Osmannoro: la passeggiata impossibile

Abbiamo immaginato una passeggiata attraverso l’Osmannoro: ecco cosa è successo

Storie di viandanti

Un gentiluomo del Settecento che si lasciava alle spalle Firenze, passando dalla Porta al Prato per raggiungere Pistoia, impiegava sette ore. Durante il suo lungo e tormentato percorso sperava di non essere assalito dai banditi e di non sprofondare nel pantano dell’Osmannoro. Infatti l’Osmannoro non era altro che una distesa di campi alternata a terreni acquitrinosi inospitali. Nel corso della storia soltanto qualche temerario scelse questa zona come propria dimora. Molte zanzare, pochi contadini e alcuni frati eremiti che nel XIII secolo vi posero la pietra del Convento di Santa Croce all’Osmannoro.

Il clima umido della palude non aiutava certo chi provava a coltivare quelle terre, inadatte alla vite e all’ulivo. Si diceva infatti che, chi avesse bevuto il vino delle vigne dell’Osmannoro, Quaracchi, Lecore e Brozzi, più che del dottore, avrebbe avuto bisogno del prete per la confessione dei peccati.
Ciò che ci rimane di questi racconti di viaggiatori, eremiti e vini di pessimo gusto è la Cupolina dell’Osmannoro. All’interno si conserva un dimenticato altare con l’affresco di un artista allievo della scuola del Ghirlandaio che benedice i viandanti.

Oggi “il viandante” passa a fianco di questa cupola in miniatura a una differente velocità, e se riesce a notarla a lato del suo finestrino, la avverte come un’intrusa, qualcosa di estraneo al contesto.
E cosa vede invece? Le insegne delle sale slot machine, cartelli stradali e pubblicitari, caratteri cubitali che riportano nomi di grandi marchi.
Ma facciamo un passo indietro.

Osmannoro chi?

L’Osmannoro è nota ai più come quella zona industriale che si attraversa per andare ai Gigli se sei un fiorentino, per andare a Firenze se sei un campigiano. Tutti ci passano la domenica mattina per andare all’Ikea o a Bricoman.
Nonostante sia in continuità con l’ultima periferia nord fiorentina, quasi l’intera superficie appartiene al Comune di Sesto Fiorentino ben lontano dal centro abitato di Sesto, separato da quest’ultimo dalla distesa del Parco della Piana e dell’aeroporto di Peretola.
L’area è delimitata da delle barriere nette create delle infrastrutture che la circondano. A nord dall’autostrada Firenze-Mare e dal Fosso Reale, a sud dal tratto ferroviario sopraelevato delle Officine Meccaniche e dal Fosso Macinante; verso est s’interrompe nei campi e sterpaglie.

Osmannoro, ikea
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A dispetto della sua vocazione industriale, l’Osmannoro non è solo fabbriche. Tutto attorno trovano ancora spazio alcune aree naturali protette, come gli stagni di Focognano, protetti da un’oasi WWF. In questo perimetro salvato dall’industrializzazione abbiamo una possibile cartolina di come la Piana Fiorentina dovesse apparire in passato.
Sul profilo del laghetto si staglia la collinetta della discarica di Case Passerini, oggi dismessa, ma che ha accolto i rifiuti dei fiorentini per decenni e dove è previsto il nuovo inceneritore, oggetto di contestazione politica.

La passeggiata impossibile

Se vuoi conoscere un luogo, percorrilo a piedi. Camminare è il metodo più immediato e alla portata di chiunque per esplorare un contesto nuovo. Immagiamo di applicare la teoria della passeggiata urbana per scoprire meglio il distretto dell’Osmannoro.
Già partendo da via Lucchese, da subito, appare chiaro quale sia la vocazione dell’area. L’Osmannoro è soprattutto sede di realtà produttive, direzionali e terziarie, tra le quali note attività commerciali. Corrieri, istituti di credito, concessionarie di automobili, alberghi e ristoranti, la sede della motorizzazione civile e di case di moda come Ferragamo.

Gli edifici sono arretrati rispetto al viale centrale e, camminando sul marciapiede, siamo sospesi tra la carreggiata e gli ampi parcheggi dei capannoni che non sono quasi mai sul retro. La distanza dalla strada degli edifici li rende ben visibili, quasi monumentali. I marciapiedi larghi e spesso costeggiati da aiuole verdi o piste ciclabili si interrompono improvvisamente in corrispondenza di una rotonda.

Automobile vincit omnia

Esposti all’inquinamento del traffico e dovendo fare attenzione al transito dei camion, capiamo che l’Osmannoro, non è il posto giusto per “fare due passi”. Quest’area infatti è nata a misura di automobile: carreggiate larghe, grandi parcheggi, e lunghe distanze. Ma se all’Osmannoro non si va per fare una camminata, almeno è possibile trovare una quotidianità che non sia quella esclusivamente del lavoro all’interno dei capannoni?Per esempio, dove ci si può dare un appuntamento all’Osmannoro? Difficile da dire, perché non ci sono luoghi centrali di aggregazione. Si cammina lungo strade tutte molto simili, senza luoghi di sosta né spazi pubblici.

Ci sarebbe una piazza all’Osmannoro, Piazza Marconi, che si presenta piuttosto come un lotto, un prato, un terreno lasciato in sospeso, con due fermate dell’autobus su un lato. Il marciapiede circonda il lotto, la carreggiata lo avvolge tutto intorno. Durante il giorno un chiosco di un lampredottaio assicura la pausa pranzo a lavoratori e passanti. Uno spazio residuale lontano da poter essere considerato come spazio per la collettività. In assenza di altro, i riferimenti diventano le insegne sui capannoni, i punti di ritrovo i parcheggi di fronte.

Osmannoro, cavalcavia
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Come in un centro commerciale le vetrine attirano lo sguardo dei passanti, così le lettere cubitali dei magazzini si proiettano sulla strada, catturando la fugace attenzione  di chi le guarda dal finestrino della propria macchina. Le rotonde stesse si trasformano in showroom a 360 gradi. Tutto diventa un’efficace forma di pubblicità.
Così mentre l’auto gira in senso antiorario, ecco ora un negozio per la casa, una catena di fast food, un concessionario con l’ultima uscita esposta, una nota banca, un ristorante cinese e a seconda dell’orario… pure una prostituta.

Quale spazio pubblico?

L’assenza di uno spazio pubblico rende diversa questa zona da una comune area urbana: non una panchina, forse un solo cestino. Lo spazio pubblico all’Osmannoro è un parcheggio, uno spazio di manovra, un’area perimetrata che aspetta di diventare fabbrica. Così come l’automobile qui prende il posto dell’uomo, anche i parcheggi prendono il posto delle piazze.
In un luogo simile è difficile apprezzare ciò che si ha intorno, ancora più difficile pensare di provare senso di appartenenza. E allora, sebbene sia stato concepito come un distretto soltanto industriale, un possibile intervento, per far sì che l’Osmannoro non susciti soltanto l’indifferenza dei passanti, potrebbe venire proprio da una maggiore attenzione al disegno dello spazio pubblico e pedonale.

The dark side of Los Mannoros

Dietro e oltre i viali principali, gomitoli di strade e piccole imprese. Qui, a partire dagli anni Novanta, si è insediata in maniera consistente la comunità cinese. Numerose aziende e laboratori di confezioni o pelletteria si sono sostituiti alle ditte italiane, trasferite o chiuse. E’ stato un fenomeno che ha colpito un’area più ampia, quella tra Firenze e Prato, e anche l’Osmannoro.
Una realtà dai tratti opachi, in certi casi illegali, di vite sommerse. Un’altra faccia dell’Osmannoro, che lavora a tutte le ore del giorno e della notte. La faccia di una cultura che ruota intorno all’operosità, difficile da integrare. È camminando nelle strade la sera o di notte che si osserva ancora movimento, luci accese, via vai di pulmini e grosse macchine.

Osmannoro, capannoni
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Dunque, se state camminando per l’Osmannoro anche dopo la chiusura delle fabbriche, può capitare di intravedere persone negli stessi capannoni, di sentire voci di bambini confondersi con il rumore di macchinari, odore di cibi stufati mescolarsi con quello degli scarichi. Gli stabilimenti diventano realtà domestiche, ospitando una mensa o delle brande per riposare. Nonostante il tentativo di arginare l’illegalità da parte delle amministrazioni comunali, rimane inconfutabile l’inadeguatezza della situazione. Alla storia locale rimarrà la reazione senza precedenti della comunità cinese all’ennesimo controllo delle forze dell’ordine all’interno di un capannone.

Secondo il regolamento urbanistico di Sesto Fiorentino, nessuno può risiedere all’Osmannoro: è vietato. Ma nella pratica questo è un divieto di cui è lecito dubitare. Non solo per quei casi di coesistenza casa-lavoro delle fabbriche cinesi, ma anche per l’occupazione dei capannoni dismessi da senza dimora, migranti ed esclusi: i veri ultimi di Firenze. A questo proposito, nel corso degli anni – e anche recentemente – non sono mancati problemi di ordine sociale e pubblico.

Quando la luna cala oltre il Fosso Macinante

Arriva la notte e la grigia Osmannoro cambia veste e accende i neon. L’insegna blu dell’hotel più alto diventa visibile sullo skyline. Le fabbriche e gli operai, i negozi e i suoi clienti lasciano spazio ai locali notturni, qualche ristorante, sale slot e massaggi. Al ciglio della strada, di fronte alla Cupolina, una donna aspetta il prossimo cliente.
Il distretto si svuota e genera sensazione d’insicurezza. Trovarci a passeggiare nella notte all’Osmannoro è qualcosa d’insolito; percepiamo di dare nell’occhio, sentiamo degli occhi puntati addosso, abbiamo l’impressione di essere estranei in casa di altri.

Osmannoro di notte
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Osmannoro 3.0, aggiornamento in corso

Ripercorrendo la storia dell’Osmannoro, la destinazione urbanistica a zona industriale mostra la volontà chiara e lineare di non contaminare il centro città con stabilimenti industriali. Relegarli in una posizione facilmente raggiungibile, in particolare con i mezzi automobilistici, era la linea programmatica dell’epoca. La storia ha poi fatto il suo corso.
Da distretto industriale Osmannoro è mutato, alla crisi delle industrie italiane è subentrata la vocazione commerciale e terziaria, così come la comunità cinese. Oggi a questi si uniscono gli ultimi flussi migratori, con sempre meno risorse e possibilità di riscatto.
Cosa ne sarà di questo nostro distretto industriale? Ripensare il suo futuro non può diventare un gioco al ribasso della qualità della vita dei lavoratori, né una deroga al rispetto della legge.

In questo senso servirebbe una pianificazione sovracomunale che, con una serie di interventi a livello microscopico, cerchi di risolvere i problemi dell’area senza guardare ai confini amministrativi. Cosa, dunque?
Progetti per mobilità pubblica e sostenibile potrebbero essere un primo passo per il cambiamento dell’area. L’arrivo di un tratto di tramvia per la via Lucchese rappresenterebbe una buona notizia e un’occasione d’integrazione e ridurrebbe il traffico causato dai pendolari.

Per salvare Osmannoro

Migliorare l’Osmannoro significa anche superare le sue barriere fisiche, che la trincerano tra l’autostrada e il tratto ferroviario. Intervenire con migliori collegamenti stradali, pedonali e ciclabili con il borgo di Brozzi può essere la soluzione per spezzare la coesistenza tra lavoro e abitazione nei confini del distretto, offrendo un’alternativa facilmente raggiungibile.
Si potrà dotare questa parte di Firenze di una rete, di una visione integrata, di uno spazio pubblico e di aree verdi progettate e pensate per fruitori, che non siano residuali. La ricucitura con Brozzi, che dovrà essere oggetto di un piano dettagliato di recupero, potrebbe dotare di nuovi servizi di residenza per i cittadini: social housing, centri culturali di quartiere, asili nido per i figli dei lavoratori.

Con le trasformazioni dettate dall’evoluzione dell’economia, si assiste già al ridursi dei distretti industriali a favore di spazi per nuove funzioni creative, di coworking, per giovani liberi professionisti e start-up. La conversione delle ex aree industriali attraverso progetti urbanistici ed architettonici che siano promossi dalle politiche locali diventano una prospettiva utile e necessaria.

Il rinnovamento necessario

Le città, come gli esseri viventi, possono invecchiare e mostrare segni dell’età e di decadenza nel tempo. Per questo sono cruciali per il successo della città progetti di rinnovamento urbano, perché stimolano l’economia e incrementano il valore delle proprietà. Inoltre hanno un impatto positivo sulla comunità, riducono la criminalità e aiutano ad attrarre investimenti e sviluppo.
Il ridisegno complessivo può passare attraverso un riuso dei grandi spazi industriali per funzioni culturali, per offrire nuovi servizi ai cittadini della comunità locale e portare qualità, vivibilità al quartiere stesso. Sono infiniti gli esempi di recupero di edifici e di intere aree industriali restituite ad usi pubblici e ricreativi.

Grazie alla progettazione architettonica e al design urbano si possono migliorare nettamente le condizioni e la percezione dei luoghi periferici e degradati. L’Osmannoro ha tutte le potenzialità per trasformarsi ancora una volta, scrivere un nuovo capitolo di una lunga storia. E noi saremo curiosi di girare la pagina per scoprire l’Osmannoro che verrà.

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    Siamo un gruppo di laureati e studenti della Scuola di Architettura Firenze. Mettere in discussione la città in cui viviamo è ciò che amiamo fare. Ci piacciono le polemiche dei fiorentini, i giardinetti dello spaccio, le periferie problematiche, le aree di passaggio senza identità e gli edifici abbandonati.

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