Prostituzione a Firenze: la schiavitù moderna delle vittime di tratta

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La prostituzione e la vita delle giovani ragazze vittime di tratta raccontati con gli occhi di Serena Perini, volontaria dell’unità di strada di Firenze.

Occhi che osservano curiosi, vestiti sgargianti, trucco pesante, borsette a tracolla, cellulare in mano. Sedute su un muretto o davanti a un chiosco dei panini, in attesa sul marciapiede, su una panchina, ai margini della strada. Le auto rallentano, si fermano, ripartono in un viavai irregolare di fari accesi e finestrini abbassati; loro salgono incerte, si avvicinano, si allontanano, ridono, spariscono, ricompaiono, tremano. Sempre ai margini.

Fino a poco tempo fa erano numerose, molte meno dopo l’ordinanza del sindaco emessa il 14 settembre che mira a contrastare lo sfruttamento e la tratta delle donne. Già, perché quando si parla di prostituzione è bene mettere subito in chiaro una cosa: nella maggior parte dei casi si tratta di ragazze sfruttate, schiave di un sistema ben radicato e difficile da contrastare che annienta la dignità della persona trasformando giovani donne in merci da vendere e acquistare – naturalmente contro la loro volontà.

Abbiamo incontrato Serena Perini, consigliera comunale del Partito Democratico, nonché volontaria dell’associazione Papa Giovanni XXIII che è da anni al fianco delle ragazze vittime di tratta. Serena, da sempre impegnata nel sociale, ci ha offerto con le sue parole un racconto vivo e appassionato descrivendo le notti passate in bianco insieme agli altri volontari dell’associazione per cercare di ascoltare e ridare voce alle ragazze incontrate sulla strada.

L’associazione Papa Giovanni XXIII

Da quanto tempo collabori con l’associazione?
Sono un membro dell’associazione Papa Giovanni XXIII da quando avevo venticinque anni. In questo momento sono responsabile amministrativa delle case famiglia che ci sono in Toscana, sono nell’equipe nazionale anti-tratta e sono animatrice di zona del servizio “Diritti Umani e Giustizia”.

Di cosa si occupa l’associazione?
L’associazione si occupa da sempre degli ultimi, di tutti quelli che nessun altro vuole. Anche se da quando è nata le prospettive sono molto cambiate: il concetto di ultimi è, infatti, in continua evoluzione a seconda di quelli che sono i problemi della società. Don Oreste Benzi, il fondatore dell’associazione, è stato tra i primi a dire con forza che le ragazze che si prostituivano nelle strade erano schiave. Per lui era fondamentale il concetto della «rimozione delle cause», secondo cui non basta aiutare il fratello a portare la croce, ma bisogna far sì che coloro che producono le croci smettano di produrle.

Vittime di tratta

«Tratta di esseri umani», un concetto che sembra anacronistico.Che cosa significa nel 2017 essere vittime di tratta?
La tratta degli esseri umani è il secondo mercato più redditizio al mondo. Gli esseri umani vengono utilizzati per accattonaggio, espianto di organi, lavori forzati e sfruttamento della prostituzione. Sono molte le organizzazioni criminali che trasformano gli esseri umani in un business: oggi una persona arriva a costare dai 10 ai 18 dollari nei campi siriani. L’enorme spostamento di richiedenti asilo facilita questo business: ormai si calcolano essere 60 milioni le persone che si spostano dal loro paese per uscire da situazioni che non consentono loro di avere una qualità della vita accettabile. In uno scenario simile è molto semplice per le organizzazioni criminali, anche in Italia, agganciare persone e poi sfruttarle.

Chi sono le ragazze che vediamo la sera in strada? Da dove vengono?
Le ragazze che sono sulla strada – quelle che sono vittime di tratta e che sono utilizzate per la prostituzione – nella maggior parte dei casi sono ragazze dell’Est (albanesi e romene) o ragazze nigeriane. Le nigeriane sono povere economicamente, ma anche culturalmente: non capiscono dove sono capitate, sono molto giovani e questo non le aiuta. Un conto è prendere iniziative in un paese straniero quando hai 30 anni, un altro è prenderle quando hai 14-15 anni e magari sei analfabeta: per loro è complicatissimo prendere decisioni diverse da quelle che sono state obbligate a prendere.

Hai parlato di ragazze molto giovani, minorenni addirittura…
Parecchie sono minorenni. Ma non sempre si vede e loro ci dicono tutte che hanno vent’anni. Anche una delle ultime ragazze che sono uscite dalla strada a Firenze ci aveva detto che aveva vent’anni e io ci avevo creduto perché era alta, magra e anche di viso sembrava adulta; poi si è scoperto che aveva 15 anni.

Come finiscono in strada?
Vengono reclutate e partono in modi diversi. Le ragazze romene e albanesi sanno fin da piccole di essere proprietà di qualcuno: del fratello o del padre prima, del fidanzato o del marito dopo. È nella loro cultura essere vendute o essere assegnate a uomini che, una volta in Italia, le mettono sul mercato e le obbligano alla prostituzione. Dietro alle ragazze dell’Est c’è un mondo molto cattivo e un controllo molto stretto.

Le ragazze nigeriane, invece, sono meno controllate però arrivano da situazioni estreme di vulnerabilità e povertà sia economica che culturale. Sono per questo più facilmente plagiabili: dietro alle ragazze nigeriane, ad esempio, c’è ancora il retaggio culturale del rito vudù, che viene compiuto su di loro alla partenza e che le obbliga a sentirsi soggiogate ai voleri del boss o della madama. Per cui, anche se non sempre sono controllate a vista, a causa del vudù le ragazze nigeriane sanno che non possono rifiutarsi di restituire il debito contratto alla partenza per pagarsi il viaggio.

Il viaggio è molto costoso: come fanno ad arrivare in Italia?
Nel 90% dei casi le ragazze nigeriane pagano il viaggio quando arrivano in Italia con il loro lavoro in strada. Al loro arrivo hanno debiti che vanno dai 20 mila ai 50 mila euro.

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Si vedono le ragazze, ma gli sfruttatori sembrano invisibili. Da chi sono sfruttate? Ci sono organizzazioni criminali anche sul nostro territorio?
Alcune ragazze ci hanno raccontato di avere qui un controllo diretto vero e proprio: sono controllate da una madama e talvolta vivono con il fratello della madama o con la madama stessa, che la mattina quando rientrano a casa prende loro i soldi guadagnati durante la notte. Altre ragazze, invece, ci dicono di avere la propria madama nel paese d’origine e che qui non hanno nessun tipo di controllo, ma sono comunque legate dalle ritorsioni che il boss rimasto in Nigeria può compiere nei confronti delle loro famiglie.

Come e dove vengono avvicinate le ragazze una volta arrivate in Italia?
Alcune hanno dei numeri di telefono che chiamano appena arrivano in Italia, altre vengono reclutate dentro i CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria). Ormai è consolidato il fatto che alcune ragazze sono ingaggiate quando partono dal paese d’origine e affrontano il viaggio che sono già proprietà dell’organizzazione criminale nigeriana, altre, invece, vengono avvicinate e reclutate all’interno dei CAS.

E per quanto riguarda le ragazze dell’Est?
Le ragazze dell’Est sono già schiave dalla partenza, anche se qualcuna ci ha raccontato di essere stata venduta e comprata qui. Hanno alle spalle organizzazioni criminali romene o albanesi. Le ragazze nigeriane, invece, sono controllate e ingaggiate da organizzazioni nigeriane.

Molte ragazze abitano fuori Firenze e arrivano in città solo la sera per ‘lavorare’. C’è una rete ben organizzata che trova loro una sistemazione dove alloggiare e poi le smista sulle strade?
Hanno questo numero a cui telefonare quando arrivano in Italia che dice loro anche dove devono andare. Sia a Firenze che nei comuni limitrofi, come Pistoia e Montecatini, ci sono appartamenti dove vivono insieme ad altre ragazze nigeriane. Dunque esiste sicuramente una rete che, quando le ragazze arrivano, affitta loro gli appartamenti in modo da inserirle subito all’interno di essi, i quali diventano così delle vere e proprie ‘basi’ da cui le ragazze poi vengono smistate.

L’unità di strada

Le strade dei volontari della Papa Giovanni XXIII si incontrano con quelle delle ragazze vittime di tratta attraverso l’unità di strada. Che cos’è? Da chi è composta?
L’unità di strada è un gruppo di persone che vanno in strada a trovare le ragazze, a parlare con loro e ad ascoltare i loro racconti. È composta da tutti quelli che hanno voglia di fare quest’esperienza, purché siano maggiorenni: le situazioni che sperimentiamo, infatti, possono essere pericolose, faticose, emotivamente pesanti. Credo che sviluppare una cultura della consapevolezza sia estremamente importante per poter affrontare con efficacia la questione: ci sono molti uomini che utilizzano le donne e pensano che sia assolutamente normale farlo.

Cosa vi ha spinto a cominciare?
Mi ha spinto a cominciare la consapevolezza che in questo momento le ragazze di strada sono gli ultimi degli ultimi: non hanno nessuno che parli di loro e nessuno che le rappresenti. Come consigliera comunale sento di essere anche amministratrice loro, non solo dei cittadini che sono residenti. Sento che le politiche che sono chiamata a fare sono anche politiche per difenderle, perché possano essere libere. Essendo sul nostro territorio – anche se non hanno diritto al voto – sento di essere chiamata anche ad amministrare loro.

Qual è il vostro obiettivo?
L’obiettivo è quello di sottrarre le ragazze allo sfruttamento della prostituzione, di toglierle dalla strada, di liberarle dalla schiavitù. Questo obiettivo lo si raggiunge creando una relazione di fiducia. Le ragazze sono spesso impaurite: gli incontri che hanno fatto, precedenti al nostro, sono stati sempre incontri in cui le persone si sono approfittate di loro. All’inizio, quando ci incontrano, penso che siano piuttosto sorprese dal nostro atteggiamento disinteressato: non vogliamo soldi, non ci interessano prestazioni sessuali, non ci interessa niente di quello che loro danno solitamente agli altri. Andiamo lì per stare vicino a loro, ma l’obiettivo principale è quello di dar loro un’altra possibilità rispetto a quello che vivono in strada.

Quando uscite con gli altri volontari, che cosa vedete la notte e dove?
La sera andiamo prima nella zona di Firenze Nord, cioè viale Guidoni, via di Novoli, via Forlanini, via Accademia del Cimento; poi andiamo a Calenzano. Ci fermiamo sempre dalle ragazze nigeriane, che ci sembrano quelle più vulnerabili, ma anche dalle ragazze romene. Quello che vediamo sono tante ragazzine impaurite e tanti ragazzi neri in bicicletta, i quali abbiamo la sensazione che le controllino e chiedano loro i soldi una volta portata a termine la prestazione. Poi vediamo i clienti, vediamo le persone che si avvicinano a loro. È raro vedere tanto squallore e tanta disperazione: ogni notte facciamo i conti con un mondo che t’immagineresti di poter vedere nelle grandi città dei paesi poveri, non di certo a Firenze nel 2017. È il massimo del degrado, ma non del degrado estetico: del degrado emotivo, del degrado umano.

Dal di fuori è difficile capire. Cosa fate esattamente? Come avvicinate le ragazze?
Dalle ragazze andiamo innanzitutto per dire loro che ci siamo. Lo strumento che ci interessa lasciare è il numero di cellulare che possono chiamare quando hanno una necessità. Non sempre è possibile, infatti, che le ragazze vengano via subito: vengono via quando o succede loro qualcosa di drammatico o quando si sentono meno in pericolo per quanto riguarda le ritorsioni che le loro famiglie potrebbero avere nel paese d’origine. Il numero che lasciamo loro è un paracadute per tutto il tempo che resteranno in Italia: è uno strumento che possono utilizzare in qualsiasi momento per lanciare un SOS. In questo modo loro sanno che se avessero bisogno di qualcosa, noi ci siamo.

Per avvicinarle portiamo loro tè, biscotti, brioche, caramelle, che sono le cose che preferiscono; soprattutto in inverno il tè caldo è molto gradito. Ma questi sono solo piccoli strumenti per agganciarle, per rompere il ghiaccio: il nostro intento è innanzitutto quello di parlare con loro e di costruire una relazione di fiducia.

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Ragazze partite da luoghi lontani che si sono fidate di chi prometteva loro un futuro migliore; una fiducia che è stata tradita da un presente molto lontano dalle aspettative. Si fidano di voi?
La fiducia la si conquista andando lì settimana dopo settimana. Per conquistare la loro fiducia è molto importante essere assidui, cercarle ogni volta. Se ci sono delle ragazze che sono particolarmente straziate o piangono o stanno male, il giorno dopo è importante tornarci, cercarle, chiedere loro: «Come stai? Ti ho pensato!». Credo sia molto importante anche dir loro la verità: «Siamo qui per voi, vi diamo questa possibilità». È quello che loro non si aspettano. Talvolta si prega e diamo loro il rosario, anche queste sono piccole cose che le rassicurano.

Che tipo di rapporto si crea? Come viene coltivato?
Il rapporto che si crea è sempre un rapporto un po’ particolare. Loro non sono mai sincere fino in fondo, ma questo non ci stupisce: sono estremamente vulnerabili. Una volta con una ragazza, Eva, siamo andati a bere qualcosa di caldo in un locale: d’inverno è straziante rimanere in strada per una notte intera quando fuori ci sono zero gradi. Eva è una ragazza che ha trovato il coraggio di cambiare vita dopo essere rimasta incinta e quella sera non voleva ritornare in strada: era stata bene e avevamo potuto chiacchierare tranquillamente, voleva rimanere con noi ancora ma noi dovevamo andare via. È stato davvero brutto alla fine doverla lasciare nuovamente in strada: anche se le avevo ripetuto tutta la sera di venire con noi, ancora non era convinta. Dopo un po’ di tempo però è uscita davvero.

Un’altra sera abbiamo festeggiato il compleanno di Nina, un’altra ragazza, all’autogrill dell’autostrada; lei ha fatto il discorso del festeggiato e ha detto che ci voleva bene e sentiva che le volevamo bene. Una domenica mattina, invece, Giada ci ha chiesto se avrebbe potuto andare alla messa con noi; anche lei sa che noi ci siamo e che possiamo darle una mano in qualsiasi momento.

Possiamo dire che notte dopo notte, piano piano, imparate a conoscere le ragazze che incontrate: si instaura un dialogo. Quali sono le difficoltà che questo dialogo presenta?
La difficoltà più grossa ovviamente è la lingua. Ma è anche molto difficile capire la loro mentalità e la loro cultura. Continuo a fare molta fatica a pensarle soggiogate a un rito vudù, che nominano spesso ma a noi sembra qualcosa di assai lontano. Un’altra cosa che mi mette in difficoltà è l’età: faccio fatica a trattenere il mio istinto materno e a volte mi verrebbe da dire loro: «Stare qui in strada è pericoloso, te lo dico io qual è il tuo bene», proprio come farebbe una mamma con la propria figlia. Ogni volta che le vedo per strada, dopo averle ascoltate e aver parlato con loro, soffro nel lasciarle lì. Perché penso che mia figlia non ce la lascerei.

C’è qualche ragazza che magari, aprendosi un po’ di più, vi ha raccontato quali erano i suoi sogni e i suoi progetti prima di partire?
Spesso le ragazze sono inviate in Italia dalla famiglia, che su di loro investe molto: attraverso il loro lavoro, infatti, nel paese d’origine possono pagare gli studi ai fratelli più piccoli o aiutare il babbo e la mamma se sono malati o anziani. Essendo consapevoli delle grandi aspettative che ci sono su di loro, fanno molta fatica a scegliere di lasciare la strada: sanno che se vengono via con noi per un certo periodo non potranno inviare i soldi a casa. Ognuna di loro quando è partita si aspettava di arrivare in Italia e di trovare un lavoro come baby-sitter, come parrucchiera o cameriera, dopodiché si è ritrovata in strada, spesso senza aver nessun tipo di alternativa.

Cosa può fare concretamente l’associazione Papa Giovanni XXIII per loro?
Quando una ragazza decide di seguirci si ferma per una settimana in una casa della zona, vicino a Firenze, e poi viene subito mandata lontano: in tutta Italia ci sono strutture che accolgono le ragazze vittime di tratta. I nostri percorsi durano un paio d’anni. Abbiamo case dove si possono nascondere, offriamo loro la possibilità di iniziare corsi d’italiano, cerchiamo di fornire i documenti, raccogliamo le loro storie, chi se la sente può denunciare – le vittime di tratta possono avere il permesso di soggiorno per cinque anni. Chi ci riesce può intraprendere percorsi di psicoterapia e di recupero per quello che ha vissuto. E poi le aiutiamo a trovare un lavoro che le renda autonome, perché l’obiettivo è ovviamente quello di renderle indipendenti e libere nel più breve tempo possibile.

Cosa le blocca? Perché non dicono tutte subito sì a una vita diversa?
Il rito vudù soprattutto e anche le ritorsioni nei confronti delle famiglie d’origine qualora smettessero di fare ciò che fanno.

C’è qualche storia che è andata a finire bene?
Le storie finite bene sono circa il 50%.

Perché alcune storie finiscono male?
Per paura o a causa della fatica che comporta stare all’interno di un contesto famigliare o appunto per non riuscire a deludere le aspettative dei genitori. Le ragazze vittime di tratta, soprattutto le ragazze nigeriane, soffrono quasi tutte di disturbi psichiatrici gravi, perché il viaggio è molto lungo e in Libia subiscono molte violenze. Quando arrivano in Italia sono già fortemente provate e dunque il loro reinserimento è assai difficile.

La giusta prospettiva

Talvolta consideriamo la questione da una prospettiva sbagliata: si parla e si scrive spesso di degrado e si ignorano le persone. Qual è, secondo te, la giusta prospettiva?
Dietro alle ragazze che si prostituiscono non si può dire che non ci sia degrado. C’è una percezione d’insicurezza consistente: lo scenario che si presenta davanti ai nostri occhi la notte è sempre piuttosto inquietante. Nell’ultimo periodo – prima dell’ordinanza – le ragazze erano talmente tante che spesso i residenti erano costretti ad assistere a prestazioni sessuali compiute nei giardini pubblici o dietro ai cassonetti. Certo, poi dobbiamo mettere bene in chiaro che le ragazze che vediamo per strada sono vittime di tratta: questa è la prospettiva giusta con cui osservare. Se sono lì non è perché lo hanno scelto, ma perché c’è qualcuno che ce le ha messe: di questo la città e ognuno di noi bisogna che cominci a prenderne consapevolezza. Capire che queste ragazze sono schiave è un passaggio fondamentale per non vedere la prostituzione solo dal punto di vista del degrado.

Come vede la città la questione della tratta? Ne è consapevole?
Mi sono accorta che molte persone, anche tra le più informate, non sono consapevoli di che cosa sia davvero l’immigrazione e di che cosa comporti; non sono a conoscenza della tratta che c’è dietro a ogni ragazza che vediamo sul marciapiede. Le iniziative di sensibilizzazione che ho fatto in questi ultimi due anni sono state importantissime per rendere consapevoli il maggior numero di persone possibile, perché è dalla consapevolezza che può partire un cambiamento culturale.

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Finora abbiamo sempre parlato di ragazze, ma siamo consapevoli che dietro al nome comune declinato al plurale ci sono volti e nomi che dovrebbero essere raccontati. Qualche consiglio per farlo nel modo giusto?
Forse, qualsiasi storia si racconti, non bisogna essere prevenuti. Se il giornalista è convinto che le ragazze siano lì per scelta, oppure, viceversa, è convinto che siano schiave e che non avranno mai le risorse per ribellarsi, allora ha già espresso un giudizio sbagliato. Chi vuole raccontare una storia dovrebbe prima di tutto osservare, poi ascoltare, chiedere, capire e soltanto dopo questi passaggi raccontare la storia. Certo, non è semplice.

Come valuti la recente ordinanza anti-tratta varata dal sindaco? Che risultati ha dato?
L’ordinanza fatta dal sindaco va nella direzione di quel modello nordico – già applicato in Svezia, Norvegia, Finlandia, Islanda, Irlanda, Francia – riconosciuto dalla comunità europea come il modello vincente per combattere lo sfruttamento della prostituzione: si punisce il cliente per togliere guadagni alle organizzazioni criminali che gestiscono lo sfruttamento della prostituzione.
Dopo l’ordinanza le ragazze sono diminuite almeno del 40%. Le ragazze stesse ci dicono che i clienti sono diminuiti, per cui non solo ci sono meno ragazze ma anche i tempi di attesa tra un cliente e l’altro sono più lunghi.

Cosa si potrebbe fare ancora? Sia a livello locale che a livello nazionale?
A livello nazionale il Parlamento dovrebbe legiferare una legge che vada nella direzione del modello nordico. Regolamentare la prostituzione e immaginare la riapertura delle case chiuse, infatti, sarebbe una scelta sbagliata proprio perché costituirebbe una base fertile per gli sfruttatori, che regolarizzerebbero la propria attività a discapito delle ragazze che continuerebbero a prostituirsi contro la loro volontà.

Cosa senti di dare alle ragazze quando le incontri la notte?
Sento di dar loro una possibilità, una speranza.

Cosa ricevi?
Mi sembra di ricevere l’incontro con Cristo, ultimo tra gli ultimi. Rispetto a quello che sento di dare io, sento di ricevere qualcosa di enorme.

Di cosa hai paura?
Sicuramente delle malattie; di toccare le mani delle ragazze. Poi ho paura che possano farmi del male: non tanto le ragazze, quanto le organizzazioni criminali. Ho paura che possano in qualche modo rintracciarmi e interferire con la mia vita.

Cosa speri?
Spero che si riesca ad arrivare a una legge nazionale che consenta di ridurre il più possibile il numero delle donne-schiave sul nostro territorio. Questa è una speranza forte.

Che cosa diresti ai giovani che sono indifferenti o non riescono a capire la gravità della questione?
Quello che dico agli incontri di sensibilizzazione. In questi incontri cerco sempre di far intervenire anche le ragazze che sono riuscite a venire via dalla strada, in modo che possano testimoniare raccontando la propria esperienza. Noi dell’associazione Papa Giovanni XXIII conosciamo bene la questione: ci stiamo dentro, ascoltiamo le storie, asciughiamo le lacrime, conosciamo i sorrisi, le lacrime, le speranze di queste ragazze. Per un esterno, invece, rapportarsi al tema della prostituzione è sempre un po’ imbarazzante. L’indifferenza è data anche da questo imbarazzo. Gli incontri che preferisco sono proprio quelli con i giovani, quando spiego perché queste ragazze sono in strada, in modo che piano piano possano guardarle con occhi diversi. È importante creare progressivamente, attraverso la sensibilizzazione, una consapevolezza diversa che possa cambiare la cultura: è un lavoro lungo, ma necessario.

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  • Daniele Salvi

    Laureato in Lettere, realizzo progetti di cineforum nelle scuole. Impegnato nel sociale, amo ascoltare e raccontare storie. Ho un debole per i fumetti, Walt Whitman e la musica rock anni Settanta.

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