Exit Enter: lo street artist in cerca di una possibilità

Linee nere eseguite con rapidità sui muri delle città: gambe, braccia, busto e testa. Un omino stilizzato che interpreta piccoli personaggi di storie minime che scappano per le scale, inseguono cuori, cercano l’uscita, volano aggrappati a palloncini, venerano fiori, “evocano mondi, sogni e paure dell’uomo moderno”.

L’omino di Exit Enter è Re e Pinocchio, pellerossa e manifestante, guerriero e operaio, innamorato e pescatore, vecchio e bambino, angelo e demone. Insomma, è l’uomo con la sua eterna tendenza a cercare qualcosa, che sia ‘Love’, ‘Free’, ‘Possible’, ‘Resistance’, ‘Save’ o ‘Exit’, una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta e la ricerca è per definizione movimento.

La nascita di Exit Enter

Il percorso da street artist di Exit Enter nasce nel 2013, una esigenza istintiva e viscerale, firmandosi con la .K puntata. La necessità di lasciare un segno, portare la sua creatività tra la gente, fuori dai suoi sketch book pieni di disegni, ricercando una nuova dimensione, un contatto.

exit enter
Exit Enter: il suo quaderno

“In quell’anno mi stavo lasciando dalla ragazza. Mi interrogavo sull’amore, non solo quello tra uomo e donna. Vivevo in una specie di legnaia a casa di un’amica, per entrare dovevo accucciarmi, ci stava solo il letto. In quindici giorni lessi ‘Avere o essere?’ e ‘L’arte di amare’ di Erich Fromm e ‘Siddhartha’ di Hermann Hesse.”

“Non avevo computer, leggevo e disegnavo. Iniziai a interagire maggiormente con questo omino, come fosse una terapia. Ci dialogavo nei miei sketch book e lui si muoveva mirando all’uscita. Per questo nasce ‘Exit’. ‘Enter’ è venuto quando cercai un ‘cognome’ per poter creare il profilo Facebook. ‘Exit Enter‘, era perfetto. Quando si esce, si entra sempre da qualche parte.”

Sándor Márai scriveva che: ‘L’inconscio è una fossa profonda. La fossa comune, in cui un pazzo fruga, pur non sapendo di che cosa va in cerca’. E in questa fossa c’era già l’esigenza di dipingere per strada, anche se Exit Enter ancora non lo sapeva. In uno dei suoi sketch book ritrovò un vecchio dialogo tra lui e un suo omino.

“’Dovresti condividermi con altre persone, se mi lasci nel quaderno ho senso solo per te. Condividimi’ mi diceva il piccolo personaggio. All’epoca non facevo street art, mi dimenticai completamente di questa cosa. Quando l’ho ritrovai poco tempo fa mi sono messo quasi a piangere. L’omino sapeva prima di me che sarebbe andato sui muri”.

Per le strade in cerca di un’uscita

I lavori dei Guerrilla Spam per le strade di Firenze diedero a Exit Enter lo slancio e la convinzione per uscire a dipingere.

“Andare di notte a disegnare era la soluzione dei miei problemi, una terapia. Uscivo e stavo bene, in casa riflettevo troppo. La parola ‘Exit’ è anche questo, uscire per trovare una soluzione, innescare un cambiamento. Tutto questo l’ho razionalizzato più tardi. Quando sei in strada non pensi a niente. Ci sono tanti tossici che hanno smesso di farsi dipingendo illegalmente in giro, succedeva anche in America. Il rischio, il non farsi beccare attiva l’adrenalina, diventa una droga naturale”.

Per strada Exit Enter interviene direttamente con pennarelli squeezer, gessetto e spray. Le modalità con le quali realizza l’omino sono così rapide che ricordano le ‘tag’ dei writers.

“A Firenze il Writing è morto. Ucciso dagli Angeli del bello. Ucciso dagli sbirri entrati nelle casa dei ragazzini per sequestrare computer. Quando abbiamo iniziato noi, il Writing c’era insieme a tutte le sue leggi non scritte. Io e Jamesboy, abbiamo fatto street art con l’attitudine di un writer, trasformando la tag in disegno, la mia tag l’omino”.

L’omino è senza dubbio il marchio di fabbrica di Exit Enter, immediatamente riconoscibile emerge con la potenza di un logo dal caos delle nostre città. ‘L’arte è sempre stilizzazione’ sosteneva Albert Camus. Per Exit Enter la stilizzazione è uno stile. Il suo. Dall’animazione de ‘La Linea’ di Osvaldo Cavandoli passando per l’opere di Keith Haring, arrivando allo street artist inglese Stik, di personaggi stilizzati è pieno il nostro tempo.

Siamo immersi quotidianamente nell’esigenza di trovare rappresentazioni universali che non lascino fraintendimenti comunicativi: la segnaletica stradale o l’uomo e la donna raffigurati sulle porte delle toilette. Strumenti di comunicazione non verbale efficacissimi per rappresentare determinati concetti, tanto da essere standard internazionali.
Così è anche per gli omini di Exit Enter, una semplificazione accessibile, rapida, che facilita l’immedesimazione emotiva e permette a chi lo vede di dargli un senso soggettivo.

L’omino si connette alle biografie personali dei passanti che lo incontrano, assumendo ulteriore significato. Mi dicono ‘mi sono lasciato e ho visto l’omino volare via con il palloncino’. Scatta un collegamento con le emozioni passate, presenti e future di ognuno di noi. Tutte le storie sono storie di sentimenti e cambiamenti”.

Questi piccoli personaggi hanno i tratti dell’universalità, richiamano la figura umana con archetipi lontani e ispirazioni contemporanee. “Nell’arte hanno già fatto tutto, ripartiamo dalle figure disegnate sulle pareti delle caverne preistoriche. Poi è evidente che il mio omino se la intende con quelli di Haring, ma non ho mai approfondito la sua storia, come non ho mai studiato storia dell’arte. Assorbo dalla televisione, dalla cultura pop, dai film e riviste, dai social network. Oggi siamo bombardati da immagini e io assorbo il mondo che circonda me e il mio inconscio”.

Ritorno ai colori

Exit Enter, fin dal liceo, ha sempre amato il disegno e l’illustrazione. “A quel tempo facevo disegni stupidi, fumetti a caso. Adoravo il Vernacoliere, mi divertivo a creare personaggi grotteschi ispirate dalle vignette del giornale satirico. Mi iscrissi alla Nemo, una scuola di grafica e animazione, ma non l’ho conclusa, invece di frequentarla organizzavo rave party illegali, quelli violenti. L’illegalità, infondo, mi appartiene”.

Ha frequentato anche l’Accademia delle Belle Arti di Firenze dove ha incontrato il professore Vinciguerra che l’ha indirizzato sul segno e sull’astratto informale. “Vinciguerra mi ha dato la libertà di esprimermi in maniera pesante. I primi due anni ho sperimentato di tutto mischiavo vernice e colla, graffiavo. Sperimentazione pura, molto terapeutico, molto fisico. Ed ho trovato anche la gamma di colori che uso ancora oggi per gli omini: il nero, il rosso, il bianco e il giallo. Non usavo più i colori dal giorno in cui la maestra delle elementari mi traumatizzò dicendomi che non sapevo colorare. Così iniziai a disegnare con la penna e solo in bianco e nero”.

Oltre all’Accademia anche un’altra esperienza è stata fondamentale nel determinare la sua palette di colori. “Ero alle Terme di Petriolo con alcuni amici, siamo stati cinque giorni accampati nel bosco, in una esperienza allucinogena condivisa. Il fiume è termale, in molti punti dal sottosuolo si riversavano pigmenti naturali, dal ferro allo zolfo. Nel fiume vedevo colori alterati e bellissimi. Da quel giorno ho usato anche gamme ‘psichedeliche’: azzurro, verde, fucsia, color terra. Colori molto accesi che mi ricordano l’uso libero che ne fanno i bambini“.

Da soli è divertente, ma insieme è meglio

Per Exit Enter dipingere con altri è fondamentale, permette l’osservazione di tecniche e stili. Una formazione costante, uno stimolo reciproco. Insieme ad altri street artist attivi su Firenze ha creato una sorta di gruppo non ufficiale dal nome ‘Renaissance is over‘, tanto per non lasciare dubbi su come la pensano su Firenze.

L’importanza di fare collaborazioni è totale. Inizialmente conoscendo 5074, Jamesboy, Stelleconfuse, ma dopo anche con Ache77, abbiamo fatto unione aumentando la riconoscibilità di tutti e la possibilità di dipingere. Poi se sei con altri c’è la ‘fotta’ di andare a dipingere, la spinta per uscire invece di dormire. All’inizio con Jamesboy eravamo sempre insieme e si diceva: ‘Che si fa?’ E partivamo per la notte. Ora, però, sto ritrovando il piacere di andare da solo. Amo il silenzio, la pace della notte. Essere invisibile, seguire e osservare le persone. Ci sono gli ubriaconi, i pusher, le americane che piangono. La città è vuota, ti soffermi sui dettagli. I muri rotti e sporchi delle città sono sfondi perfetti e reali dove far vivere i miei omini”.

Insieme a Jamesboy, ha realizzato un vero e proprio progetto di ‘scambio culturale’ tra street artist. Offrivano alloggio e guida in giro per i migliori luoghi dove intervenire in città, in cambiamo chiedevano la stessa cosa. “Grazie a questa idea abbiamo viaggiato e costruito amicizie, che ci hanno influenzato sullo stile e sul modo di dipingere, come quella con Lo Sbieco e Pupo Bibbito di Reggio Emilia”. A Reggio Emilia gli artisti locali dipingono in grandi spazi, come le Officine Reggiane, usando aste di otto metri, secchi di vernice e tante bombolette. “Invece, noi a Firenze usciamo con tre/quattro spray in uno zainetto, dipingendo nel centro storico facciamo cose piccoline. A Firenze Bibbito portava con sé due sacchi pieni di materiale, abituato a fare roba gigante, con noi cominciò a fare cose un po’ più piccole”.

Firenze è bella ma ci dipingerei

La ricchezza artistica del centro storico di Firenze costringe gli street artist a fare interventi di piccole dimensione. Exit Enter ha sempre evitato di intervenire sui muri storici e puliti della città, nonostante la sua iniziale compulsiva esigenza di dipingere ovunque. “A Firenze la traccia degli artisti del passato è ingombrante, sembrava non ci fosse modo e spazio per condividere la mia arte. All’inizio con dei rulli feci un mostro gigante di due metri in Santa Croce, queste cose non si possono più fare. Oggi prediligo piccoli interventi su sportellini, serrande, pannelli”. Anche se sono tanti i Big Wall di Exit Enter in edifici abbandonati, luoghi periferici, piloni dei ponti e commissionati.

Gli omini di Exit Enter non si sono fermati a Firenze, hanno invaso tante città italiane e europee: Barcellona, Rotterdam, Lisbona, Bruxelles, Amsterdam, Napoli, Palermo. “L’arte di strada è l’arte più viva perché si misura con il mondo. Per andare in galleria ti prepari, scegli le scarpe e il vestito. Quando cammini per strada sei immerso nelle tue cose, con i tuoi ritardi e il tuo cattivo umore. Ti rapporti in maniera pura con quello che ti trovi davanti. Questi omini, autonomi e sparpagliati in giro per l’Europa, strappano un sorriso ai passanti. Portano un messaggio, non un messaggio preciso, ma spero che in minima parte possano cambiare la giornata a qualcuno. L’arte se non è condivisa, non ha senso”.

Exit Enter, però, nelle gallerie ci va, come nel 2018 alla ‘Uovo alla Pop’ nella sua Livorno, con la mostra personale ‘Corrente’, dove ha omaggiato i lavoratori del porto e delle fabbriche, il mare con le sue voci, i suoi viaggi e i suoi scambi. L’omino nella sua miriade di varianti narrative si è evoluto e trasformato.

“È passato da rappresentare un mio stato d’animo a costruire una comunicazione emotiva con le persone. Rischiando di sembrare un elemento decorativo, il cuoricino bellino da fotografare. Oggi affronto temi più politici: guerra, ribellione, inquinamento, integrazione, immigrazione. Racconto quello che siamo, la paura di quello che possiamo diventare e quello che vorrei che fossimo. L’urgenza è capire dove siamo come umanità con paure e sogni”.

Esaustiva in questo senso la collaborazione con Ache77 per la manifestazione pacifica contro il razzismo in memoria del ragazzo senegalese Idy Diene, ucciso a Firenze il 5 marzo 2018, dove, su un lenzuolo appeso al ponte Vespucci, due omini, uno bianco e uno nero, si tenevano per mano con la scritta ‘1+1=1’.

Exit Enter

Ha affrontato anche il tema della street art disegnando un vecchio omino con il bastone che dice provocatoriamente: ‘Street art is not art!’

Lo faccio dire a una sorta di cittadino medio, perché sulla street art c’è molta approssimazione e ignoranza. Se si vuole criticare bisogna saper distinguere un muro su commissione, dalla street art fatta illegalmente. È quest’ultima quella più pura”.

L’illegalità è un requisito fondamentale, mette l’artista nella condizione di lottare contro il tempo, di giocare con la velocità d’esecuzione e di impiegare tecniche specifiche.

Studio, strada e instagram

Exit Enter usa molto i social network. A un canale Instagram dove raccoglie il processo creativo che avviene su i suoi sketch book. “Davanti a un foglio bianco inizio a spargere colore, a muovere compulsivamente linee in maniera istintiva. Uno è street artist quando lavora in strada, ma di base è un artista, il mio lavoro è interconnesso tra studio e strada. La strada influenza lo studio e viceversa. Faccio quadri con i colori degli intonaci di Firenze o tramite l’utilizzo di paste materiche, incisioni e graffiti ricreo il muro su tela”.

Sul connubio tra lavoro in studio e attività in strada un’altra tecnica molto amata da Exit Enter è la paste-up, o poster art. Un dipinto su carta che lo street artist attaccherà sui muri utilizzando colle biologiche. Questo consente agli artisti di lavorare sull’opera in studio curando i minimi dettagli, per poi scegliere accuratamente il luogo di intervento e attaccarlo rapidamente in strada, riducendo al minimo il rischio di essere beccati. L’uso del poster non è una pratica invasiva, perché destinata a scomparire senza procurare danno. Nel 2017 la ‘Street Levels Gallery’ ha ospitato ‘Paste-up value’, la mostra personale di Exit Enter dedicata ai suoi poster.

Exit enterUn filone stilistico che Exit Enter ha sviluppato principalmente su poster, rettangolari e rotondi, e dominati dal bianco e nero è: Urban languages. “Sono il viaggio di un selvaggio dentro la città, elementi inanimati e umani, paesaggi, figure, che si legano a pensieri e desideri per formare simboli di un linguaggio incomprensibile, con cui si può descrive ciò che non si traduce in parole”.

Grovigli di elementi elementi architettonici che ricordano Firenze, incorniciano personaggi e simbologie più o meno colorate. “Rappresento città con uomini alla ricerca di soldi, potere e altro. Re e Vescovi. La capannuccia con Gesù Bambino. Pinocchio. Il gatto e la volpe. L’albero della cuccagna che fuoriesce da una pozza di sangue. Sono archetipi immediati che provano a toccare l’inconscio. La Chiesa ha una stratificazione simbolica secolare, quando suoi poster inserisco simboli cristiani le persone sono già preparate, più o meno consapevolmente. Pensa alla Croce. Si può giocare su una cultura che è dentro di noi cercando ulteriori significati”.

Exit Enter non è solo omini, ma anche mostri, dipinti il più delle volte in luoghi abbandonati, perché la realizzazione ha bisogno di tempo e perché c’è la sensibilità di tenerli più nascosti. Figure dal tratto caotico, scarabocchiato e disordinato. Uscite da un mondo post apocalittico. Un futuro distopico e poco rassicurante, pieno di ironia, inquietudine e sessualità. “Ci sono piselli e fighe volanti. Un misto tra un uomini, animali e robot. Un Frankenstein, uscito da delle dismesse, composto da ferri vecchi, casse, televisioni, pezzi di caldaie. Un futuro già passato. Da questo caos di mostri urbani uscì per la prima volta l’omino, confuso e perso tra una miriade di dettagli e situazioni”.

Exit EnterE se gli omini da un lato trovano la loro autonomia uscendo da questo futuro mostruoso, dall’altro entrano in un’altra serie di lavori: i cieli, dove piccole storie in controluce agiscono in un miscuglio di natura e immaginazione. Silhouette di panorami naturali e sognanti, immersi nello sfondo di cieli azzurri, notturni o albeggianti.

Adoro dipingere i cieli, mi danno una sensazione di pace e serenità. In questi paradisi l’energia dell’aria spinge lontano i pensieri e si lascia alle spalle quanto più di statico può attentare di imbrigliarlo. Un luogo utopico dove l’uomo è in pace con la natura e con i suoi simili”.

Exit EnterI cieli li realizza prevalentemente in studio su tela e occasionalmente su qualche muro legale. “Per scelta raramente lì porto in strada, amo dipingerli in piena tranquillità. Una bellissima esperienza di un cielo notturno è stata in un piccolo paesino dove ho conosciuto dei ragazzi che hanno voluto realizzare questo muro in memoria di un loro amico morto a 25 anni. Mi hanno raccontato di lui e abbiamo deciso insieme cosa realizzare. Lui amava pescare, così in quel cielo c’è un omino che pesca. È come se avessi rivissuto la vita di questo ragazzo. Eravamo tutti emozionati. La bellezza dei muri legali è la possibilità di relazionarsi con le persone e il contesto”.

Alla ricerca di una possibilità

Dai suoi quaderni scarabocchiati compulsivamente sono nati questi quattro stili differenti, che realizza sia all’esterno che in studio: omini, cieli, mostri, linguaggi urbani. Stili che nascono dall’embrione dei mostri trovando percorsi autonomi, diventando progetti separati, per poi ri-contaminarsi.

Per Exit Enter la creatività è terapeutica, viscerale e vorace, figlia e riflesso di quello che vive. Il suo immaginario artistico fuoriesce dividendosi in mondi separati, tra rassicurazioni e allarmi, mondi che poi si ritrovano, intrecciandosi e invadendosi a vicenda.

“Ho fatto una performance dove dipingevo un cielo azzurro, ma poi dalla silhouette delle montagne iniziavano a spuntare palazzi, ciminiere e fumo, il quale copriva lentamente oscurava completamente tutto, per poi fare uscire i mostri urbani. Noi siamo la nostra serenità e la nostra angoscia”.

Exit Enter ci racconta una possibilità. La ricerca di una via di uscita, come nella sigla di ‘The Page Master’, un vecchio cartone animato che guardava da bambino. “Il ruolo della paura è quello di inchiodarti e immobilizzarti, io propendo per il movimento, per il cambiamento. Razionalmente o inconsciamente c’è sempre un’altra strada che si può prendere. È questo che mi piace, mostrare quello che siamo e quello che potremo essere.” La vita non è statica, infinite situazioni ci permettono di uscire o entrare in altrettante possibilità. Possiamo essere tutto e il suo contrario, cambiarci in meglio o in peggio. Sicuramente la sfida di Exit Enter è quella con il futuro. ‘Le strutture viventi possono essere soltanto se divengono; possono esistere soltanto se mutano. Nulla è reale all’infuori del divenire’ scrive Fromm in ‘Avere o essere?’.

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  • Lorenzo Zambini

    Mi occupo di ZAP – Zona Aromatica Protetta, luogo di incontro e spazio per cultura e politiche giovanili. Laureato in Comunicazione, non mi piace né leggere, né scrivere. Amo rileggere, riscrivere, riguardare film e rivisitare città. Credo nel proverbio: non usare una accetta per togliere una mosca dalla fronte di un tuo amico.

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