Il venditore di rose- Raccontami Firenze

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I passi suonano nelle orecchie di chi cammina per ore. Chi cammina per poco non ci fa caso. Chi cammina solo per un po’ non li sente. Chi cammina con una meta non ha bisogno di sentirli. Soltanto chi cammina e basta se ne accorge e sa addomesticarli. La suola della scarpa che batte sulla strada come un metronomo scandisce il tempo. Se poi le strade sono irregolari e insicure, allora l’animo rimane inquieto nel tempo del tragitto. Come tessere di un domino venuto male si accavallano tra loro, curvano, si perdono come i pensieri. In un fiume di volti e occhi e rumori, un fiume vero e anche immaginario. Un fiume di una città lontana, simile a quello della sua città ormai troppo lontana. E il fiume si srotola come il filo di un gomitolo entusiasta di essere sciolto, stanco di essere sciolto, arrabbiato per essersi sciolto. Al suo paese era intrecciato nelle relazioni della sua terra: adesso è solo, libero e insicuro.
Dicono che colui che va per via sia di per sé fortunato, cuore pulsante, spirito eccelso, mente semplice e curiosa. Non è così. Lui, destinato a incontrare persone senza conoscerne nessuna, lo aveva capito. Persone come lui, eppure diverse. Persone che si perdono nello scorrere del fiume. Persone che volteggiano sui ponti, ballerine dal passo incerto.

Loro erano così belli insieme, come la lunga strada di terra rossa. Quella che ti riporta a casa. Erano belli i loro sorrisi che si guardavano, belli i loro occhi chiusi. Bello il loro respiro nella sera, testimone di vita. Loro al centro della piazza, tra un obelisco e una giostra. Si abbracciavano tranquilli, ignorando i ristoranti di lusso e il gruppo di turisti coreani che li sommergeva lentamente come la marea il tramonto. Erano belli, ma lui non lo sapeva. Tutte le sere portava con sé un pugno di parole non dette, stretta tra le dita e le parole la sua merce. Non sapeva parlare, non poteva pensare, sapeva sorridere però, e anche ringraziare con un inchino. Sapeva fischiettare un motivetto che fa all’incirca così. Conosceva anche qualche passo di danza, bestia da cabaret. Sapeva abbaiare poi, come un cane da cacciare via se diventa fastidioso. E le rose, quante rose aveva tra le mani. Rose che non potevano essere donate, perché la felicità non si regala. Ma lui le avrebbe donate volentieri a quella coppia lì al centro della piazza le sue rose. Tra un obelisco e una giostra. E i turisti coreani che ormai sono passati. Come la marea il tramonto.

Le rose tra le mani pesavano dopo un po’. Ma solo un po’. Come i passi e le scarpe. Le rose andavano bagnate a volte. Allora raggiungeva l’acqua che sgorgava dal palazzo alto in mattoni, con la torre, l’orologio e le bandiere. Acqua pura della sorgente dietro casa. Da raccogliere nei secchi, da giocarci da bambini, da schizzarsi di nascosto dai grandi che non va bene. Luoghi e tempi troppo distanti. Quei mattoni del palazzo di mattoni sembravano fatti apposta per essere scalati. Chissà cosa c’è dentro e chi ci vive? Chissà cosa c’è di là? Domande da bambini, faceva bene pensarle anche se le risposte erano meno fantasiose. Sono solo proprio tanti quei mattoni. E lo sguardo si solleva in aria, sopra i mattoni, sopra il palazzo, sopra le rose, sopra le domande da bambini. Si sollevava come le luci artificiali che dal basso salivano su e scendevano giù di nuovo ancora più veloci. Poi toccavano terra e anche il suo sguardo toccava terra e si posava tra le mani di un altro viandante. Venditore di luci. Luci raccolte tutte le sere da dita inesperte. Luci di plastica che si rompono sotto i piedi di sguardi fugaci.

Il signore del bar era sempre lì, accanto all’ingresso del bar. Se non fosse stato accanto all’ingresso del bar non sarebbe stato il signore del bar. Non era, infatti, il proprietario. Così immaginava lui, almeno. Lui, che come l’altro era sempre lì fuori. Ad osservare altri altri che passavano, si fermavano e riprendevano il cammino. Il signore del bar era sempre lì fuori, era brutto, serio ed effeminato. E con una sigaretta in bocca. Guardava da sotto il riporto la vita che gli scorreva davanti come il fiume. Ma lui era fermo come le statue, immobile e in attesa come una bancarella senza clienti che attende l’ora di chiudere il bandone. E di essere trascinata via cigolando per le strade. Anche lui era parte di quelle strade, che conosceva ormai come quelle di casa sua. Meglio di quelle di casa sua. Qual era ormai casa sua? Si chiedeva se fosse il tempo a definire il concetto di casa o fossero piuttosto le emozioni che i luoghi suscitano in chi li attraversa. In quest’ultimo caso era quella casa sua, e il signore del bar ci stava proprio dentro, seduto comodo su una sedia. Brutto, serio, effeminato. E con una sigaretta in bocca.

Le statue rimangono lì, sotto la pioggia, gli sguardi e le fotografie. Da sotto la loggia poteva ammirarle tutte. Quelle coperte e quelle scoperte, quelle intrecciate e quelle libere. Quelle ferme e quelle in fuga. Quelle spudorate e quelle timide. Vuoi una rosa? No? Per lei. Lei che è con te. Lei che ti insegue con lo sguardo. Lei che ti prende. Lei che è più bella di te. Lei che sembra sola con te. Lei che sta per arrivare. Lei che non ti vuole. Lei che è scappata. Lei che non c’è. Come mi chiamo? Sì, proprio da lì. Ci sei stato. No. Siete in tre. Tre rose, meno belle di voi. Buongiorno! E’ sera? Buonasera, cambia poco però. Non vuoi. Il resto, ce l’ho. Il resto, a te. Resta, se vuoi. Per parlare. Statue. Gentili, silenziose, bellissime, sfuggenti, indifferenti. statue.

Il sangue. Dello stesso colore delle rose. Non l’aveva visto arrivare, non si era accorto che aveva superato il limite. Il limite era invisibile, invalicabile, ma era lì. L’aveva superato senza accorgersene, camminando e l’altro era arrivato, camminando. Il labbro faceva male, pulsava. Non aveva reagito, le rose erano cadute. L’altro aveva ragione, aveva sbagliato, non lo avrebbe fatto mai più. Lo prometteva? Lo prometteva. E la lezione era servita. Sicuro che gli era servita. Il limite non si supera, lo sapeva. Si era distratto, e non aveva visto l’altro, la sua zona, le sue rose. Anche le sue rose erano cadute. Tra gli sguardi stupiti dei passanti, e delle statue.

Il vecchio ponte e lo scorrere del fiume. Portava chissà dove, illuminato dai lampioni e dalla sera. Fiume di Francia in terra toscana. Fiume poeta, che scorre e trabocca tra le rime. Del fiume, del verso. Gorgoglia e s’inasprisce. Rive petrose. Le braccia sulle sponde, il corpo riposa. In mano le rose. Appoggiate sul fiume, galleggiano. Rosse. Verso casa. Come la strada di terra. Dentro le vene, il sangue, e il cuore che batte. Rimbomba l’eco di una campana. Adesso riposa. Comincia la sera di chi va per via. I passi, le orecchie, le ore, la meta, la suola, la scarpa, la strada, l’obelisco, la giostra. Le statue.

Lei era lì. Vuoi una rosa? Certo, è gratis.

Un racconto di Daniele Salvi

Mi chiamo Daniele, ho ventiquattro anni e sono laureato in Lettere con una tesi in Storia del Cinema italiano. Tra poco terminerò la specialistica in Filologia moderna e dopo chissà che cosa mi riserverà il futuro! Mi piace camminare per le strade della nostra città e osservare i luoghi e le persone: sono convinto, infatti, che solo attraverso le persone che ci vivono si possano conoscere davvero i luoghi che visitiamo.

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