Novoli: le architetture che non vedremo

Novoli, toc toc firenze

All’inizio a Novoli c’era un grande fabbrica.

Con dei, muri, alti, oltre i quali non si poteva andare. Passarono gli anni, e – proprio come nella famosa canzone – là dove c’era l’erba nacque una città. La FIAT di Novoli, da stabilimento industriale in mezzo al nulla, divenne così un buco all’interno del quartiere che la circondava.

Poi arrivò un signore – il sindaco Bogianckino – che negli anni ’80 immaginava una Firenze in pieno rinnovamento – tanto per far un esempio, sua è la proposta di ricoprire piazza Signoria con una lastra di plexigass trasparente durante i lavori per il rinnovo della pavimentazione, in modo da permettere ai cittadini di vedere gli scavi.

Fra i molti progetti che aveva per la città, ritenne che – al posto dei capannoni ormai dismessi – fosse giunto il momento di far nascere un nuovo centro urbano, che facesse da volano per il recupero di tutto il quartiere.

E degli architetti si misero intorno a un tavolo

Nacque così l’operazione Fiat-Fondiaria, una di quelle riconversioni urbane estremamente moderne che ti aspetti a New York o a Tokyo, o al massimo a Milano, ma – ammettiamolo – una novità davvero di grande portata  per una città come Firenze.

Vennero chiamati così dei nomi che gli studenti di architettura conoscono bene, nomi di architetti che hanno ampiamento oltrepassato i confini italici: attorno a un tavolo si sedettero Giovanni Michelucci, Leonardo Ricci, Bruno Zevi, Aldo Rossi.

Un nuovo sindaco

Nel frattempo però era cambiata l’amministrazione, e l’amministrazione a sua volta cambiò piano regolatore. E, come nel gioco del domino, cambiò anche l’architetto che curò il masterplan – ossia il piano generale del quartiere, che specifica dove dovesse essere il parco, l’università e tutti gli altri edifici che poi singoli studi avrebbero progettato.

Il nuovo progettista era Léon Krier, architetto lussemburghese da sempre sostenitore del ritorno al modello della città europea tradizionale. Tanto per fare un esempio lampante anche per i non addetti ai lavori, sua è la frase “l’angolo retto non esiste”. E ora tutti capiranno perchè gli edifici a Novoli in pianta non formano mai angoli retti fra loro, richiamando proprio le stradine del centro medievale di Firenze in una scala 1 a 5.

Il resto della storia la vediamo ogni giorno sotto i nostri occhi:  il masterplan fu eseguito e si assegnò un lotto ad ogni singolo studio, che provvide a realizzare il progetto.

Ma che fine han fatto alcuni progetti?

C’è anche però un lato della storia sconosciuto ai più. Molti dei progetti che avrebbero dovuto essere stati realizzati a Novoli non sono mai stati portati a termine.

Sarà forse un caso, ma si tratta dei progetti dall’aspetto più innovativo – specie in un contesto come quello italiano – mentre le costruzioni che possiamo vedere spesso hanno un forte richiamo all’architettura vernacolare che a un occhio attento non può sfuggire: tetti fortemente sporgenti, modularità e simmetria, suddivisione dell’edificio in basamento, corpo e coronamento – per capirci, come Palazzo Medici Riccardi.

Non sappiamo il perchè di questa selezione, ma abbiamo deciso di mostrarvi – senza la pretesa di essere esaustivi – alcuni dei progetti che non sono stati ancora costruiti e che, forse, non lo saranno mai.

Odile Decq

Questo progetto è di una famosa architetto francese – tanto per dare un’idea, è lei che ha progettato il Museo d’arte contemporanea di Roma MACRO. Oltre  al colore accesso e all’abbondanza di linee spezzate così frequenti nei suoi progetti, a Novoli ha progettato delle residenze pensando alla vita di chi le occuperà.

Ecco dunque che il suo edificio  è un volume aperto, con numerosi affacci vetrati verso il parco su cui – se mai realizzato – avrà un’invidiabile vista. Questo per permettere a tutti gli alloggi di approfittare il più possibile dell‘affaccio sul verde.

ARCHEA

Questo studio fiorentino – uno dei più grandi e importanti in Italia – ha dichiaratamente rifiutato di ricorrere a elementi tipici dell’architettura tradizionale in questo progetto, sia quelli della Firenze ottocentesca che quelli che si rifanno all’architettura vernacolare toscana.

Ecco dunque che, tramite terrazze coperte che sporgono dall’edificio, danno orgine a una facciata e un tetto frastagliati molto diverse da quelle a cui siamo abituati, dove trovano posto piante e piccoli giardini in quota.

Alessandro Bucci

Il progetto di Bucci a prima vista ha un linguaggio che pare più tradizionale rispetto agli  altri. Tuttavia, anche qui non mancano note ricercate, come il complesso rapporto fra pieni e vuoti dato dal gioco di logge, terrazze e balconi in facciata, a cui corrisponde un interessante rapporto fra spazio pubblico e privato sia per gli appartamenti che al piano terra. Insomma, diciamocelo, rispetto a un palazzo in cui le finestre sono tutte in fila allineate, la sensazione è diversa.

Questi sono alcuni dei progetti di cui abbiamo voluto parlarvi, ma ce ne sono molti altri che – almeno per ora – sono solo un pezzo di carta.

Cosa ne pensate, varrebbe la pena vederli costruiti?

[Credits: Progenia ResidenzaOdile Decq, Archea associati, Alessandro Bucci architetti]

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