Servizio civile: farlo a Firenze è una ganzata

servizio civile, obiezione di coscienza

Pena originaria per chi esercitava l’obiezione di coscienza, il servizio civile è oggi un’esperienza di vita che viene scoperta e accolta con sempre più entusiasmo.

“Che cosa stai facendo adesso?”
“Sto facendo un anno di servizio civile
Punto interrogativo. Sguardo perplesso di chi ha capito, sì, ma non benissimo. Il servizio civile, infatti, si colloca in quel limbo di cose conosciute, ma poi non così tanto. Quelle cose, come il cinema orientale, l’atletica leggera e i Radiohead, celebrate da tutti, ma che soltanto in pochi alla fine conoscono veramente. Eppure, dai 396 giovani coinvolti nel 2001 fino agli oltre 35.000 giovani del 2015, di strada il Servizio Civile Nazionale ne ha fatta tanta.

Il servizio civile, questo sconosciuto

Ma che cos’è, dunque, il servizio civile?
Lo dice la parola stessa: il servizio civile è innanzitutto un’esperienza di servizio – il cui rimborso spese di 433,80 euro mensili può comunque essere d’aiuto ai giovani studenti – e un’occasione per mettersi in gioco alla scoperta di abilità che magari non pensavamo di avere. E quel «civile»? L’attributo è necessario, perché sono chiamati a svolgere questo servizio i giovani cittadini per i cittadini. Nei documenti ufficiali, infatti, il servizio civile viene definito come «un istituto finalizzato all’adempimento del dovere di difesa della Patria da realizzare attraverso attività che concorrano al conseguimento della pace, dell’uguaglianza, del progresso sociale, con modalità ispirate alla non violenza».

Aderire a un progetto di servizio civile significa, insomma, svolgere un servizio di utilità sociale o di promozione culturale; può essere svolto sia a livello nazionale che regionale. Possono partecipare alla selezione presso l’ente scelto, tramite bando, tutti coloro che abbiano tra i 18 e i 28 anni, siano cittadini italiani, godano dei diritti civili e politici, non abbiano problemi con la legge.

Ho cominciato l’esperienza del servizio civile un po’ per caso: mi è stato proposto da un’amica terminata l’università, in un periodo difficile di transizione.

Claudia ha da poco terminato l’esperienza di servizio civile a Firenze in una comunità di accoglienza per minori non accompagnati della Caritas. Nelle sue parole l’emozione di raccontare un’esperienza che l’ha cambiata. «È una bella opportunità per mettersi in gioco, conoscere se stessi e la realtà che ci circonda. È un servizio per gli altri, diverso dal lavoro. È stata una bellissima esperienza che mi ha messo molto alla prova e mi ha dato l’opportunità di conoscere una realtà che non avevo mai toccato con mano».

L’esperienza del servizio civile può cominciare così, casualmente, grazie alle parole di un amico in un periodo di passaggio dal mondo dello studio a quello del lavoro. Il servizio civile può essere un ponte tra queste due realtà, un modo concreto e diretto per sviluppare abilità negli ambiti a cui si è interessati, ma anche in quelli a cui siamo sempre stati estranei per scoprirci magari inaspettatamente capaci.

servizio civile, obiezione di coscienza
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Claudia ci racconta le sue giornate trascorse a tu per tu con i ragazzi e le ragazze della casa famiglia nella quale ha lavorato, tra scene di vita quotidiana (le pulizie, i compiti, i giochi) e momenti più complicati da gestire. Le chiediamo che cosa cercava quando ha iniziato la sua esperienza di servizio e che cosa ha trovato. «Non so che cosa cercavo, ma so cosa ho trovato. Ho trovato il dolore, la rabbia, il sorriso, le lacrime, l’impazienza, la forza del gruppo, la tenerezza, l’incomprensione. In un’esperienza come questa non ci sono momenti più belli o più brutti da ricordare: ci sono tanti episodi belli e tanti momenti difficili». Capiamo dalle sue parole che il servizio civile è sì un’esperienza professionale, ma anche un intenso periodo di crescita personale. «È stata una bella occasione di crescita in cui ho imparato a essere più paziente – con riserva. Ma probabilmente capirò quello che ho ricevuto davvero solo tra un po’: sono ancora in fase di elaborazione». Se vissuta in profondità, quella del servizio civile è un’esperienza altamente formativa e – soprattutto in ambito sociale – emotivamente intensa.

Un’esperienza di vita socialmente utile

Sono molti i ragazzi che, terminati gli studi e in attesa d’inserirsi nel mondo del lavoro, decidono di intraprendere la strada del servizio civile. Ma sono tanti anche coloro che decidono di compiere quest’esperienza durante gli anni di università, dividendosi tra studio e servizio. È il caso di Cristina che è stata impiegata come civilista presso la biblioteca del Dipartimento di Matematica e Informatica “Ulisse Dini”. «Il servizio civile per me è stato un modo di guadagnare un po’ di soldi e allo stesso tempo fare qualcosa di socialmente utile. È stata un’esperienza bellissima, vissuta in un ambiente che amavo: adoro i libri e quindi che cosa c’è di meglio che fare la bibliotecaria? Lo ricordo come uno dei migliori periodi della mia vita ».

Chi decide di impegnarsi nel servizio civile può scegliere l’ente a cui rivolgersi per fare domanda e le opportunità sono in questo senso davvero numerose. Ci si può rivolgere a enti impegnati nel sociale o a biblioteche, istituti, associazioni culturali, a seconda del tipo di esperienza che siamo intenzionati a compiere.

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«Mi occupavo di prestito locale e interbibliotecario» continua Cristina. «Quella dove lavoravo era una biblioteca piccola e mi avevano dato addirittura le chiavi. Oltre ad aprire la biblioteca, accendere i PC e gestire i prestiti, ho imparato anche qualche nozione su come si catalogano i libri e ho capito che trovare un libro non sempre è facile – anche in una piccola biblioteca». Giorno dopo giorno, chi sceglie il servizio civile impara un mestiere, partendo direttamente dalla pratica. «Avevo voglia di fare un’esperienza lavorativa: al giorno d’oggi tutti cercano gente con esperienza e il servizio civile ti consente di fare quest’esperienza. Sicuramente funziona meglio di un tirocinio – che pure ho fatto – dove il rischio è quello di essere messi in disparte a compiere mansioni irrilevanti ai fini della formazione professionale».

Oggi il servizio civile è un’esperienza vincente, che viene ricordata con nostalgia e affetto da chi l’ha vissuta. Ma per capire perché e come è nata questa strana creatura dobbiamo tornare un po’ indietro nel tempo: la sua storia, infatti, affonda le radici nella storia dell’obiezione di coscienza in Italia, intrecciandosi a Firenze addirittura con le vicende umane di don Milani e Giorgio La Pira.

Le origini dall’obiezione di coscienza

Quella dell’obiezione di coscienza è una storia di cui non sentiamo parlare spesso, ma nel corso della Seconda guerra mondiale furono tanti in Italia coloro che, per motivi religiosi (soprattutto testimoni di Geova), rifiutarono l’obbligo militare, venendo processati e condannati per le proprie idee. Nel 1948 fa scalpore il caso di Pietro Pinna, un ragazzo che – non per motivi religiosi ma semplicemente perché ha sperimentato sulla propria pelle gli orrori della guerra – si rifiuta di prestare il servizio di leva dichiarandosi obiettore di coscienza. È per questo condannato a 10 mesi di carcere per non aver voluto indossare la divisa. La condanna si sarebbe rinnovata a ogni suo rifiuto e Pinna, di 10 mesi in 10 mesi, dice sempre di no, fino a che non viene riformato – ipocritamente – per motivi di salute.

Quello di Pinna è il primo di una lunga serie di «no» e negli anni Cinquanta e Sessanta il dibattito intorno all’obiezione di coscienza diventa sempre più intenso. Sono in molti a non accettare le regole vigenti rifiutandosi di prestare il servizio militare e destinandosi automaticamente al carcere: le motivazioni sono politiche (è il caso degli anarchici e dei socialisti), religiose (cattolici e testimoni di Geova) o semplicemente frutto di un’ispirazione non violenta.

servizio civile, obiezione di coscienza
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È all’interno di questo contesto che Firenze diventa protagonista. D’altronde, si sa che i fiorentini sono polemici di natura.
Il 18 novembre 1961 il sindaco Giorgio La Pira organizza una proiezione del film Non uccidere (Tu ne tueras point) di Claude Autant-Lara, storia vera dell’incontro in un carcere militare – alla fine della Seconda guerra mondiale – tra un giovane obiettore di coscienza francese e un seminarista tedesco accusato di aver ucciso un partigiano. Il film, vietato dalla censura italiana, era ritenuto scandaloso e inaccettabile in un paese che prescriveva il servizio militare come obbligatorio. La Pira, infischiandosene della censura e delle direttive del partito (Andreotti era allora ministro della Difesa), finì sotto processo per aver proiettato il film: una mossa provocatoria in favore della cultura della pace ma anche della libertà di espressione. La battaglia per il diritto alla disobbedienza era cominciata anche a Firenze.

Nel 1963 anche padre Ernesto Balducci, figura di spicco del cattolicesimo fiorentino, si schiera apertamente a favore dell’obiezione di coscienza, venendo processato e condannato per apologia di reato. Ma il caso più clamoroso fu quello di don Milani, che fece esplodere definitivamente la questione.
Tutto ebbe inizio il 12 febbraio 1965, quando un gruppo toscano di cappellani militari ormai in congedo – i sacerdoti che prestano il loro servizio sui campi di battaglia – si inserisce nel dibattito sull’obiezione di coscienza schierandosi dalla parte del potere costituito e definendo l’obiezione «un insulto alla Patria e ai suoi caduti». Interviene allora a gamba tesa nella discussione don Lorenzo Milani, sacerdote fiorentino in quegli anni al centro delle scene per via dell’esperienza della scuola di Barbiana nel Mugello.

Il valore della disobbedienza

Don Milani, insieme ai suoi allievi, scrive una lettera in risposta all’intervento dei cappellani militari in cui prende le difese dei giovani obiettori, i quali stanno scontando col carcere l’essere rimasti fedeli alle proprie idee di pace. Rivolgendosi ai cappellani il prete di Barbiana scrive: «Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto. Abbiamo dunque idee molto diverse. Posso rispettare le vostre se le giustificherete alla luce del Vangelo e della Costituzione. Ma rispettate anche voi le idee degli altri. Soprattutto se son uomini che per le loro idee pagano di persona».
A causa del suo pensiero don Milani verrà addirittura processato. In una seconda lettera indirizzata proprio ai suoi giudici, il prete di Barbiana, rimarcando la propria posizione, scrive: «L’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni».

Son vicende quelle di La Pira e don Milani, quelle di Enzo Balducci e Pietro Pinna, ormai lontane dall’esperienza e dalle vite dei giovani civilisti di oggi. Ma varrebbe forse la pena riscoprirle per capire l’origine e il senso di un diritto che risulta oggi acquisito: il diritto di non essere obbligati a imbracciare le armi svolgendo un servizio militare, il diritto di avere l’opportunità di svolgere un servizio civile non violento guardando al bene comune. Perché difendere la propria patria non significa soltanto imparare a usare un fucile e persino il concetto stesso di patria non corrisponde necessariamente ai confini del paese in cui si è nati.

Un servizio volontario

Soltanto dopo molte leggi (la prima, del 1972, riconosceva il diritto all’obiezione di coscienza e prevedeva 20 mesi di servizio civile in alternativa alla leva) e dopo molti anni di lotta si arrivò nel 2004 alla legge 226 che sospendeva il servizio militare e segnava la fine del servizio civile obbligatorio per chi si fosse dichiarato obiettore. Il servizio civile diventava in questo modo esclusivamente volontario, radicandosi sempre di più nei singoli territori. Dal 2001 al 2006 il numero dei giovani impiegati nel servizio civile sale da 181 a 45.890. Dal 2001 a oggi sono stati avviati al servizio civile circa 270.000 giovani.

I progetti legati al servizio civile attivi sul territorio fiorentino sono stati in questi anni tantissimi, come innumerevoli sono gli enti coinvolti tra cui Caritas e Arci: i due colossi che fin da subito hanno creduto in questo tipo di esperienza, investendo energie e risorse. In Italia gli enti coinvolti nei progetti di Servizio Civile Nazionale sono più di 50.000, per un totale di più di 34.000 progetti finanziati. Nella sola Toscana gli enti sono 103, distribuiti su 1.164 sedi. Dal 2001 al 2015 i posti di volontariato messi a bando sono stati 377.568. Nel 2015 i giovani volontari in Toscana sono stati 2.600.

Donarsi per la comunità

«Il servizio civile è per i ragazzi coinvolti un’esperienza molto professionalizzante e significativa: entri con delle capacità e ne esci con altre. È innanzitutto un’esperienza di formazione: un anno in cui si apprendono delle metodologie, si impara a lavorare in gruppo. È un’occasione importante di crescita interiore». La dott.ssa Marzia Mordini è stata per anni responsabile dell’Ufficio Servizio Civile del Comune di Firenze e l’esperienza acquisita si riflette in un entusiasmo che non si è spento nei confronti di quest’esperienza. «I progetti legati al servizio civile si raffinano col tempo sempre di più: crescono e cambiano creativamente in sintonia con le problematiche del territorio. Il servizio civile è un luogo in cui la risorsa dell’uomo viene fortemente valorizzata. Le aree di criticità sulle quali i vari progetti sono intervenuti sono sul territorio fiorentino tantissime: anziani, tossici, minori, giovani, emarginati. Appartiene alla dimensione del servizio far fruttare le piccole capacità di ciascuno mettendole a disposizione del bene comune».

Perché basta davvero poco per rendere migliori le realtà in cui viviamo, mettendo a disposizione degli altri le nostre capacità. Anche quelle che non pensavamo di avere, come nota Claudia raccontandoci della sua esperienza: «Mi ha donato un occhio più attento, mi ha fatto notare cose di me che non avevo mai notato. Mi ha permesso di iniziare un cammino, mi ha fatto capire che sono una persona in crescita. È un’esperienza che non si è conclusa, perché essere al servizio degli altri è qualcosa che rimane radicato». Il servizio civile è, infatti, anche un’esperienza di ricerca, il cui punto di arrivo è una sorpresa per chi ha la pazienza di mettersi in cammino. «Dopo quest’esperienza posso dire di aver trovato ciò che non cercavo. Ho imparato l’importanza del confronto, l’importanza di donarsi gratuitamente».

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  • Daniele Salvi

    Laureato in Lettere, realizzo progetti di cineforum nelle scuole. Impegnato nel sociale, amo ascoltare e raccontare storie. Ho un debole per i fumetti, Walt Whitman e la musica rock anni Settanta.

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