Tre desideri – La bottega di Calliope

Chi non ha immaginato di trovare un giorno per caso una vecchia lampada, sfregarla per togliere lo strato di polvere depositato durante gli anni, e esprimere i primi tre desideri passati per la mente ad un alto omone bluastro spumeggiante? Sicuramente i nostri scrittori di EsseCìEffe lo hanno fatto, non solo hanno fatto di più, hanno scritto qualcosa su questo pensiero.
Come ricordiamo spesso un dei nostri punti di forza è la facoltà di cogliere molteplici punti di vista differenti su di un medesimo tema. E’ così che oggi leggeremo un racconto dal gusto antico del classico, una presa di posizione definita di un genio a fine carriera e una concezione dei desideri totalmente fuori dai canoni tradizionali.
Buona lettura!

Demone, blocco e sigarette

Ho rovistato tra le mie vecchie scatole di cartone e inaspettatamente ho trovato te!Piccola e luminosa eri ricoperta di un leggero strato di polvere,così decisi di strofinarti forte e di colpo ho udito un fruscio!Lo spavento regnava nei miei occhi increduli,tante volte avevo immaginato che tu potessi esistere,infatti così è stato:tu esistevi veramente mia piccola lampada magica!Un genio blu è uscito fuori da te e mi disse:”sei stata brava a trovarmi,finalmente mi hai liberato!ora ti chiedo questo:puoi esprimere solo tre desideri,quale è la prima cosa che desideri avere di più al mondo?”.Io ero incredula e spaventata,mi fermai un attimo,pensando che fosse tutto frutto della mia immaginazione,decisi di mettere alla prova il genio e così mi limitai a chiedergli qualcosa di materiale.La prima cosa che mi venne in mente di chiedergli fu:”Genio,io ti voglio mettere alla prova,per cui ti chiedo di donarmi un vestito nuovo di zecca!”.Puf…in un attimo apparve davanti a me il vestito più bello che abbia mai visto!Io ero sbalordita, avevo appena avuto la prova che quel genio era proprio reale e potevo chiedergli qualsiasi cosa.il genio mi disse:”Spero di averti accontentata nel tuo primo desiderio mia piccola ragazza,ora ti chiedo:Quale è la seconda cosa che desideri di più al mondo?”.Io pensai bene di chiedergli qualcosa di più spirituale e allora risposi:”Ho un demone interiore molto dispettoso,rende le mie notti insonni e mi demoralizza sempre,questo piccolo demone mi tormenta tutti i giorni facendomi vivere in una sorta di perenne malessere!Genio,io ti chiedo questo,scaccia il mio demone interiore!”.Improvvisamente mi sentii più leggera,il mio cuore prese a battere più forte e la mia testa era libera dal demone.Il genio scalpitante si avvicinò a me:”Ecco,siamo giunti al tuo terzo e ultimo desiderio,pensa bene a ciò che vorresti e chiedimelo”.Io:”Mio genio, fammi questo piacere in quanto scrittrice ti chiedo di donarmi l’ispirazione eterna per scrivere”.Puf…apparve un foglio bianco davanti a me e guardai fuori dalla finestra,di colpo il cielo si colorò di rosa e io iniziai a scrivere,senza essermene accorta avevo appena fatto la descrizione poetica di quel cielo meraviglioso.Distolsi lo sguardo per un attimo e provai a guardarmi attorno,vidi quella vecchia scatola in cui avevo trovato la lampada e subito scrissi di questa mia esperienza con il Genio magico

Autrice: Chiara Tombelli

I sogni da oggi vanno in pensione!

Ovvia, ora voi altri mi avete proprio rotto. Basta! Il Genio chiude. Sayonara, bye bye, addio. Un po’ va bene ma adesso basta! Ci fosse stato uno di voi che mi ha chiesto se volessi qualcosa anch’io… ci mancherebbe. Macchine, ville, soldi, amori… e il genio? E il genio ve lo dico io:  “s’attacca al tram!” Ma adesso basta! La mia vita è come una relazione a senso unico…un perenne amore non corrisposto. E che cazzo, va bene far contenti gli altri ma ci sarei anche io… quindi adesso tocca a me esaudire i miei sogni: prendete le letterine coi tre desideri, arrotolatele e dategli fuoco. I sogni da oggi vanno in pensione!

Autore: Lorenzo Cambi

Sogni infranti

I passi rimbombavano rumorosamente, assieme al suono del battere dei pesanti stivali, batteva cadenzato anche il dondolare del fucile d’assalto: un logoro AK-74 tenuto a tracolla contro il paio di grosse bombole per l’ossigeno, tenute sulla schiena.
L’immenso edificio non era altro che il fantomatico “Sarcofago” in cemento, del quarto reattore della centrale di Chernobyl.
Andrej, per giungere, e per percorrere Pripyat, poi l’immenso reattore aveva eluso i militari, evitato o affrontato mutanti, anomalie e banditi. Solo ora era riuscito a raggiungere la centrale, e adesso aveva quasi raggiunto il suo obiettivo, ciò che tutti cercavano.
Il contatore geiger crepitava senza fine, dal tetto dell’edificio scendeva uno strano pulviscolo che si vedeva contro luce, grazie ai raggi del sole che penetravano dalle aperture e dai crolli.
Andrej controllò la mappa, seguendo la via segnata, s’immise in un lunghissimo cunicolo buio, umido, con muffa e licheni che crescevano ovunque.
Per tutto il tragitto sguazzò nell’acqua irradiata e udì il gocciolio persistente di qualche infiltrazione. Nella torba melma trovò di tutto: pistole arrugginite, maschere, scarponi.
Il cunicolo terminò con un crollo della parte superiore.
Da lì si arrampico e giunse in una grande stanza. Si trattava di un androne pieno di cumoli di sabbia ammucchiata tutt’attorno, negli angoli e nel mezzo. Qualche colonna cosparsa di crepe e licheni, col cemento cedente, usciva a forza tra i cumoli e scavava una vita per raggiungere il tetto.
Questi era in metallo arrugginito. In fondo alla stanza era crollato completamente in un cumolo di macere immenso, illuminato dalla fioca luce esterna.
Per il resto, nell’edificio non vi era altro che grandi pozze di acqua nerastra; ed in fondo, persino più delle macerie del tetto caduto, una grandissima struttura nero splendente e riflettente. Nascosta in ombra.
Avanzò, scavalcò le macerie, ma facendo molta attenzione.
Si ritrovò a pochi metri dall’oggetto nero, un grosso monolite. Come si avvicinò, il contatore geiger smise di suonare, ne seguì qualunque altro suono. Si convinse che fosse rotto: era impossibile che non vi fosse la più misera radiazione.
Infine ci siamo… pensò il ragazzo. Dalla spessa lente della maschera antigas vedeva il monolite cambiare lucentezza, farsi più buio e poi d’improvviso luminoso, e di nuovo continuava. Pareva vivere di mente propria fatta di strani riflessi, senza una luce abbastanza forte, e che non fosse statica. << Vorrei… >> Tentò di dire, con una certa diffidenza, Andrej. << Vorrei che mia madre guarisca. >> Una voce rombante, lacerante e torreggiante, filtrata dalla maschera, rimbombò risuonando attorno. Niente accadde, così come si aspettava. Allora pensò, scavò dentro di sé.
Rimase a lungo a pensare, e quasi come se il monolite lo volesse farlo ragionare, brillava fino quasi ad abbagliarlo. Capì, che non c’era bisogno di urlare niente. Che con il silenzio il monolite avrebbe capito. E se le sue parole chiedevano una cosa, al monolite, il silenzio ne chiedeva un’altra.
Una più profonda ed insita in lui che avrebbe voluto nascondere anche a se stesso. Allora si odiò, si odiò più che poteva. Quando infine capì che il suo nascosto desiderio, ciò che per se stesso voleva, era di diventare schifosamente ricco, si lasciò andare ad un pianto che appannò la maschera.
Con le mani tremanti, mise mano al fucile. Lo puntò verso l’oggetto, e svuotò il caricatore.
I colpi incandescenti vi batterono con tonfi acuti, rimbalzando tutt’attorno squittendo.
Nessun danno, e pensare che erano proiettili incamiciati, che sfondavano anche i più spessi giubbotti antiproiettili.
Decise di provare un ultima volta con le granate che aveva con sé. Le mise insieme e le svuotò,
preparando un esplosivo rudimentale. Dopo averlo sistemato ai piedi del monolite ebbe un ripensamento, ed indugiò. Si sedette, si riposò osservandolo. Si tolse la maschera e dato che non cominciarono a cadergli i capelli, si convinse che il contatore funzionava ancora.
Sapeva che ormai era stato fregato, e che distruggerlo non avrebbe cambiato molto.
Si preparò allora, ricaricò il fucile e riempì le bombole di quell’ aria stranamente pulita.
In breve, fu pronto per tornare indietro.

Autore: Damiano Crispi

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Credits: Michele

 

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