Ulisse a Firenze: un incontro inaspettato

ulisse

La vita, gli incontri, i sogni di Ulisse: moderno naufrago alla ricerca di un pubblico che ascolti la sua storia.

Un caffè e due chiacchiere, nient’altro

“Non vi ho mica chiesto di scoparmi, vi ho chiesto un caffè! Non vi ho chiesto soldi. Siete proprio delle belle troie, si vede che siete troie, anche da fuori si vede. Secondo te sono troie? Sono, sono. Belle, con due, così. Tanto fa schifo quel caffè, italiani e nemmeno il caffè sapete fare.”
Una voce per strada coglie di sorpresa i passanti, irritati dal comportamento giudicato inopportuno di chi appare diverso. Sono da poco passate le nove e la sera cala fresca, dopo molti giorni di pioggia. La luna quasi piena assomiglia ad un piatto di plastica rotto e abbandonato nel cielo.

“È proprio un mondo di merda! Meno male sta per finire. Non volevo mica niente, ma mi hanno cacciato quei pezzi di merda. Qui non si può stare. Vaffanculo, dico io. Io posso stare dove cazzo mi pare. Non volevo niente. Un caffè, due chiacchiere.”

La conta dei poveri

La voce continua il suo monologo, ignorando chi vorrebbe tacesse. Tutti i giorni, camminando per strada, vediamo corpi che si muovono muti o voci indefinite che parlano senza niente da dire: è raro trovare una voce che riesca a distinguersi nel magma confuso. Ancora più spesso capita di vedere ombre sdraiate ai margini del marciapiede, silenziose e oscene. Stanno ferme, non viste, ignorate dai più. Anche dai media e dagli enti di ricerca, i quali vomitano cifre e sottraggono le identità.

Secondo il report Istat del 2016, in Italia le famiglie in condizioni di povertà assoluta (incapaci di acquistare beni e servizi necessari) sono 1 milione e 619 mila (6,3% delle famiglie residenti), per un totale di 4 milioni e 742 mila individui. Si calcola, dunque, che l’intensità della povertà sia arrivata al 20,7% rispetto al 18,7% dell’anno precedente. Questo per quanto riguarda i nuclei di famiglie residenti.

ulisse a firenze
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Una dettagliata analisi de La Stampa riporta che nel 2014 in Italia le persone senza fissa dimora erano stimate a circa 50 mila unità, ma i calcoli sono, in questo caso, assai approssimativi poiché compiuti sulle grandi città e solo in base a coloro che hanno usufruito dei servizi di assistenza. I numeri più alti si riscontrano, comunque, nelle due città più popolose, Roma e Milano. A seguire, vengono Palermo, Firenze, Torino e Napoli. Qui a Firenze si calcola che i senzatetto siano all’incirca 2000.

Narrami, o musa, dell’eroe multiforme

“Ci sei mai stato lì? Eh, non ci andare. Si mangia di merda e nemmeno il caffè sanno fare.” La voce indisciplinata si fa più vicina, sgombrando il campo da numeri e statistiche. Ci siamo fermati ad ascoltarla e l’incontro è stato illuminante: proviamo a raccontarlo il più fedelmente possibile. La povertà, tante volte al centro del dibattito, è solo una parte della questione, che si accompagna all’indifferenza e alla fragilità delle relazioni che sono specchio della nostra società, sempre più incapace di dialogo e ascolto.

“Secondo te, io chi sono? Sono Ulisse e vengo da lontano, dopo aver a lungo viaggiato.”
Viaggiatore multiforme e instancabile dagli occhi intelligenti e profondi, due borse della spesa appese alle braccia come i piatti di una bilancia, felpa rossa da cantante hip-hop, voce nasale e cavernosa, resa pastosa dal fumo.

C’era una volta un faraone

“Tu fumi? Fai bene. Questa roba qua è merda.” La sigaretta tra le labbra si muove assecondando le parole, che escono irrefrenabili come un fiume in piena. Una borsa appoggiata su un fianco, l’altra a terra. Gli occhi velati guardano curiosi. “Tutti scappano dietro ai loro cazzi, nessuno si ferma più ad ascoltare. Tu di cosa hai bisogno? Io di niente. Solo di una cosa ho bisogno.” Si ferma un attimo, poi continua. “Di una platea. La conosci la storia del faraone?”
Racconta la storia di un faraone che aveva raggiunto una tale ricchezza e potenza da non riuscire ad accettare il fatto di dover morire.

ulisse a firenze
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“Per nulla al mondo avrebbe rinunciato agli agi e agli eccessi della sua vita: gioielli, potere e donne bellissime. Così, una notte decise di fuggire per evitare che la morte lo raggiungesse. Percorse a cavallo lande di paesi desolati, raggiunse il deserto e lo attraversò. Arrivò fino ad una fortezza impenetrabile, sorvegliata da guardie armate che il faraone aveva ingaggiato proprio per la sua sicurezza. Appena giunto nella sala più protetta del palazzo, situata nelle viscere della terra, il faraone vide infine che il suo trono era già occupato. Impossibile che qualcuno si fosse intrufolato nella sala prima di lui, poiché aveva dato ordine alle sue guardie di sigillarne l’accesso e di non far entrare nessuno. Avvicinatosi si accorse che la figura scura seduta sul trono era la morte stessa, che lo stava aspettando.” Lo guardo in silenzio, come un bambino che vuole altre storie.

“Oggi siamo tutti come quel faraone, non ci fermiamo più. Non ci ascoltiamo più. Tutti scappano e non vedono. Dove cazzo andate? Poi arrivano al palazzo del trono e tutto finisce. A cosa è servito correre? A niente.” Mi metto comodo sulla panchina, incrociando le gambe e voltandomi per ascoltarlo meglio. Ogni tanto faccio qualche domanda a cui lui risponde con tranquillità.
“Io sto bene, non ho bisogno di niente. Sono libero. Datemi solo una cosa e sarò felice: una platea. Solo questo serve. Così tutti mi ascolteranno e applaudiranno.”

Vita di un naufrago in cerca di funghi

Ulisse, quarant’anni circa, portati male, è un cercatore e osserva e parla alle persone. Ripete che ha bisogno di una platea come un mantra. Sotto i suoi occhi tiene prima di dormire il Libro del Profeta e un libro da scrivere ogni sera, il suo: ha un titolo importante che parla di speranza, tra le sue pagine luoghi in cui ha vissuto, funghi e medicine.

“Lavoravo come giardiniere dal signor G., un professore. Quello nel tempo libero andava a cercare funghi in Versilia e ci sono andato anch’io. Tante volte. Mi ha portato in posti che non conosce nessuno e mi ha fatto vedere dove trovare certi funghi grossi così, chiodini e prugnoli. Ma enormi. In una mandata facevo anche venti chili. Poi il professore è morto e io a cercarli ci vado ancora, così faccio un sacco di soldi.”

La voce profonda di Ulisse spaventa e cattura allo stesso tempo, suscitando in chi ascolta attrazione e repulsione. Parla di faraoni, funghi, ladri e puttane. Seguirlo non è facile, ma è impossibile non ascoltarlo. Le immagini si confondono in un vortice inesauribile di colori e odori, provenienti da terre lontane: Ulisse ha viaggiato e continua a viaggiare.

Ha una terra lontana in cui prima o poi farà ritorno, parla perfettamente l’italiano, il francese, l’arabo e lo spagnolo, idiomi che talvolta si mescolano nelle sue frasi evocando la lingua di Babele prima della caduta.
Ulisse, mangia e scrive di notte, perché di giorno lavora e cammina. Ogni sera distende le sue cose e si addormenta davanti al grande negozio con l’insegna luminosa. Da dentro la vetrina gli apparecchi elettronici – non troppo diversi dagli uomini – lo fissano con commiserazione, disteso nel suo sacco, al riparo dai fari delle automobili che gli sfrecciano a fianco.

Cronache della strada

“Una sera ho sentito un colpo, mi sono svegliato e la vetrina era esplosa in mille pezzi. Ho detto, che cazzo succede? L’avevano sfondata con una pietra, non so con che cosa, ed erano entrati. Ma io non ho visto niente. Dopo un po’ arriva una guardia giurata, mi fa: ‘Sono ancora dentro?’, gli faccio: ‘Perché non vai a controllare? C’hai la pistola’. Aveva paura! Mi fa: ‘Vieni con me’, sono tornato a dormire.” Scoppia a ridere e la risata è contagiosa.

Ulisse mentre parla gesticola, sorride e se ne fotte del mondo. Ama la vita con tutto se stesso e forse nel corso del viaggio ha ucciso. È stato in carcere, ma preferisce le stelle, ruba ai ricchi per dare a se stesso e a qualcun altro se capita. Infatti, vuole vendermi una borsa e regalarmi delle noccioline. Declino gentilmente l’offerta.

Meglio le stelle

“Prima dormivo in un chiosco dei panini, quando chiudeva io entravo. Poi se ne sono accorti e mi hanno cacciato. Allora ho trovato un altro chiosco, abbandonato stavolta. Stavo bene e dentro avevo tutte le mie cose, poi una sera che non c’ero gli hanno dato fuoco. Pensavano che fossi dentro a dormire, fascisti di merda. Ho dei soldi da parte, così ho trovato un appartamentino a trecento euro, da dividere con altri: albanesi e romeni. Si stava tutti ammassati, che andare al bagno era un’impresa e la notte, una puzza! Che dici, devo pagare per respirare la merda degli altri? Meglio le stelle.” Annuisco.

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“Qui all’aperto sono da solo e faccio quello che mi pare. La sera posso scrivere, leggere il Libro e guardare le stelle. Poi arriva il venticello e chi sta meglio di me?” Nessuno, mi viene da pensare sul momento. Ma poi penso a chi muore ogni inverno per strada, a causa del freddo – un uomo di cinquant’anni proprio lo scorso gennaio, sui lungarni – e l’idillio svanisce.

Perché voi dormite bene, siete tranquilli? Io no, sono inquieto.

Perché voi dormite bene, siete tranquilli? Io no, sono inquieto. La regina Elisabetta si sveglia la notte, scende dal letto e va per le strade. Si nutre di sangue umano, come gli altri potenti della terra, che hanno le bocche grandi come fornaci e ingollano serpenti. Mangiano i serpenti per diventare come loro. Si saziano delle nostre carni, siamo il loro cibo. Ma noi non ce ne accorgiamo e continuiamo a dormire.” Difficile da spiegare, ma nell’apparente delirio le sue frasi hanno senso e raccontano, a loro modo, la verità.

Sopravvivere un trenta percento alla volta

Continua raccontandomi scene di vita quotidiana. “Un giorno ero a fare la spesa, oculatamente. Il settanta per cento lo pago, il trenta per cento… Arriva la guardia e mi dice di aprire la borsa. Che cazzo mi dici di aprire la borsa, napoletano di merda. Insisteva, mi prende il braccio. Gli tiro una testata che gli schizza il sangue dal naso. Non sai chi sono, io non ci impiego niente a tagliarti la gola. Io non provo niente. Quello a terra, col sangue. Arriva la polizia, e via.” Mi guarda fisso, provo paura. “Io sono un killer.”

Mentre ascolto comincio a pensare che le amministrazioni e le associazioni talvolta si rifugino in un assistenzialismo di maniera, vòlto a pulirsi la coscienza e poco attento ai bisogni effettivi delle persone.

Ulisse dice di non volere niente dalla vita, solo la gloria ed essere ringraziato, e che ad A corrisponda A e a B corrisponda B, perché nella vita c’è troppo disordine. Lui dice il bene e riceve il male.

Solo parole e gloria

“Io cammino per strada e come parlo con te, parlo con gli altri, che però non si fermano e filano dritto. Non vogliono ascoltare. Non ci si ascolta più ormai, anche se l’ascolto è la cosa più importante. Puoi non essere d’accordo con quello che dico, può persino farti paura, io ho un’opinione e tu un’altra. Ma dopo che abbiamo parlato siamo diversi. Cambiati. Senza le parole è un mondo che va a puttane, senza io che ascolto te e tu che ascolti me.
“Io invece parlo e la gente mi manda affanculo, cazzo vuoi arabo di merda. Io li benedico, loro mi maledicono. È un mondo al contrario. Io ti benedico, fratello, perché mi hai ascoltato.” Si avvicina, mi stringe la mano, mi abbraccia e mi bacia sulla testa. “Dio è grande ed è nel cuore di ogni uomo.”

Ulisse non ama la carità, ama la dignità. Per questo odia la Caritas e la Chiesa: se la cava da solo, non vuole carità da chi non è in grado di darla, a suo dire, in modo sincero.

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“Non ho bisogno di un cazzo di nessuno, preti di merda. Aiutarmi vi fa stare meglio? Guardatevi dentro e aiutate prima voi stessi. Intanto voi dormite al caldo e io al freddo: se siete sinceri, dormite insieme a me. Gesù, che io rispetto, lo avrebbe fatto. Ma non siete sinceri e io non ho bisogno del vostro aiuto.
“Quante chiese ci sono? Una, due, tre, quattro, nel giro di pochi metri. Tutte chiuse. Ma quante moschee ci sono? Nessuna. Dateci un posto dove pregare! Se ci fossero, le moschee sarebbero aperte. Ma io prego lo stesso.
“Solo di due cose ho bisogno: un palco e una platea. Cosa voglio? La gloria.”

La madre Itaca

Ulisse, come un cantore omerico, ha bisogno di un pubblico che ascolti le sue storie e che lo baci, ricompensandolo di una tenerezza necessaria e mai esplorata.
“Quand’è l’ultima volta che hai visto tua mamma? Io la mia non l’ho vista mai.”

La madre di Ulisse è la vita, che è dialogo, sguardo, parola. Ulisse è un cane in mezzo alla strada, che ha capito più di me che lo ascolto come vanno le cose.

“Andreotti ha ucciso Aldo Moro, l’Isis è stato finanziato dagli Stati Uniti che sono un popolo di merda, come Renzi di cui non c’è da fidarsi e nemmeno del Vaticano, che possiede il 45% delle ricchezze di tutto il mondo. Non c’è altro da sapere. Il denaro non ha scopo, non serve a niente: anche i faraoni sono destinati, infine, a diventare polvere.

Cala il sipario

La chiacchierata finisce, all’improvviso come era cominciata. Ulisse va per la sua strada, io per la mia. Resto fermo a pensare, però, con la voglia di condividere quanto appena sentito.
L’unica cosa che serve nella vita, dopotutto, è una platea a cui raccontare la propria verità, ciò che siamo e, se ne siamo a conoscenza, anche di posti segreti dove trovare degli ottimi funghi.

  • Daniele Salvi

    Laureato in Lettere, realizzo progetti di cineforum nelle scuole. Impegnato nel sociale, amo ascoltare e raccontare storie. Ho un debole per i fumetti, Walt Whitman e la musica rock anni Settanta.

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