Tornato in vita – Raccontami Firenze

Raccontami Firenze

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Credo che quel qualsiasi Dio che comanda le regole del creato dall’alto del suo trono invisibile, sia stato davvero misericordioso nello scegliere questa come città della mia rinascita: fui morto nell’anima prima ancora d’essere vero e palpabile, e quando nacqui e potei vedere e toccare il mondo, mi sdegnai d’ogni cosa mi stesse intorno, perché non nacqui lì ove poi risorsi. Sognai però, sognai.
Sognai di poter fuggire, un giorno, e sognai porte nuove aprirsi avanti a me, e tutto un mondo di colori mai visti conquistare le mie fantasie. Sognai questa città, quella di adesso, quella che sarà per sempre e che è sempre stata.
Quel senso di angoscia allora, mi coprì d’un senso di ansia ed inquietudine di cui adesso non saprei più che dire: una sorta di malessere innato, l’insoddisfazione d’essere nato dov’ero nato che presto portò in me altre malattie, tante strane patologie che mi abbatterono tutto.
Giunsi ad essere uno scarto d’uomo, del peso di uno già morto: vagabondai d’ospedale in ospedale, di convento in convento, senza che alcun prete o dottore fosse capace di dare un proprio valido responso. Così: ero già dato per santo, quando un vecchio, caro amico mi invitò a trascorrere i miei ultimi giorni di vita in questa città dove sto adesso, questa cara, dolce città.
Trovai la speranza di vivere, poi la salute, la fede in qualcosa che non mi fu dato di conoscere prima, trovai la verità nella mia vita. Ritrovai qualcosa che in realtà non era mai stato in me.
L’amico mio abitava un modesto casolare tra le colline ai confini di questo grande capoluogo, ed ogni giorno domandavo di poter vedere da più vicino quel vasto agglomerato di edifici che si apriva avanti ai miei occhi. Egli invece diceva d’essere paziente, ‘ché un giorno avrei conosciuto ogni ronco di questa grande, bella città, che è il paradiso in terra, giacché l’inferno lo avevo già vinto, ma diceva pure che prima avrei dovuto traversare il purgatorio, quindi amarla da lontano. Fu per me insieme conforto e dispiacere udire quelle parole.
Così, l’alba di ogni nuovo giorno, camminavo per le stradine verdi di quella fetta di città, assai distante assai vicina. Svelavo misteri più fitti di quel lontano ritratto di case e chiese, fra cipressi e lampioni spenti.
Sostai così non so quanto tempo alla casetta del mio amico, una sosta in quel rione che si rivelò essere capace di fermare le lancette del tempo. Lo salutai allora, come si saluta un vecchio amico che ti è stato accanto nella buona e nella cattiva sorte, e m’incamminai verso il centro della città.
Presto però, muovendomi in lungo e in largo tra le curve sensuali di quelle collinette, tornò il buio della notte, e scoprii d’avere fame e sonno: trovai così un altro rifugio.
La proprietaria dell’alloggio fu tanto gentile con me: mi offrì un comodo letto in una stanzetta che contemplava dalla sua finestra una imponente cupola rossa. Decisi che l’avrei raggiunta, l’indomani. Decisi quella imponente cupola rossa come paradiso in terra.
La signora parlava con un accento a me sconosciuto, che pareva quasi essere spensierato, e dire in ogni parola il suo maturo disinteresse per i fatti insignificanti di questo mondo. Ad udirla parlare, si riaccese in me il desiderio d’essere, una fiamma dentro che può intendere solo chi l’ha già sentita ardere nel proprio petto.
Portò in tavola del buon vino del colore del rubino, dal gusto armonico e saporito, e con esso un piatto di pane tostato e pomodori bolliti e setacciati; delle frittelle tonde al sapore di arancia e marsala saziarono il mio appetito.
Il mattino dopo ripresi la mia passeggiata, quando il sole era già alto e ancora buono nell’indicare il levante ai pellegrini com’ero io.
Sarebbe cosa buona e giusta dire meglio di questa città, raccontare delle sue basse casette che celebravano un passato oramai giunto al suo tramonto, e dei palazzi alti ma non troppo, che parevano voler cantare del nuovo tempo che aveva da venire.
Sarebbe cosa buona e giusta parlare delle acque del fiume che la taglia in due metà, della gente sempre in festa, e ancora delle piazze con le loro sculture, e delle chiese che nell’umiltà del loro stile architettonico vincevano ogni duomo e cattedrale.
Invece non dirò cosa è stato nel mio cuore quel giorno, e per i giorni che seguirono: perché un domani, che potrà anche non essere assai lontano dall’oggi, quel domani potrà trascinare con sé tutto ciò che io ho visto, come un uragano fa con i campi di grano delle campagne. Non dirò nulla di più di quanto ha già fatto la mia loquacità, perché la bellezza di questa città sia per sempre, e non soltanto in quelle immensità di adesso che io ho visto, che l’uomo ha costruito o che la mano di Dio ha plasmato.
La notte tornò presto, desiderosa di far sentire ancora una volta la sua voce.
Raggiunsi la piazza centrale, grondante di gente in festa già dalle prime oscurità del tramonto. Sedetti per terra, nella scalinata del duomo cittadino con un largo sorriso dipinto sul volto, ed attesi, in silenzio… Non saprei dire cosa mi trattenne lì per quegli istanti, e non lo intesi neppure allora, ma mi levai presto in piedi quanto prese a balenare in me quel vecchio, cattivo senso d’ansia ed inquietudine che era sparito da tempo.
Ero solo lì, né amato né odiato da alcuno: questa fu l’unica verità che compresi in quel momento.
Trascorsi dunque il resto della nottata in varie taverne del posto, ed accettai l’idea di dover vedere perire quel paradiso che avevo trovato per poche ore più di un giorno.
Accettando il declino delle mie gioie, tornai sulle sponde del fiumiciattolo che mi aveva accompagnato per tutto quel pomeriggio.
-Tu hai avuto amore solo per me: è così? –esclamò una voce di donna.
Voltai la testa a destra, verso il punto da cui era arrivata la voce. Era una donna alta, dalle vesti rinascimentali, non troppo sfarzose: compresi subito d’essere in preda ad una allucinazione.
-Io non ho mai potuto amare alcuna donna! Ho amato soltanto questa città, e non ne conosco neppure il nome… E questo mi fa star male, tanto male, perché non è città mia, non è citta mia!
-Io sono questa città! –disse lei, calcando l’io della frase.
-Allora dimmi come ti chiami, dimmi il tuo nome! –chiesi, quasi esasperato.
-Dimmi chi sei, te ne prego…
-Io sono Firenze!
La ricordo ancora, quella notte: piovve così a dirotto che un attimo dopo quel Io sono Firenze, la donna sparì nel buio.
Abito qui da allora, e sono certo di una cosa, una soltanto, che è per me motivo di forza: potrò forse non essere amato da chi v’è nato, da chi questa città l’ha girata in lungo e in largo, ma ella, ella! Firenze, ella amerà me come io amo lei come mia unica, vera città.

Un racconto di Alessandro Riso

Nasco ad Augusta (SR) il 26/05/94. Diplomato al liceo scientifico-tecnologico “Ruiz”, vincitore dei concorsi “L’uomo e la città” e “Mobilità sostenibile”, frequento adesso la facoltà di medicina a Firenze, città in cui vivo, ma non dimentico la mia passione per la scrittura.

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Credits: Contemplatingjazz

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