Jamesboy: lo street artist fiorentino della sperimentazione

Jamesboy si contraddistingue per la sua incessante ricerca di nuovi modi di esprimersi: dalla pittura sui rifiuti alle composizioni in legno. Unico punto fermo: la street art.

C’era una volta Jamesboy, la strada era tutto e la notte era molto. Sì, è la notte il momento eletto per la street art. La città dorme, l’oscurità prevale sulla luce. Per chi deve agire artisticamente e illegalmente è il miglior tempo. Jamesboy nelle notti peruviane ci è cresciuto e con lui anche la sua creatività.

“Tanti anni fa, a Lima, dopo il tramonto andavo a dipingere. Da solo, con in tasca gessetti, pennarelli, carbone e bombolette spray, anche se queste mi costavano troppo. Amavo andare di notte a dipingere per la città. Nei fine settimana c’era troppo casino, mentre dal lunedì a giovedì tutto era più tranquillo. Camminavo per chilometri, mi rilassavo. Io, la strada e la notte. Guardare i palazzi senza avere l’obbligo di parlare con qualcuno. Meno distrazioni, ti introduci al meglio nel contesto urbano. Di giorno ci sono troppe influenze esterne, non vedi quello che hai davanti: i palazzi, i vicoli, i topi che mangiano gli avanzi di cibo. Di notte a Firenze, in piazza San Lorenzo, mentre dipingo, i ratti escono dalle tane, saltano, corrono, scappano. Adoro l’idea della gente che dorme, mentre vago immerso nelle strane atmosfere notturne.”

Il fascino dei graffiti

Proprio in quelle notti di molti anni fa Jamesboy scoprì i graffiti come mezzo per affermarsi. La sua scuola è stata la strada, osservando e imparando da altri writers della sua zona. Inizialmente faceva solo ‘tag‘, lasciava la sua firma ovunque, con il tempo si sono aggiunti colori, forme e figure, conducendolo all’arte figurativa.

Avevo tredici anni, sui muri vedevo queste firme, lettere enormi in nero e argento, a volte indecifrabili. Un giorno ero in giro con un ragazzo più grande di me, non ricordo il suo nome ma solo la sua tag: ‘TEILOR’, la scrisse col pennarello su una porta di metallo. Uno scarabocchio indecifrabile, bellissimo, non esteticamente ma come gesto. Una persona che affermava la sua esistenza lasciando le sue impronte, reclamando come suo lo spazio da lui scelto! Un gesto umano, primitivo. Un gesto punk! Fu la scintilla che scatenò tutto. Mi convinsi, anche io volevo fare questo. Così firmavo, senza tecnica, senza stile e senza studio, era solo un andare a dipingere graffiti lettering in giro.”

La nascita di Jamesboy

Il nome ‘Jamesboy’ nasce nel 2012, è l’abbinamento del suo vero nome ‘James’ con la parola ‘boy’. Lineare e semplice. “Avevo smesso di dipingere con la firma che utilizzavo prima per via di problemi e denunce, non volevo peggiorare le cose, così cambiai. Volevo creare la firma di un personaggio e dipingere con il suo nome, tipo un supereroe. Uscì ‘Jamesboy’ e così è rimasta, forse è un po’ infantile e presuntuosa, ma quando l’ho creata pensavo solo a divertirmi, perché se non ti diverti che lo fai a fare?” Con il cambio del nome ha cambiato anche modo di fare arte, uno spartiacque tra il prima e il dopo. “Prima facevo solo graffiti lettering, firmavo da tutte le parti. Firme e qualche ‘puppet‘. Con ‘Jamesboy’ sono passato alle figure, al colore, alla composizione.”

Jamesboy
Foto per gentile concessione dell’artista.

Se la strada è stata la prima maestra, la fase di ‘Jamesboy’ è stata influenzata dalla scuola di animazione frequentata e mai conclusa. “Lì ho imparato a lavorare sui progetti, studiavo animazione di cartoni e ideavo personaggi. Mi calavo dentro i panni di un personaggio, nella sua storia, nella sua personalità. Lo caratterizzavo. Utilizzavo la tavoletta grafica e Photoshop. Questa scuola mi ha aiutato a mettere testa sulle cose che realizzo, disegnare per disegnare potrei farlo all’infinito senza concludere nulla.”

Parola d’ordine: sperimentare

Jamesboy è uno street artist che ha fatto della varietà di tecniche e supporti un tratto della sua identità artistica: dalla poster art agli sticker, passando per la serigrafia alle sculture in legno e cartone. Ha dipinto su tessuto, legno, vetro, cellophane, carta, muri e rifiuti abbandonati. Ha utilizzato acquerelli, acrilici, smalti, colori fluo e bombolette spray. Uno sperimentatore. “Ho fatto anche stencil ma è un metodo troppo impegnativo per riprodurre un’immagine, preferisco la pittura con vernice spray.” Per un periodo abbandonava in strada i disegni che non gli piacevano, così ha fatto con i poster. “Ho imparato a non attaccare tutto. La gente strappa tutto per portarseli via, così la gran parte dei lavori che lascio in strada sono studi e scarti. Una parte dei lavori lì conservo come documentazione, perché non riesco più a produrre quello che realizzavo due anni fa. Passo da un progetto all’altro, iniziare e abbandonare in una costante sperimentazione.”

Le nostre città sono piene di rifiuti, più o meno ingombranti, abbandonati abusivamente negli angoli dei vicoli. Jamesboy ama intervenirci sopra pittoricamente. “Io e Exit Enter dipingevamo sui mobili spezzati che trovavamo. E li lasciavamo lì. Mi piaceva e mi piace dipingere sulla spazzatura trasformandola in spazzatura dipinta. È nato così il discorso del supporto, mi affascinava lo scarto, il rifiuto, appunto. L’alchimia di trasformare la monnezza in qualcos’altro. A Firenze trovi sempre qualcosa in giro su cui dipingere, non sono solo gli street artist che fanno cose illegali, ma anche chi abbandona i rifiuti.”

Jamesboy
Foto per gentile concessione dell’artista.

Jamesboy ama entrare in dialettica con le persone, osservarle, sperimentare. Dipingere sulla spazzatura apre un riflessione. Cos’è rifiuto? Cos’è oggetto di valore? Il confine è sottile. “Dipingo sui rifiuti e la gente se li porta via. All’inizio sono uno scarto, qualcosa di cui sbarazzarsi, una volta dipinto diventa qualcosa da portare a casa. Cosa è cambiato? Per la gente acquisisce un valore, ma è pur sempre spazzatura. È strano come ragiona la gente.”

Da scarto a opera d’arte

Questo meccanismo ricorda i ‘ready-made‘ di inizio Novecento, l’orinatoio che diventa la ‘Fontana’ di Duchamp. Un oggetto comune che tolto dal suo contesto funzionale viene defunzionalizzato e rifunzionalizzato a opera d’arte tramite il solo atto di selezione dell’artista.

Secondo Thierry De Duve, il ready-made è “un’opera d’arte che si identifica nell’enunciato ‘Questo è arte‘. Perché questo enunciato possa compiersi è necessaria la presenza di quattro elementi: un oggetto che ne costituisca il referente, un soggetto che la pronunci, un pubblico che la recepisca e la faccia propria, un’istituzione che accolga e registri l’oggetto a proposito del quale quell’enunciato è stato proferito”. Negli interventi di Jamesboy sui rifiuti questo meccanismo viene attivato, forse inconsapevolmente o forse no. La defunzionalizzazione sta già nel suo essere rifiuto, l’intervento dello street artist diventa la sua pronuncia su di esso, le persone che lo portano a casa lo recepiscono come opere d’arte, l’istituzione che accoglie e registra l’oggetto non è più un museo o una galleria d’arte, ma i social network, la rete, la comunità che segue la street art.

Jamesboy
Foto per gentile concessione dell’artista.

Gli interventi che realizza in strada sono pensati per rimanere in strada. Non per essere portati via o venduti sul web. In questo modo il pubblico tradisce viene tradita la filosofia della street art. “All’inizio attaccavo in giro delle maschere di cartone, la gente se le portava via e mi mandava le foto delle mie maschere rubate scrivendomi: ‘guarda, ho trovato questo’. Non l’hai trovato, l’hai rubato. E così succede con i poster e con la spazzatura. È un gesto egoista, se è in strada vuol dire che è di tutti e per tutti. Ci posso far poco, è un ragionamento delle persone. Se vogliono appendere la spazzatura in casa avranno i loro buoni motivi.”

La provocazione dei materassi

Da questa conflittualità tra Jamesboy e chi porta via le opere nasce il progetto artistico dei materassi. “Un giorno vedo questo materasso abbandonato e boom, idea! L’ho dipinto con la sfida di vedere se qualcuno aveva il coraggio di portarselo a casa. Uno lo presero, ma poi lo ributtarono via. Come fai a tenerti un materasso? Non lo puoi appendere, se lo appoggi al muro si piega. Fa schifo portarsi via un materasso abbandonato con macchie, sudicio, chiazze di urina e altro. Sopra i materassi ci si muore e i morti perdono liquidi. La gente ci vive, ci muore, ci scopa. Non è igienico portarselo a casa, per quello mi piace intervenirci sopra. Una sfida. L’idea è nata piano piano, giocata sul rapporto che hanno le persone con l’arte e con quello che trovano in giro. L’appropriarsi di qualcosa che non è tuo, è proprio vero: la strada dà, la strada toglie.”

Jamesboy
Foto per gentile concessione dell’artista.

Ancora oggi, quando trova un materasso e ha l’occorrente per disegnare con sé, ci dipinge sopra. Poi fotografa l’opera e parte la fase dell’osservazione e del monitoraggio. “Una volta ho dipinto sopra un vecchio materasso in via degli Alfani. Il giorno dopo su Instagram mi scrive una persona per dirmi che aveva tagliato il telo. Poi ho scoperto che il telo lo puoi tagliare solo sui vecchi materassi, quelli nuovi con le cuciture in diagonale sono impossibili da tagliare, anche se uno ha provato a tagliare pezzo per pezzo per ricomporre il disegno, ma non è la stessa cosa. Ormai sono un esperto, e dipingo solo su quelli con le cuciture.”

Progetti sempre più studiati

Il progetto dei materassi ha portato Jamesboy a una serie di riflessioni sul supporto stesso. “L’idea si è sviluppata piano piano senza che avessi le idee chiare, di solito non ho mai le idee chiare. Ho iniziato a immaginarmi le persone che ci avevano dormito. Il materasso non dura due settimane, ma anni. Porta con sé sogni e incubi, ci dormiamo otto ore al ogni giorno, un terzo della nostra vita. È un elemento importantissimo e neppure ce ne accorgiamo. Così quando intervenivo ho iniziato a ragionare molto sui soggetti, come rappresentare queste figure umane che emergono dal sonno, tra sogni o incubi. All’inizio facevo cose più sfumate, linee morbide, non troppo nette, fate con le bombolette.”

#diventa santo

Jamesboy è costantemente affascinato dalla reazione delle persone, vedere cosa può scatenare un’opera. Stimolare l’interazione, studiarne il comportamento, perché “le persone sono strane.” Così come quando ha realizzato un’aureola gialla e un paio di ali bianche, creando il suo ‘Diventa Santo’. Due elementi che nelle persone stimolano una reazione immediata e codificata: farsi una foto. Anche in questo caso il seme del progetto fu, quasi, casuale. “Con Bibbito e Exit Enter avevamo fatto un lavoro insieme, io avevo dipinto un omino nero con l’aureola e le ali di profilo. Proprio nel momento in cui ho scattato la foto all’opera, per documentarla, un uomo con dei sacchetti in mano è passato davanti al mio omino nero. Riguardando le foto con Exit Enter l’uomo con i sacchetti sembrava che avesse aureola e ali. Era perfetto, così è partita l’idea. L’hastag #diventasanto.

Jamesboy
Foto per gentile concessione dell’artista.

Il primo fu realizzato su una vecchia porta in Piazza Signoria, poco dopo Jamesboy ricevette la foto di una persona ‘diventata santa’. “L’idea funzionava, così ho cercato di dare un nome al progetto. ‘Diventa angelo’ non mi piaceva, troppo religioso, celestiale. Invece, ‘Diventa Santo’ lascia spazi maggiori all’interpretazione. Suona bene. Ho aperto un canale Instagram, dove ogni tanto carico tutte le immagini raccolte in un determinato periodo, un vero e proprio spam molesto. Ho anche comprato un dominio internet. Volevo farlo bene e non lasciarlo a metà. Così #diventasanto è diventato uno dei tanti progetti che porto avanti piano piano.”

Le persone rispondono divertite, tante sono le foto che girano su social network dove donne, uomini, giovani e meno giovani si immortalano fotografandosi con aureola e ali. Un’opera dinamica generata e documentata spontaneamente dall’interazione con le persone. Jamesboy ha solo messo un po’ di ‘trappole’ in giro, quattro a Firenze, tre a Pisa, poi a Lecce, in Romania e a Barcellona. “’Diventa Santo’ è una sorta di icona pop, in stile fumetto. Il giallo poi è un colore potentissimo, impattante. Giallo, bianco e nero danno quasi noia a guardarli insieme.”

Jamesboy
Foto per gentile concessione dell’artista.

Figure armoniche

Spesso in giro per la città, sopra qualche muro, oppure diffuse su poster o disegnate sopra i rifiuti, troviamo figure umane magre e sofferenti: famiglie, uomini, donne e fanciulli, un vero e proprio popolo generato dall’immaginario di Jamesboy. “Le figure che disegno sono nate dallo studio dell’anatomia artistica che ho iniziato cinque anni fa, guardando libri, siti, video. La messa in pratica di questo studio ha generato queste figure. Non so perché sono sofferenti, non c’è alcun intento. Mi piace la posa, la contorsione e la comunicazione del corpo di alcuni movimenti. I gesti delle mani, lo sguardo. Così mentre studiavo le riproponevo sui disegni e poi sui muri. Non c’è un messaggio, ma è solo un modo di fare.”

Spesso queste figure sono anche trafitte da frecce che ricordano l’iconografia di San Sebastiano. “Volevo aggiungere un oggetto simmetrico e geometrico che spaccasse il disegno, qualcosa di pulito, diritto e netto che si staccasse da tutte le linee curve e sporche del disegno. Così ho inserito le frecce, rappresentano il dolore. La freccia è un’arma antichissima, forse una delle prime armi di distruzione di massa, ne potevi lanciare tante e da lontano, evitando lo scontro corporale.”

Nomadi contemporanei

Un popolo immaginario e nomade, con in mano delle lance. “Per dipingere uso spesso una lunga asta, la uso anche per prendere cose o per spostarle. Se all’asta ci aggiungi una lama diventa una lancia, per procurarsi il cibo, ferire, ma soprattutto: per vivere e per sopravvivere nella natura.” Ha rappresentato anche i nomadi su sfondo nero con una lancia di luce colorata, dipinta con colori fluo. “Sono nomadi contemporanei con lance tecnologiche, piene di elettricità e luminosità come gli schermi dei nostri smartphone.”

Jamesboy
Foto per gentile concessione dell’artista.

Tutti i diversi dettagli che arricchiscono il ‘popolo nomade’, si sono stratificati nel tempo in una creazione istintiva e lenta. “Dopo frecce e lance ho creato un ambiente con i rami degli alberi, poi sono arrivati gli uccelli, le collane e anche delle piccole corna, perché sono esseri e quindi anche un po’ demoni. Una evoluzione lenta dettata dalle cose che vedo e dai consigli che sento.”

Anche la rappresentazione del teschio ricorre spesso, conferma la curiosità di Jamesboy per la vita, la morte, la natura e l’anatomia umana. Lì rappresenta pieni di colore o di luce in trasparenza. “Lo rappresento perché ce l’abbiamo tutti, abbiamo questa carnalità e il teschio ci ricorda che siamo composti di una materia che piano piano andrà a deteriorarsi. Non mi interessa la morte come fine dell’esistenza, ma come passaggio. Tutto qui.”

Jamesboy
Foto per gentile concessione dell’artista.

Tra spettri neri e maschere dipinte

Nel suo immaginario c’è anche un spettro nero con un maschera di luce bianca. Un incubo ricorrente che ha più volte dipinto con il tentativo di esorcizzarlo. “Ho avuto questo incubo per un anno e mezzo. Dormivo, ma nel sogno non stavo dormendo, percepivo una presenza che fluttuava sopra di me, mi guardava mentre dormivo. Sapevo che stavo sognando, ma non riuscivo a svegliarmi. Uno spettro nero, dalla linea curva e morbida, illuminato lateralmente da una luce bianca, che assomigliava tanto a quel tratto che facevo con lo spray.”

Le maschere ritornano spesso nel lavoro di Jamesboy, inizialmente le realizzava con cartone, forbici e colori, per poi incollarle in strada. “Volevo creare dei totem, ma non avevo spazio. Il totem è una figura mistica, nella cultura peruviana e inca ci sono tante di queste maschere, forse sono stato influenzato da piccolo. Creavo diversi soggetti assemblando ritagli di cartone con forme geometriche per la bocca, il naso e così via. Ma il cartone si rovina facilmente, la vernice lo piega e lo inumidisce, il fissativo non regge. Così ora le faccio in legno, trovando i pezzi in giro, poi taglio e compongo.”

Jamesboy
Foto per gentile concessione dell’artista.

Collaborazioni creative

Jamesboy è un instancabile sperimentatore dell’arte, libero da schemi e definizioni. La sua varietà frenetica di tecniche e supporti, il suo essere eclettico in maniera maniacale lo rendono molteplice e difficilmente inquadrabile. Inizia progetti artistici che difficilmente finisce. “Non faccio cose definitive, per dire l’unica tela finita fu quella che misi in palio per la caccia al tesoro che organizzai con Exit Enter per ‘Firenze, can I paint it?‘ Ma fece una brutta fine.”
L’altra faccia della sperimentazione è la documentazione di quello che produce. Una parte dei lavori li conserva, così come conserva opere di altri artisti. “Mi piace fare scambio di opere di artisti, è un modo per rispettarli e per ricordare un terminato periodo della vita.”

Non si definisce un artista, utilizza la strada come luogo per esprimere se stesso e la sua creatività. “Dipingo per me, non per la gente. Non riesco a immaginare la mia vita senza la pittura, mi aiuta a esprimermi. Quando non riesco a spiegarmi a parole, allora dipingo.” Gli edifici abbandonati sono luoghi dove sperimentare tecniche, colori e idee, così com’è la strada, che sia Lima o Firenze. Così come le collaborazioni con altri street artist sono parte della ricerca, “se non hai un’idea te, avrà un’idea l’altro, è un modo per essere sempre attivo. Dagli altri si impara tantissimo e molto velocemente, se sperimenti con gli altri è tutto più veloce. C’è comunicazione e contaminazione, fondamentale per crescere artisticamente.”

Jamesboy
Foto per gentile concessione dell’artista.

Un antico proverbio inca dice “Se vuoi crescere e imparare, guarda dove i tuoi occhi non vedono” ed è quello che fa Jamesboy. In quello che realizza c’è una grande parte di irrazionalità istintiva che stratificandosi assume significato. L’inizio di un progetto artistico è un percorso verso l’ignoto, una ricerca interiore. È il fare, la sperimentazione, l’agire pittorico che porta alla luce le parti nascoste. Come teorizza David Lynch, “le idee arrivano nei modi più impensati. Basta tenere gli occhi aperti. […] Sono gli incidenti che mettono in moto l’immaginazione. Da cosa nasce cosa e se lasci fare ne nascerà un’altra completamente diversa.”

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  • Lorenzo Zambini

    Mi occupo di ZAP – Zona Aromatica Protetta, luogo di incontro e spazio per cultura e politiche giovanili. Laureato in Comunicazione, non mi piace né leggere, né scrivere. Amo rileggere, riscrivere, riguardare film e rivisitare città. Credo nel proverbio: non usare una accetta per togliere una mosca dalla fronte di un tuo amico.

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