chiamati all’appello e che descrivo, in misura approssimata ma realistica, la filiera produttiva del processo di valorizzazione dei beni culturali, sono:

  • il settore della ricerca, per tutte le attività che vengono delegate o condotte in collaborazione con università, istituzioni culturali, centri di ricerca, ecc.
  • il settore dell’istruzione
  • il settore delle costruzioni (restauro) per gli interventi che non possono essere fatti “in house”
  • il settore della chimica per i prodotti del restauro e le riproduzioni
  • il settore della meccanica di precisione per la diagnostica, il controllo degli accessi e molto altro;
  • il settore informatico per le apparecchiature e software per la catalogazione, i sistemi di controllo, la comunicazione, ecc.
  • il settore dell’artigianato
  • il settore dell’editoria, della comunicazione e della multimedialità.

C’è poi un ‘settore’ delle politiche pubbliche che è chiamato fortemente in causa quando si parla della possibilità di un “distretto culturale come progetto”, questo è quello delle politiche giovanili, dell’istruzione e della formazione. Ritorniamo così alle forme di produzione, alle istituzioni, al cambiamento tecnologico e ai processi di apprendimento collettivo.
Introduciamo un ulteriore termine, dirimente quando si parla di cultura, questo è quello di bene comune. Molte sono le definizioni, ne prendiamo una che racchiude il significato originario di beni comuni come quei beni che forniscono sussistenza, sicurezza e indipendenza e che non sono, almeno in origine, merci. Una definizione che si basa sul concetto di necessarietà.

Rimettere al centro la cultura vuol dire rimettere al centro le persone, i quotidiani, i mondi della vita e non della tecnica, i mondi dello scambio e non del mercato o del consumo

Il forte messaggio che arriva dalla mozione per la risoluzione “Safeguarding and enhancing Europe’s Intangible Cultural Heritage” e dal progetto #DiCultHer a cui aderiscono oltre sessanta organizzazioni culturali italiane, ventisei atenei, istituzioni culturali, Enti di ricerca e imprese 3 è quello di ripartire dalla cultura come bene comune e come fattore di condivisione ed inclusione. Rimettere al centro la cultura vuol dire rimettere al centro le persone, i quotidiani, i mondi della vita e non della tecnica, i mondi dello scambio e non del mercato o del consumo, vuol dire riposizionarsi su un modello di sviluppo diverso da quello che fino ad ora non ha fatto altro che evidenziare le sue criticità ed incongruenze.

Vuol dire quindi allontanarsi dalle rappresentazioni per lasciare spazio alla presa diretta sul reale, abbandonare i grossi player economici mondiali e affidarsi ai corpi civici intermedi, istituzionali e non, per la valorizzazione dei beni culturali, comuni, urbani. In questo senso sono strategicamente centrali anche le istituzioni educative e formative, responsabili dei processi di stratificazione e mobilità sociale. Non è banale ribadire – per la tenuta stessa dei sistemi democratici – quanto la cittadinanza, l’inclusione e l’innovazione non possano essere esclusive e “per pochi”: la cultura come bene comune è un asse strategico fondamentale di azione per l’inclusione. La cultura come bene comune esprime la sostanza unica dell’umanità nel suo diritto alla vita felice: è questa la necessarietà che, fuori dal mercato, ci rende, insieme, liberi.

Per fare cultura ci vuole cultura

La costruzione di un Distretto culturale richiede elevati livelli di conoscenza, nuovi profili e competenze, saperi nati dalla condivisione, organizzazioni e sistemi sociali aperti, nuove culture organizzative, della condivisione e della comunicazione, comunità aperte al dialogo e paesaggi sociali inclusivi. I sistemi di istruzione ed educazione diventano sempre più centrali per rileggere e affrontare le sfide dell’ipercomplessità, sfatando le “false dicotomie” in cui tutti siamo immersi: formazione umanistica vs. scientifica; teoria vs. pratica; complessità vs. iperspecializzazione; conoscenze vs. competenze; hard vs. soft skills etc.

Il terreno all’interno del quale ci muoviamo è indubbiamente quello della complessità. I fattori e le azioni affinchè la cultura possa realmente essere leva strategica di sviluppo sono molteplici e la loro interconnessione rende i confini di azione sempre più sfumati e ampi allo stesso tempo.
Le politiche per la co-costruzione di una comunità inclusiva, aperta, e che faccia della cultura vera, non di quella consumata, la propria leva strategica devono necessariamente giocarsi su più piani. Si tratta in effetti, ed in altri termini, di reagire ad un mercato autoregolato e ad un’economia globale della precarietà, attraverso ciò che di più importante abbiamo, la cultura come bene comune.
Di fronte a tutto ciò, chi scrive pensa che qualsiasi operazione di “privatizzazione”, seppur temporanea, di spazi pubblici e della cultura, sia per sua natura un’operazione che va ad alimentare le casse del “pubblico” solo nel brevissimo termine rischiando di impoverire ciò che di più caro abbiamo; quel senso di comunità che è apertura, inclusione, mai privatizzazione, che è sinonimo, per i “molti”, di privazione.

La parola chiave è condivisione

Se bisogna dare atto, come scrive Tonelli su Artribune, che a Firenze è in moto “un ripensare la città non più secondo la retorica trita della “città museo”, bensì un museo esteso tanto quanto la città, nei suoi spazi esterni e interni”, dando così avvio ad “una istanza di progettazione culturale della città, prima ancora che di disegno espositivo delle mostre”, ciò che manca è la dinamica dell’”innesco” processuale. Manca cioè l’aver messo in moto energie sociali, culturali e produttive, locali. Manca l’aver creato intorno alla cultura un progetto di comunità. Manca l’attrattività dei giovani. Siamo, in una parola, fermi all’ “innesto” che è ben altro dall’ “innesco”.
Cultura si accompagna invece ad apertura, condivisione, partecipazione, innovazione.
Se tutte le energie sociali venissero coinvolte nei processi di valorizzazione della città, l’amministrazione darebbe veramente un nuovo corso a quello che, sulla carta, è un distretto culturale naturale.

distretto culturale a firenze
Immagine via

L’importanza della dimensione processuale e quindi della condivisione può essere, ad avviso di chi scrive, racchiusa in nuove progettualità inclusive, che mettano cioè in moto ed a sistema le energie sociali e culturali presenti nell’area metropolitana. La conoscenza, ovvero la cultura, può e deve costituirsi come punto di vista interno ai fenomeni osservati. Come è sostenuto dai migliori ecologi della progettazione, nell’ambito dell’attività del progettare può essere trovata (o ri-trovata) la capacità di mostrare i processi relazionali nel loro farsi affermativo – o negativo -, nel loro indurre immediatamente ri-territorializzazioni e de-territorializzazioni degli oggetti e dei soggetti spazio e nel tempo.
E’ urgente dare o ridare la parola a coloro che riescono a far comunicare le discipline etico-estetiche, innestando, in un campo che i più recenti pensatori francesi chiamano della “eterogenesi”, pratiche caratterizzanti i nessi singolari tra il mondo dei segni territoriali e i mondi sociali e istituzionali, fino a ciò che riguarda le sfere più attive di ciò che potrebbe chiamarsi un’“arte delle relazioni” e “un’arte del tempo”.

Che fare da oggi in poi

Chiudiamo con una proposta alla cittadinanza e alla Pubblica Amministrazione: ripartiamo da questo prezioso luogo che è la nostra città, avvaliamoci delle sue energie e dei suoi paesaggi sociali, degli importanti centri di ricerca e delle Università che abbiamo, del mondo dell’associazionismo così come di quello della produzione ed attuiamo quella “specifica azione di policy” che fa del distretto un distretto culturale, e della vita della città un bene comune di tutti.

Abbiamo visto che l’innesco processuale è dato dalla ricerca, non necessariamente formalizzata, e da una pianificazione ben precisa da parte della politica. A tale innesco deve seguire il coinvolgimento di una pluralità di attori e settori che costituiscono la filiera produttiva del processo di valorizzazione dei beni culturali, non ultimo il variegato mondo dell’associazionismo.
Solo attraverso processi aperti e condivisi sarà possibile dare finalmente vita a quel plusvalore localizzativo che è la costruzione di comunità a colpi di cultura. La conoscenza vera delle dinamiche socio-economiche sa che il reale valore produttivo, quello che può procurare la vita felice dei molti, è la valorizzazione attraverso l’inclusione, è l’attivazione di energie e potenzialità locali, sono le politiche attrattive per i giovani, è una dedizione fondamentale, capillare e profonda alla progettazione di comunità.
Dovremmo cercare, tutti insieme, di essere pronti.

  1. cfr. “Organizzare i distretti culturali evoluti”, Francesconi e Cioccarelli, 2013)
  2. I distretti culturali, nuove opportunità di sviluppo del territorio)
  3. cfr. Sole24ore, “Cultura come bene comune e come condivisione per un’ Europa realmente aperta e inclusiva”
Partecipa alla discussione!
  • Umberto Pascucci

    Sono laureato in Economia, Dottorato in Telematica e Società dell’Informazione presso la Facoltà di Ingegneria di Firenze. Co-fondatore di Valuedo e di 91C: coworking space e coworking caffè; project manager, specializzato in politiche economiche, innovazione, cooperazione, sviluppo locale, nazionale ed europeo.

Potrebbe interessarti anche

  • Commenti