La città svanita- Raccontami Firenze

Questo racconto è uno dei partecipanti al nostro festival letterario online Raccontami Firenze.

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Il mio paese, la mia città si assomigliano. Una mattina mi sono svegliato prima e…non c’era più. Se n’era andato, forse semplicemente a fare un giro, forse un viaggio, una vincita alla lotteria aveva reso possibile la partenza. Fuori dall’orizzonte e fuori da tutto questo sudare, berciare e preoccuparsi. Che città magnifica!. Andati i posti vuoti, bui, pericolosi. Andata l’arte, la cultura i quadri, gli oggetti, gli aggeggi. Scomparsi i tribunali, le carceri, le piazze.

Tutto quella mattina era più lacustre, bucolico, quello che sentivo erano solo i suoni di Arno e degli animali, Bon dieu son tornati!?. Via le contesse profumate, le caramelle, le auto, il puzzo, gli affari, il cappuccino, la vigile tetta-multe, le bottiglie rotte, il mercato. Pareva che di novità aleggiasse nell’aria, un potere. Il sole stava sorgendo tiepido e camminavo ormai sul sentiero che un di era stata via Maggio; la collina alla mia sinistra: Palazzo Pitti. E piano piano si metteva a fuoco un umanità che stupita quanto me, cercava punti di riferimento e casa. Un paradosso temporale; qualcuno chiamò così quanto stava vivendo. Io cominciavo a credere, che la città avesse deciso di andare in ferie.

Ecco che secoli di storia andavano senza dubbio cercando un altro posto, dove poter ricominciare a nuova vita. Città e paese, come persona che affida ad un lungo viaggio, la possibilità di riprendere un cammino differente. Qualcuno decide all’improvviso di andare a cercarla, si organizzano con un autobus, ed i nostalgici e quelli più impauriti, borbottando di extraterrestri e colpe del governo, si muovono rumorosamente e partono. C’è da andare fuori di cervello, sentenzia un vecchio artigiano, ancora con lo zimalino e gli strumenti in mano, non capisce.

Stava riparando una vecchia scarpa e tutto si è dissolto. Una botta per terra, tra sedia e banco, e pouf, sedia e banco non ci sono più! Piazza Santo Spirito nel verde, si toglie lo sfizio di mostrare la sua natura rigogliosa. Piante e fiori ed un umanità che appartiene da sempre a questi luoghi, distesa sull’erba a ridere e giocare. Non ci sono divieti; no police, no vende qualcosa, no turist e il buon priore della chiesa che aspetta dall’alto un segno, che oggi gli pare proprio questo, chiama Dio, l’entità che ha permesso questa invasione di natura. Invoca ancora santi & possibilità.

Si chiede quanto l’uomo potrà essere capace di ricominciare, e cosa riuscirà a fare.. Qualcuno lo zittisce e gli domanda qualcosa da mangiare. Un altro ha gettato la canna nell’acqua, sta pescando e spiega al figlio il modo per fare un buon arco da caccia. Il cibo innanzi tutto, giustamente si avvede degli alberi da frutto, pensa al commestibile. Una signora con aria da impiegata, ricorda che si può sempre fare un orto e comunque tra il verde, un minestrone si riesce sempre ad inventare.

C’è chi tira con una fionda e molti distesi nell’erba, fanno l’amore. Alcune scene vi giuro, sono proprio esilaranti. La dissoluzione ha lasciato sul posto e nel momento gli umani, gesti e occupazioni. Le fila per due, modello autobus, per esempio. Persone che devono riprendersi, non v’è dubbio…ma intanto rido delle mille posture di un umanità sconvolta. Le attività plastiche dell’uomo, vanno rispettate. Di questo mio paese che somigliava una città sul fiume, mi accorgo solo adesso quanto mancassero le barche. Sono già nell’Arno, dentro l’acqua, non vedo reti, ma alcune lenze già filano nella corrente. Chi è sempre stato seduto, lo si riconosce al volo. I ragazzi giocano a calcio con una palla di stracci e i dipendenti si riacchiappano il momento, facendo una bella corsa. La gara vera e propria è tra i mantenuti storici, alcuni studenti & segretarie e star-sistem & vigili urbani.

Ora c’è da zappare un campo o trovare corda, la lotta si fa serrata. Molti ricominciano a muoversi e per alcuni è la prima volta, ma non sembra abbiano paura. Tira un aria da pic-nic, che dissolve lo choc forte che tutti proviamo. La luce, l’acqua, le scuole, il lavoro, sono domande che la risposta troveranno solo accettando questo stato di cose.

Tornerà la città. No! non tornerà più, perché troverà senz’altro un luogo e gente migliore dove fermarsi. Dalle collina si alza un fumo di fuoco, che attira l’attenzione generale. I ricordi, pure quelli ancestrali si accavallano nella mente dei nativi. Alla caccia! Alla battaglia! Suona un corno, chiama all’adunata. I bambini che sono la spia generale di questa situazione, sembrano divertirsi, per loro niente più autorità e tabù, compiti e rimbrotti generali. Credo che saranno loro, i piccoli, quelli che si adatteranno meglio. I più disturbati sembrano gli adulti; inveterati di abitudini e comodità. Mancheranno le cose necessarie ed anche quelle elementari, ma la confusione vera viene dall’incapacità di sentirsi animali. Le prime necessità come imperativo, ma la tensione e il conflitto, già serpeggiano tra gli uomini.

Le fila che evidenziano l’abbandono si ingrossano, chi vuole andare verso il mare, chi decide di percorrere il fiume per trovare un altra città; saranno mica tutte sparite? Nel caos generale la voce di una donna chiama a raccolta chi ha voglia di ricominciare. L’opportunità è ghiotta, una nuova idea civile avanza; saremo capaci finalmente di creare un mondo più giusto ed equo. Il sindaco ha salvato dei libri, chiede a gran voce di organizzare una scuola per i figli. L’assessore, libero ormai di immaginare case e alloggi per tutti, propone di tagliare alberi e cercare stoffa per baracche e tende di emergenza; forse crede che una qualche organizzazione sia rimasta in piedi e allora meglio darsi da fare per non trovarsi impreparati, perché gli aiuti arriveranno, pensa lui. Chissà cosa faranno i dirigenti, i bancari, gli impiegati e quanti non hanno mai fatto cose manuali.

Il nuovo mondo nascerà da: manovali e carpentieri, ferraioli e cardatori, conciatori e tintori, arti & mestieri di un economia tribale, che riprenderanno il giusto posto. Anche se temo verrà rifatta una città, con le ingiustizie di sempre, somiglianti quelle storiche, che attraversato il guado di un conflitto economico, segnerà in negativo questa esperienza. I giochi dei bambini hanno ritrovato un sentimento. Acchiappano le rane, le lucertole, e fanno scherzi ilari gettando acqua sulle persone e terra, dove qualcuno sta scavando. Loro bravi sono già armati di canne e bastoni, speriamo non diventino bravi a ripetere lo scontro e la guerra. In questo crudo momento è più facile vedere quanta educazione sbagliata hanno ricevuto, cresciuti nella competizione e nel cinismo di una società che rappresentata dalla paura della solitudine, si aggrega e crea conflitto più che solidarietà. Mi piace l’idea che anch’io debba riprendere il cammino. Mi è sempre piaciuto vagabondare per il mondo e adesso che l’organizzazione umana è in crisi per la caduta di strutture sociali, me ne andrò come menestrello e poeta per le strade ed i tentativi di organizzazione della vita. Non più libretti di lavoro, orari, partite, supermercato, manicure, parrucchieri, industrie e industriali, partiti politici e bottegai.

Camminerò per strade da creare, cercando una tribù che abbia voglia di musica e attenzione. E intanto mi guardo questo cielo, che più limpido di sempre, si è portato via il mio vecchio e antico paese.

 

Un racconto di Walter Luigi Massimo Maccari

 

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