L’Universale: Intervista al regista Federico Micali

Abbiamo incontrato Federico Micali, regista dell’atteso film sull’Universale, un viaggio nel cinema fiorentino diventato leggenda

Quando la realtà supera la fantasia e il cinema diventa luogo di aggregazione, centro della vita e della (contro)cultura di un quartiere. Incarnazione di quello spirito ribelle e anarchico tipico degli anni ’70. Il Cinema Universale di Firenze in via Pisana, vicino a Porta San Frediano, è stato (prima della sua chiusura nel 1989) esempio di libertà sfrenata e vibrante socialità.

Un luogo in cui era possibile per il cinema farsi carne e per gli spettatori dialogare con le pellicole proiettate e persino urlarci contro. Quando in sala ancora ci si schierava e si sceglieva di stare con il bene o con il male. Esempio di come il cinema può aprire le porte alla città e contenerla completamente, in tutte le sue forme. Magari anche a bordo di una vespa.

All’Universale ci andavano tutti: dagli ubriachi agli studenti, dai politici ai delinquenti. E anche la polizia ogni tanto lo frequentava, in modo non sempre pacifico… Adesso la storia del cinema più punk di Firenze diventa un film e noi ve lo raccontiamo attraverso le parole del regista Federico Micali.

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Come hai iniziato la tua carriera nel mondo del cinema?

Il primo lavoro importante è stato Genova senza risposte, documentario sul G8 di Genova. In seguito ho continuato a girare documentari, cortometraggi e videoclip. Ho avuto la possibilità di toccare temi importanti in lavori che uniscono il sentimento che mi lega alla città a un intento di denuncia sociale, come Firenze città aperta sul Social Forum Europeo.

Mi considero un regista politico: sento l’urgenza di portare a galla determinati argomenti. Ho parlato di politica attraverso la storia del calciatore Cristiano Lucarelli con 99 Amaranto, di cinema attraverso L’ultima zingarata, del modo di fare cultura negli anni ’70-’80 attraverso il documentario sul Cinema Universale.

Eccoci arrivati all’Universale! Come mai un documentario (Cinema Universale d’Essai, 2008) e adesso un film (L’Universale) proprio su questo cinema?

Ascoltando i racconti sull’Universale ho avuto la possibilità di rendermi conto di quello che mi ero perso. Sono andato al cinema Universale solo una volta alla fine degli anni ’80. Davano Miranda di Tinto Brass. La sala era trionfante nel commento ad alta voce e nella gara a chi si metteva più in mostra in relazione al film. Mi sono divertito tantissimo!

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Poi mi sono reso conto che quella che avevo conosciuto era solo una copia sbiadita di quello che era stato l’Universale ai tempi d’oro. Quando mi è stata offerta la possibilità di girare un documentario, mi sono immerso nei vari racconti: bastava nominare il nome del cinema e gli aneddoti si moltiplicavano. A sentir le persone, in vespa in quel cinema ne sono entrati una cinquantina…

Ecco, ma si è poi scoperto chi fosse il tipo della vespa?

No, non so chi fosse esattamente. Lo immagino, ma è giusto non svelarlo…

Quindi è successo davvero…

Che sia successo ce lo ha confermato la cassiera, la Graziella. E sappiamo anche che lo spirito di emulazione ha fatto sì che sia successo più di una volta! L’Universale d’estate lasciava aperte le porte di sicurezza e quindi molti emuli sono entrati passando da lì. Ma la cassiera dice che c’è stato solo uno che ha osato entrare dalla porta principale! Pare che fosse durante la proiezione di Easy Rider. Si trattò quindi di un intervento a tema

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E così in un certo senso hai adottato le storie dell’Universale…

Di solito un documentarista racconta una storia di cui entra a far parte, io invece ho voluto raccontare una storia che non era mia. Io ho aperto le porte e le persone intervistate hanno composto questo mosaico di testimonianze che è diventato alla fine il documentario.

Che film si vedevano all’Universale?

I film all’Universale non si vedevano, venivano vissuti per osmosi! Si proiettavano film che erano frutto del clima di quei tempi, quando ancora si preferivano vedere film impegnati piuttosto che film di puro divertimento. Come successe invece alla fine degli anni ’80. Ma erano già altri tempi: il cinema Universale è cambiato insieme a Firenze.

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E dopo il documentario, adesso un film di fiction. Come ti è venuta l’idea?

Girando il documentario mi rendevo conto della bellezza di quello che avevo tra le mani: un cinema che era lo specchio di una società che cresceva e cambiava. Cullavo l’idea di scrivere una storia che avesse l’Universale come sfondo, ma con dei personaggi che potessero essere frutto di una penna. Ne è nato una sorta di romanzo di formazione di tre ragazzi che crescono fin da piccini a San Frediano, in questo cinema che diventa pian piano un luogo di culto dove entrano politica, controcultura e musica.

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Com’è stato realizzare il film?

È stato lunghissimo. Abbiamo dovuto percorrere tutte le tappe della produzione indipendente: cercare finanziamenti pubblici, che si sono rivelati estremamente bassi, e privati, che non abbiamo trovato. Alla fine abbiamo deciso di girarlo lo stesso. Ci siamo presi un rischio molto alto, perché se qualcosa fosse andato storto non avevamo un paracadute. Ma ce l’abbiamo fatta e siamo molto contenti del risultato.

Come hanno accolto le riprese i fiorentini?

La città è stata molto presente e mi ha dato la spinta per andare avanti. È stato talmente lungo e faticoso che se fosse stato un film esclusivamente mio avrei mollato prima. È stato importante incontrare gente per strada che chiedeva come stessero andando le riprese e ricevere messaggi in privato o sulla pagina Facebook Aspettando l’Universale.

Dove avete girato?

Abbiamo girato gli esterni a Firenze e gli interni a Pontassieve, in un cinema il più possibile analogo a quello originale che non c’è più. Se lo avessimo girato a Cinecittà, come ci avevano proposto, avremmo dovuto riempire il set di comparse romane. Invece volevo che la troupe fosse il più possibile toscana, per avere colori e toni giusti.

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Che cosa ha lasciato l’Universale a Firenze?

Innanzitutto una storia che vale la pena raccontare. Ha lasciato a tanti un amore per il cinema che le generazioni successive hanno avuto più difficoltà a coltivare. Ha unito l’alto e il basso: a chi non era abituato a frequentare gli ambienti più intellettuali ha dato strumenti alti, a chi aveva un’impostazione aristocratico-intellettuale, ha dato una carta in più, quella della dissacrazione. Ha dato tanto anche alla scena musicale fiorentina: Litfiba, Diaframma, Bandabardò hanno pescato a piene mani da quello che succedeva all’Universale.

Oggi potrebbe esistere un nuovo Universale?

Secondo me no, non è possibile: l’ingrediente di base era infatti una libertà che non c’è più. La libertà di dire quello che vuoi, ma anche di fare quello che vuoi: farsi le canne, fumare e bere in sala… Ve la immaginate oggi una sala così? Dal momento in cui perdi questa libertà ne perdi tutta una serie di altre.

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Che rapporto hai col cinema come luogo?

Ci sono tutt’ora a Firenze sale molto interessanti. È sempre bello vedere i film all’Odeon o all’Alfieri durante la programmazione della 50 Giorni o dei vari festival. Penso poi al Portico, al Principe, al Flora, che riescono a integrare qualità tecnica a una programmazione di livello. Certo realtà come l’Art-House berlinese e newyorkese un po’ ci mancano.

Che ne pensi del moltiplicarsi delle multisale?

È un luogo troppo asettico per la mia idea di cinema. Non sopporto i popcorn, le luci e tutto quello che è il contenitore. Non mi piace che dopo lo spettacolo ti facciano uscire da un’uscita di sicurezza e ti ritrovi subito fuori: io voglio uscire e parlare con la gente del film che ho visto!

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Molte sale oggi continuano a chiudere. Pensi che un film come il tuo possa servire ad avere maggior cura dei piccoli luoghi del cinema?

Assolutamente. Mi piacerebbe molto che questo film fosse adottato dagli esercenti, perché porta sullo schermo un rapporto viscerale che potrebbe esserci ancora fra pubblico e sala. Il cinema non è soltanto il cinema come pellicola, ma è anche il cinema come ambiente, come pubblico. Ed è ciò che l’Universale racconta. Il cinema come luogo conserva ancora elementi dai quali non si può prescindere: a livello di grandezza, di qualità, di persone che ti stanno accanto.

Credits: Federica Gambacciani, Ilaria Costanza, Aspettando l’Universale

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  • Daniele Salvi

    Laureato in Lettere, realizzo progetti di cineforum nelle scuole. Impegnato nel sociale, amo ascoltare e raccontare storie. Ho un debole per i fumetti, Walt Whitman e la musica rock anni Settanta.

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