Il Festival dei Popoli: film documentari da 58 anni e ancora giovani

Festival dei Popoli

Festival dei Popoli ha un obbiettivo semplice per il suo 58esimo appuntamento: approfondire la conoscenza della società contemporanea tramite la potenza espressiva delle immagini.

In che direzione va il documentario di creazione europeo? A questa domanda ha cercato di dare alcune risposte, come ogni anno, il Festival dei Popoli di Firenze. Geniale festival del cinema che ha raggiunto il traguardo – indubbiamente un primato – della cinquantottesima edizione e proprio nelle ultime settimane, più di altre volte nel passato, ci ha mostrato come una delle direzioni che il cinema possa prendere sia proprio quella del racconto del reale, dell’osservazione dei protagonisti della società contemporanea. E Firenze è stata protagonista, dal 10 al 17 ottobre, di una passerella mondiale: sono passate sugli schermi del Teatro della Compagnia storie di grandi uomini e piccoli destini, l’orrore del terrorismo, il protagonismo della società dello spettacolo, la vita in esilio, cinematografie diversissime da quelle occidentali e punti di vista nuovi e scomodi. Firenze senza muoversi dal comodo letto dell’Arno è stata capitale del mondo contemporaneo.

Tra arte e biografie d’artista

Il Festival quest’anno ha provato anche ad aprire al tema dell’arte ed alle biografie d’artista con il film d’apertura, dedicato all’arte del danzatore russo Sergei Polunin, diretto da Steven Cantor, forse uno dei titoli migliori in rassegna per l’approccio semplice che mostra nei confronti di una delle icone in ascesa non soltanto della danza ma in generale del mondo dello spettacolo. Particolare da non trascurare in questo film sono i contenuti d’archivio, l’uso innovativo e narrativo di film di famiglia, spezzoni televisivi, web-video e altro. Elemento questo che ha accomunato il film d’apertura con quello di chiusura (This is Everything: Gigi Gorgeous), decisamente più discutibile come capacità narrativa e punto di vista sulla storia, ma un innegabile documento sul divismo contemporaneo e sull’eterea celebrità di chi cerca fama sui social, qui proposta come una ben più complessa ricerca di identità di genere.

Ma anche in questa pellicola spicca un uso massiccio ed attento dei film di repertorio: il protagonista è seguito in modo ossessionato ed ossessionante fin da piccolo dalla videocamera dei genitori, spazio che poi sarà sostituito dalla webcam e da youtube (non a caso co-produttore del film). E proprio su questo uso sta una delle direzioni che il Festival dei Popoli da alcuni anni ci mostra: non semplici film di montaggio, non opere di found footage ma qualcosa di diverso e nuovo. Qualcosa dove il materiale filmico di epoche, stili e contesti differenti, montato da una stessa mano diventa racconto, nuova forma narrativa per raccontare il reale.

Una novità che viene dal passato

Già nelle passate edizioni al Festival dei Popoli abbiamo avuto sorprese su questa linea, ricordo l’uso innovativo delle immagini di repertorio in Une jeunesse allemande e Flotel Europa, ambedue tra l’altro dedicati a snodi storici del Novecento: il terrorismo politico e la guerra nella ex Jugoslavia.
Il terrorismo, la risposta energica di uno Stato, la paura e soprattutto il volto quotidiano e comune della violenza e dei suoi “somministratori”. Questo ci raccontava due anni fa il film Une jeunesse allemande di Jean-Gabriel Périot, mettendo a nudo il momento in cui il terrorismo ha attaccato il cuore del continente europeo precipitando nella crisi le convinzioni democratiche dei Paesi che ancora non avevano completato il proprio percorso di uscita dalle dittature nazifasciste.

Festival dei Popoli
Immagine via.

Il film – facile trovare assonanze con l’oggi – ci racconta la nascita e la distruzione della RAF, la cosiddetta Banda Baader-Meinhof e lo fa utilizzando materiali filmici differenti, provenienti da archivi privati, televisivi, cinematografici e di fiction. Il film è anche una riflessione sull’uso delle immagini e dei canali di comunicazione audiovisivi, non a caso tra i fondatori ci sono registi della neonata scuola di cinema berlinese ed un’attrice, ma anche una giornalista televisiva nota al pubblico tedesco, che rappresenta l’interrogativo più grande per il periodo, il ruolo dell’intellettuale ed il suo passaggio dalla teoria alla clandestinità ed all’attività sovversiva.

Tante sono le assonanze, dicevamo, con l’oggi: l’uso dei mezzi di comunicazione di massa, l’uso delle immagini: è partendo da questo che Périot ha costruito il suo film, sfruttando in modo originale il tanto materiale filmico d’archivio a sua disposizione. Spesso in modo ironico, sempre in modo innovativo. In questa capacità di ritracciare una storia con immagini di archivio trovano spazio sequenze dei cortometraggi realizzati da alcuni dei terroristi un tempo studenti di cinema (emblematico il caso di Herstellung eines Molotow Cocktails – Fabbricazione di una molotov di Holger Meins) ma anche film di autori. Non a caso il documentario si apre con immagini di Godard e si chiude con una dura condanna al terrorismo ma anche ai metodi della borghesia tedesca urlata da Rainer Fassbinder nel suo Germania in autunno.

Diverso il caso di Flotel Europa che racconta una storia “privata” dentro alla grande storia della guerra di Bosnia e dei suoi profughi ospitati in Europa. Il film riporta alla luce la vicenda del Flotel, un albergo danese galleggiante che per anni è stato rifugio e campo profughi per i tanti in fuga dagli orrori della guerra. All’interno della nave-hotel alcuni dei profughi hanno documentato la loro vita con vecchi vhs. Da questo ricco materiale il regista Vladimir Tomic ha trovato un filo narrativo partendo dalla sua stessa vicenda personale. In questo caso quindi la provenienza del materiale d’archivio utilizzato è tendenzialmente la stessa ma le ore di girato, il tempo che passa e la mutazione del contesto hanno decisamente influito sulla sua forma e sullo stile.

Il lavoro di Tomic riesce proprio a rendere ufficiale ed a storicizzare un materiale privato, a volte intimo; raccontando non solo il dramma dei profughi ma la guerra stessa, e sottolineando le divisioni etniche che anche nella nave galleggiante dividevano i cittadini di quello che un tempo era un unico paese. In Flotel Europa c’è una lunga scena, privata ed amatoriale appunto, che ci riporta fedelmente la dissoluzione della vecchia Federazione Jugoslava, la fine di un grande passato unitario verso i mille e pericolosi rivoli della divisione etnica territoriale: un concerto organizzato per i profughi dai Bijelo Dugme, storica rock band jugoslava (tra i fondatori Goran Bregović) che si è dissolta con la fine della Federazione e che nelle immagini delle vecchie vhs appare tristemente circondata da un pubblico nazionalista, non più presente per inneggiare ad un moderno rock occidentale ma disposto e ai canti tradizionali.

Il vincitore del Festival dei Popoli

Tuttavia il film che ha vinto e conquistato il pubblico del Festival dei Popoli 2017 è un lavoro eccezionale di osservazione del reale attraverso i paesaggi: si tratta di Also Known as Jihadi, di Eric Baudelaire. Un film d’inchiesta, cronaca giudiziaria vera e propria, che si snoda ed acquista densità e senso attraverso l’osservazione dei luoghi vissuti dai protagonisti, che mai vediamo e mai sentiamo. Leggiamo soltanto le loro parole riportare dagli stralci delle carte processuali. E si tratta di un processo per reclutamento di combattenti per la Siria, reclutamento, addestramento e combattimento. Nulla di più attuale dunque al Festival dei Popoli dove il racconto della guerra siriana, il terrorismo, la condizione di profugo hanno coperto in modo strisciante tutte le sezioni del festival. Da qui la necessaria riflessione su quello che è il mondo di oggi e sarà quello dei prossimi anni, quali saranno le tematiche forti non soltanto del cinema ma anche e soprattutto della politica e della società.

Festival dei Popoli
Immagine via.

Firenze, ancora una volta senza muoversi e per la cinquantottesima volta da quando il festival è nato proprio con questo intento universale e sociale, ha visto e raccontato i temi più scottanti dell’attualità. Vale a dire la fuga dei profughi dalle aree della guerra sanguinosa in corso in Siria (col mediometraggio vincitore On the Edge of Life) ed il terrorismo che parte dalle strade d’Europa ad opera dei suoi stessi figli (con il lungometraggio di Baudelaire). Lo fa però con un occhio d’autore, con un approccio sempre più essenziale ma non per questo meno emozionante.

Storie che sempre più difficilmente troviamo al cinema, che decisamente non incontriamo sugli altri media mainstream, racconti universali che descrivono drammi collettivi a cui è sempre più difficile voltare le spalle senza sentirsi complici della violenza. Al Festival dei Popoli abbiamo avuto questo regalo: la possibilità di non voltare le spalle dichiarando di non conoscere ciò che accade a poche miglia di mare da noi. Abbiamo visto luoghi reali, voci vere che ci impongono di ascoltare le loro storie.

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  • Giuseppe Gori Savellini

    Dopo una laurea e un dottorato in storia dei media, mi occupo di comunicazione culturale e politica e anche di promozione cinematografica. Collaboro con case di produzione e sono direttore artistico del Visionaria Film Festival che da ben venticinque anni si occupa di nuovi linguaggi. Scrivo, molto, dei temi che considero fondamentali in una società distratta: politiche culturali e sguardo contemporaneo.

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